Anziani soli, tremila casi seguiti dall’Asp
La donna salvata dai vicini non è conosciuta dai servizi. La responsabile: la maggior parte rifiuta il telesoccorso
Quella di martedì pomeriggio a Codrea non è stata solo una tragedia sfiorata, ma uno di quegli avvenimenti che svelano d’un colpo esistenze “invisibili”, situazioni-limite che possono protrarsi a lungo prima che un caso fortuito le faccia emergere in tutta la loro desolazione. Così è stato per la novantenne che viveva sola nella grande casa di via Tambellina, salvata dall’intervento dei vicini mentre la sua abitazione bruciava. La signora, come confermano da via Ripagrande, non risulta tra i tremila anziani che ogni anno vengono a vario titolo seguiti dall’Asp, l’azienda servizi alla persona che a tutto il 2015 (secondo i dati più recenti) aveva in carico 1.325 utenti. Un numero, anticipa la responsabile del Servizio Anziani dell’Asp, Marilena Marzola, destinato a risultare in crescita nel prossimo report 2016.
Quanto incide a Ferrara la condizione degli anziani soli?
«Moltissimo. La nostra è una città “vecchia”, con una media di anziani residenti del 27% contro una media regionale del 23%. Sono sempre di più coloro che vivono da soli, non sempre li conosciamo e la condizione di crescente solitudine della terza età è fonte di problemi e difficoltà sociali. Bisogna sottolineare che comunque ci sono anche molte persone di età compresa tra i 75 e gli 80 anni che hanno ancora una buona qualità della vita; poi ci sono situazioni di solitudine problematiche che necessitano di essere seguite».
Come emergono questi casi? Come riuscite a intercettare le persone anziane in difficoltà?
«I canali possono essere diversi. Il più frequente è il medico di base che, a fronte di una situazione a rischio, può mettersi in contatto con i servizi sociali per segnalare un paziente. Altre volte la segnalazione avviene dopo un ricovero in ospedale, non necessariamente per gravi motivi: può bastare una banale caduta perché il personale medico si renda poi conto che la persona vive in una condizione di fragilità e solitudine. Un altro canale sono le forze dell’ordine, quando ad esempio soccorrono in strada una persona anziana confusa e disorientata. O ancora i vicini di casa, specie se in condominio, anche per prevenire situazioni potenzialmente pericolose per tutti».
Può accadere che sia lo stesso anziano a chiedere direttamente il vostro aiuto?
«Capita, ma non così spesso, perché il punto centrale è la consapevolezza. Ed è qui che arriva la parte più critica del nostro lavoro: riuscire a farsi accettare dagli anziani, entrare in casa loro, conquistare la loro fiducia. La collaborazione dei medici di base, nel persuadere gli anziani, in questo senso è davvero preziosa. A volto l’ostacolo è di tipo caratteriale, ma molto spesso si tratta appunto di mancanza di consapevolezza, di ritenersi ancora completamente autosufficienti e non accettare l’idea di aver bisogno di aiuto. Servono tatto e cautela, e tanti piccoli passi di avvicinamento per riuscire a vincere questa diffidenza difensiva. Naturalmente il tipo di intervento varia da caso a caso, a volte non è necessario alcun servizio specifico, ma solo un’attività di monitoraggio».
È cronaca recente il caso di una signora di Migliaro scampata a un rogo grazie al “salvalavita”. È previsto anche tra i vostri servizi?
«Sì, proponiano un servizio di telesoccorso, consistente in un dispositivo applicato a un telefono fisso e un pulsante da portare al collo, collegato a un call center che funziona h24. Agli operatori del call center viene fornita una scheda con i numeri di riferimento da contattare in caso di emergenza. Il guaio è che gli anziani non lo vogliono. Sono i figli a chiederlo, ma i genitori molto spesso onvece di indossare il pulsante lo lasciano vicino al comodino. In tutto, ne abbiamo attivati appena una ventina».
Alessandra Mura
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