Una vita tra bar e strada, ragazzini senza regole
I due assassini avevano fatto coppia: a scuola solo per le ragazze
Chi sono Riccardo Vincelli e il suo complice? Due ragazzi come tanti, dicono a caldo per le vie del paese. Ma se si scava un pochino di più, si intuisce invece che di “bravi ragazzi” avevano ben poco. Uno soprattutto. “Difficili” è forse il termine giusto. Riccardo e il suo amico stavano spesso insieme. Frequentavano la stessa scuola, avevano gli stessi amici e facevano le stesse “cretinate”. Non gli piaceva studiare, tra i banchi e sui libri ci stavano poco. Passavano diverse ore al bar o in giro con lo scooter. Riccardo è più introverso, più timido certamente più debole di molti altri. L’altro è sempre stato spavaldo, uno di quei ragazzini difficili da gestire e che fanno saltare i nervi abbastanza facilmente.
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«Questa estate, solo per fare un esempio che però può far capire che tipetto è - dicono dal bar - in piena notte si metteva qui in mezzo alla strada, che è poi una provinciale e non vanno nemmeno piano, e giocava con il pallone tirandolo sulle saracinesche dei negozi, sulle macchine, sulle vetrine. E se qualcuno esasperato gridava, rispondeva a tono, cercando spesso il litigio». I genitori di Riccardo erano spesso fuori. Il lavoro al ristorante occupava gran parte della giornata, ma non per questo trascuravano il figlio. «A lui non piaceva studiare, ma per niente. Andare a scuola invece sì perché voleva stare con gli amici e con le ragazze». Riccardo Vincelli si era trasferito da Caprile a Pontelangorino nella villetta da pochi mesi. Da subito ha chiesto, e ottenuto, di realizzare una sorta di mini appartamento nel garage, dove praticamente viveva tutto il giorno. «Gli piaceva stare con suoi, non ha mai detto nulla. Sì, la mamma ogni tanto gridava ma per la scuola, come tutte le mamme. Però alla fine stava bene, si faceva i fatti suoi tutto il tempo». Gli amici lo raggiungevano in garage quasi ogni pomeriggio. Parlavano, giocavano, stavano sul letto e sulle sedie fino all’ora di andare al bar. Anche se a dire il vero Riccardo e il suo amico al bar ci andavano spesso, troppo spesso e in alcuni giorni a qualsiasi ora. No, non era certo un ragazzo modello, «ma cosa vuoi fare a Pontelangorino d’inverno?».
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L’incontro con quello che sarebbe poi diventato il suo complice ha contribuito a rendere ancora più difficile il suo carattere. Quello che lui stesso ha scelto come assassino dei suoi genitori ha a sua volta un padre e una madre normalissimi, che abitano in un’altra villetta bianca e bassa e con gli infissi d’alluminio. Sono due operai, hanno un altro figlio diversamente abile e una bambina più piccola. I vicini e gli amici li proteggono, chiedono che non vengano disturbati: sono morti anche loro, dicono. Adorano qual figlio che però ha sempre dato problemi. Una testa calda, insofferente alle regole e di conseguenza alla scuola, allo studio, ad ogni forma di costrizione. Usciva al mattino per andare a Codigoro dove frequentava il secondo anno di Itis ma in realtà si fermava davanti a bordo dello scooter e non entrava quasi mai. Tornava in paese e stava seduto ai tavolini del bar, a bere qualcosa e a fumare sigarette. Rispondeva male, spesso e volentieri e anche con gli amici non era così morbido anche se simpatico, molto simpatico. Era una sorta di leader, uno che guidava il gruppo e non lasciava molto spazio agli altri. Gli altri che invece bravi ragazzi lo sono davvero. Anche se a Pontalagorino, d’inverno, non c’è niente da fare.
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