Carcere o messa in prova il destino dei due ragazzi
Elena Buccoliero (Tribunale dei Minori) indica gli scenari giudiziari «La giustizia minorile serve a rieducare, l’ergastolo non esiste»
«Quei due devono pagare a vita per quello che hanno fatto, non mi interessa che siano minorenni, non possono essere recuperati». Questo il Salvini-pensiero sui fatti di Pontelangorino riportato dalle agenzie; ma sono stati in molti sui social, fin da mercoledì, a invocare l’ergastolo per i due giovani arrestati, dimenticando o ignorando che il fine pena mai non è proprio contemplato dalla giustizia minorile.
Elena Buccoliero, ferrarese, giudice onorario del Tribunale dei Minori di Bologna, spiega quale potrà essere il destino giudiziario dei due adolescenti rei confessi.
Due giovanissimi già segnati da un omicidio atroce. Il figlio di 16 anni, l’amico di 17. Per molti in queste ore la loro strada è già segnata: irrecuperabili, buttare via la chiave.
«Innanzitutto bisogna chiarire che l’ergastolo non esiste per i minorenni. Poi occorre fare una premessa generale: la giustizia minorile è improntata più a finalità rieducative che sanzionatorie, considerato che la personalità di un minore non è ancora formata e ha margini più ampi di cambiamento. Inchiodare una persona di quell’età a un reato, anche un furto o una rapina, vuol dire produrre un soggetto deviante anche in casi in cui non lo sarebbe diventato. Il recupero rappresenta un vantaggio non solo per il minore ma anche per la società, che ha bisogno di adulti responsabili che vivono nella legalità».
Quale potrebbe essere allora il destino giudiziario di Riccardo e del suo complice?
«Qui le strade sono due: o una pena detentiva o la messa in prova. Chi fa le indagini, e poi il Tribunale, dovrà valutare con attenzione tutti gli elementi per individuare diversi percorsi successivi o la determinazione della pena. Non è certo mia intenzione sostituirmi ai giudici, ma questo è probabilmente uno dei pochi casi in cui si attribuirà una pena detentiva a minori. Ci sono diversi aspetti che devono essere bilanciati: la natura del reato, le sue modalità, ovvero l’efferatezza, il movente».
Quali sono le condizioni per la messa in prova?
«Per tutti i reati c’è la possibilità della messa in prova, che viene decisa dal Tribunale dei Minori in sede di udienza. La premessa necessaria è l’accertamento dei fatti e delle colpe. Da parte del minore ci deve essere il riconoscimento della propria responsabilità, un pentimento sincero e la disponibilità a intraprendere un percorso impegnativo della durata massima di tre anni. Se ci sono le condizioni, il processo viene sospeso e l’imputato viene messo in prova. Per fare un esempio: se sto costruendo una casa mi fermo e vado a cercare materiali migliori».
Questo anche per reati così gravi?
«In un caso del genere il Tribunale ha bisogno di capire bene chi sono questi ragazzi, anche con interrogatori diretti. Di certo non basta dichiararsi pentiti».
Il fatto che i due abbiano confessato e fatto trovare agli inquirenti l’arma del delitto in che modo sarà valutato?
«L’ammissione della colpa e la collaborazione può essere un’attenuante a cui gli avvocati potranno far ricorso per ottenere un abbassamento della pena, ma da sole non bastano per ottenere la messa in prova. Faccio due esempi: anni fa a Ferrara ci fu un omicidio nel sottomura per questioni di droga, una spedizione punitiva (ricordata come il delitto della katana ndr) a cui partecipò anche un minore. Questi negò sempre la sua resposabilità, venne processato e condannato al carcere. Invece un altro ragazzino appartenente a una famiglia malavitosa venne trascinato dal padre e dal fratello maggiore a commettere un omicidio. In questo caso il giovane venne messo in prova, il progetto andò a buon fine e in seguito il ragazzo si laureò in Legge, recuperando la sua vita».
Cosa prevede la messa in prova?
«È un percorso che contempla diverse azioni, con l’unico obiettivo di arrivare a un ripensamento della propria condotta e a un cambiamento personale, per non tornare a commettere reati. Il programma può prevedere comunità educativa e, in caso di dipendenze, terapeutica; volontariato e scuola lavoro. Se tutto va a buon fine il reato viene cancellato, come mai commesso. In caso contrario, il processo riprende da dove si era interrotto e, visto che a quel punto le responsabilità erano già state accertate, è quasi scontato che si concluda con una condanna».
Quanto peso hanno le vittime per la decisione del Tribunale?
«Una delle condizioni è proprio la mediazione con le vittime, quando sono ancora in vita (come nei casi di stupro), o altri familiari. In questa vicenda il mio pensiero va al fratello di 25 anni di Riccardo. Si trova in panni difficilissimi, e bisogna fare attenzione a non strumentalizzare il suo ruolo in funzione del fratello più piccolo. Ha il suo dolore e la sua vita da rimettere insieme, e in base a questo valuterà l’atteggiamento da adottare».
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