La Nuova Ferrara

Ferrara

OMICIDIO TARTARI

Troppe bugie, mamma e zia di Ruszo nei guai

di Daniele Predieri
Nel video di Andrea Rossetti la testimonianza del medico legale Rosa Maria Gaudio al processo per il delitto Tartari, a Ferrara. "Sulla bocca la vittima aveva una maglietta e all'esterno attorcigliati otto volute di nastro, altro nastro era stato messo sulla bocca sotto la maglietta..."
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Nel video di Andrea Rossetti la testimonianza del medico legale Rosa Maria Gaudio al processo per il delitto Tartari, a Ferrara. "Sulla bocca la vittima aveva una maglietta e all'esterno attorcigliati otto volute di nastro, altro nastro era stato messo sulla bocca sotto la maglietta..."

Rosi sotto torchio per due ore e poi tocca ad Agata. Il giudice: «Non prendeteci in giro, potevate accordarvi meglio»

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FERRARA. Il processo per l’omicidio Tartari è quasi finito: alla prossima udienza del 27 gennaio si chiude con le richieste dell’accusa. Ma finisce male, malissimo per le difese dei due imputati, Patrik Ruszo e Constantin Fiti. «Un processo farsa, scrivetelo che è così», dicono addetti fuori dall’aula. Perchè è un processo voluto dalle stesse difese che ieri hanno alzato bandiera bianca: gli imputati invece di farsi interrogare e proporre la loro verità, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. «Una Caporetto», sibila sintetico Eugenio Gallerani che assiste la famiglia Tartari, Rita e Marco, sorella e fratello di Pier Luigi, pensionato di 73 anni rapinato e massacrato in casa ad Aguscello, abbandonato e fatto morire in un tugurio a Fondo Reno nel settembre 2015.

Rita Tartari non ha più voglia di parlare, sillaba soltanto «Baasta!». Perchè, ieri, solo dopo un anno e mezzo dalla tragedia, si è cercato di far luce sull’unica ombra rimasta: la posizione di Sivakova Ruzena, mamma Rosi, madre di Ruszo, badante che lavorava nella casa attigua a quella di Tartari, e presente al momento dell’assalto del 9 settembre 2015. Viene chiamata a deporre come testimone, ma diventa pur senza questo formale ruolo, l’accusata principale. Almeno di aver saputo, non aver detto nulla di ciò che sapeva dell’omicidio e del coinvolgimento di suo figlio. Tante “contraddizioni” e «non ricordo», tanti al tal punto da rischiare di essere incrimata per falsa testimonianza.

Così come la zia di Ruszo, Agata Farkasova, per le troppe bugie in aula, imbarazzanti tanto da far sbottare il presidente della Corte d’assise, Alessandro Rizzieri: «Potevate mettervi d’accordo meglio». Mamma Rosi non era mai entrata nel processo come “indagata”, pur indicata, ad esempio, da Ivan Pajdek come la basista della rapina, pur cambiando versioni dei fatti diverse volte e infine usata come “testimone” fondamentale dagli inquirenti. Ieri (13 gennaio) per la prima volta, gli stessi giudici della Corte d’assise hanno avuto la consapevolezza che si poteva fare di più, in corso di indagini, per chiarire la sua posizione - prima e non ora, al processo - per valutare se abbia saputo subito tutto della rapina-omicidio e l’abbia tenuto nascosto o si sia limitata a proteggere il figlio e lei stessa: «Ero spaurata», dice in un italiano incerto ai giudici. Lo dice in oltre due ore di interrogatorio. Nemmeno Ivan Pajdek (già condannato a 30 anni, il capo) era stato torchiato così a lungo. In una maratona al microfono, spiega perchè «era spaurata che il figlio venisse arrestato».

Un racconto, il suo, pieno dubbi e interrogativi ancora oggi senza risposta. E allora il giudice Rizzieri, spazientito come tanti in aula tuona: «A me pare che lei non stia dicendo la verità, ci dica cosa aveva saputo o rischia la falsa testimonianza». Poteva avvalersi della facoltà di non rispondere come madre di un imputato, ma non lo ha fatto, seppure l’avvocato del figlio la solleciti ad interrompere, ma solo dopo che Rizzieri le sventola l’ipotesi del reato (2 anni di carcere) per aver detto bugie. «Lei non ci può prendere in giro, decida lei, faccia come crede: vuole continuare a rispondere o no?». Lei continua a dire che non sapeva come si erano svolti i fatti o che era coinvolto il figlio. «Ma vi sono troppi specifici riferimenti», la riprende il giudice Rizzieri dopo aver ascoltato anche lui tracce delle intercettazioni che coinvolgono Rosi, Agata, suo figlio e tutta la loro Corte dei miracoli venuta a galla con l’omicidio Tartari.

Il giudice la incalza, sulla fuga di Pajdek e poi del figlio, tentata per ben tre volte e mai riuscita fino alla quarta quando Patrick venne arrestato. «Perchè suo figlio deve scappare, dopo e con Pajdek, visto che lei non voleva lo frequentasse, e proprio in quei giorni dopo l’omicidio, quando suo figlio è vissuto per tanti anni a Ferrarra?» Il pm Alberto Savino in aula le chiede conto delle tante contraddizioni. Lo fa con più energia l’accusa “privata”, Eugenio Gallerani che rappresenta la famiglia Tartari. Perché vuole far emergere la vera verità, non solo quella di chi ha già confessato (Pajdek e Ruszo) e mai venuta fuori. Lei, Rosi fa finta di non capire le domande, quasi da svampita risponde a ciò che vuole, mentre il presidente Rizzieri la ammonisce di nuovo. Come fa per Agata Farkasova, la zia di Ruszo. Fu lei a dire a Rosi che per l’omicidio «del vecchio» erano stati Pajdek e Ruszo, pochi giorni dopo la scomparsa di Tartari, ma Rosi non voleva crederci. Agata, portata a forza dalla polizia in aula («Mi ero dimenticata», e si becca 150 euro di multa, ci ripensa: dice di non averlo mai detto, se è scritto così nei verbali la polizia ha capito male: se non falsa testimonianza, rischia la calunnia.

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