Distrutta per sempre la cassaforte di Ferrara
Fondazione Carife al bivio dopo la sentenza del Tar che conferma l’azzeramento Riunione urgente del consiglio. Due al momento le ipotesi: fusione o liquidazione
La sentenza del Tar cancella anche quel briciolo di speranza alla quale erano aggrappati gli azionisti per cercare di dare un senso e un valore alle azioni della Cassa di Risparmio di Ferrara, cancellate con un colpo di spugna il 22 novembre 2015 con il decreto “salvabanche”. In particolare la decisione del tribunale amministrativo del Lazio ha definitivamente affossato il patrimonio della Fondazione Carife, che da 25 anni deteneva la maggioranza azionaria (a lungo i due terzi delle quote, pacchetto poi sceso al 54,3% del totale).
L’ente di via Cairoli aveva infatti prima del tracollo bancario un portafoglio azionario con 23 milioni di azioni ed era in pratica la cassaforte di Ferrara. Negli anni in cui la banca produceva utili, la Fondazione Carife elargiva per statuto consistenti finanziamenti in quattro precise attività, a beneficio della città. Negli anni di attivo si arrivava a circa 8 milioni di euro da devolvere in attività artistiche e culturali, nella sanità, nel contributo alla ricerca e nel sostegno dei bisognosi.
La decisione del Tar pone in difficoltà la stessa esistenza della Fondazione, venendo meno in maniera definitiva la sua massa patrimoniale più consistente e vitale, rischia la sopravvivenza.
Si aspetta il ritorno a Ferrara del presidente Riccardo Maiarelli, al momento all’estero, per convocare un consiglio di amministrazione urgente per fare il punto su questa novità del Tar e cercare di dare un futuro all’istituzione. Due al momento le soluzioni percorribili perché è in pratica impossibile che la Fondazione autonomamente possa continuare a sopravvivere, avendo già accumulato in questi anni un passivo pesante e potendo contare ormai unicamente sui dividendi derivata dalle sue quote partecipative alla Cassa Depositi e Prestiti, che sono ormai insufficienti. La soluzione cui si sta lavorando potrebbe essere quella di una fusione con altre fondazioni bancarie, sempre in ottica di Casse di Risparmio. Per questo si guarda anche a Cento o alla Romagna pur di non chiudere bottega.
L’altra ipotesi, ed è quella da scongiurare, sarebbe quella delle liquidazione, con la cancellazione non solo di un patrimonio storico cittadino, ma anche di un’istituzione che in q uesto quarto di secolo è stato un importante veicolo di finanziamenti nei vari settori.
Fin dalle prime fasi del commissariamento la Fondazione Carife si era spesa per cercare dapprima un acquirente e in un secondo momento favorire l’intervento salvifico del fondo interbancario per la tutela dei depositi. La doccia fredda del “salvabanche”, che ha disatteso i patti sottoscritti con l’assemblea straordinaria dei soci del 30 luglio 2015, ha in pratica posto le condizioni per fare ricorso al Tar e dopo molti mesi è arrivata la doccia fredda che conferma l’azzeramento delle azioni della banca, diventate ora ancora di più carta straccia.
Se si pensa che la Fondazione Carife possedeva un patrimonio di quasi un miliardo in azioni della banca nel 2009 (il periodo di massimo rendimento dell’azione con una quotazione oltre 40 euro) si può ben capire come sia stata bruciato tanto denaro all’azionista di maggioranza. Senza contare che identica sorte è toccato ai tanti piccoli azionisti (oltre 28.000), anche loro hanno avuto l’azzeramento del pacchetto azionario. Il tutto si traduce in un duro colpo per l’economia ferrarese. O rmai irrimediabile.
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