«Ciao Chris, un’anima pura tra gli umili»
Era malato, è morto a 42 anni in un appartamento di via Lucchesi. Rinaldi (Viale K): la sua bontà aveva conquistato tutti
Per la cronaca che registra i semplici fatti lui era “C.P.”, 42 anni, trovato senza vita venerdì pomeriggio in un appartamento di via Lucchesi. Dietro quelle iniziali c’è però una storia - anzi una persona - che merita di essere raccontata. Per una volta è possibile andare oltre il trafiletto, perché un post intercettato su facebook ha aperto uno spiraglio su quelle iniziali, e le ha rivestite di umanità: «Ciao mio caro Chris, in quell'anno e mezzo che hai trascorso con noi abbiamo costruito tanto ma soprattutto sei stato capace di farti voler bene da tutti perché eri una persona semplice, non sempliciotta o fessa, ma che disarma senza forza».
A scriverlo è stato Gabriele Rinaldi, direttore dell’associazione Viale K. Chris invece era Christophe Pastorello, nato in Francia ma arrivato ancora bambino in Italia, rimasto molto presto orfano dei genitori e con tanti svantaggi sulla linea di partenza della vita.
Come aveva conosciuto Christophe?
«Chris era stato ospite a Viale K per circa un anno e mezzo, dal 2013 al 2015. Si era sempre mantenuto facendo tanti lavori, ma in quel periodo era rimasto disoccupato e non poteva più pagare l’affitto. Non aveva voluto creare nessun problema al padrone di casa, non aveva voluto aspettare lo sfratto. Aveva detto come stavano le cose, aveva preso la sua roba e se ne era andato. Già questo dà un’idea di come era fatto Chris, della sua profonda correttezza e onestà. Qualcuno gli aveva indicato la nostra associazione e si era presentato qui, per chiedere ospitalità. E non finiva di meravigliarsi che fosse tutto gratis».
Fino a quel momento come era riuscito a mantenersi?
«Aveva sempre fatto mille lavori, ma il suo impiego preferito, quello per cui era più portato, era quello di badante. Non aveva nessun attestato, nessun diploma, ma era bravo a prendersi cura degli altri. Così attraverso il passaparola, aveva ottenuto diversi incarichi. Ed era così facile affezionarsi a lui che, quando l’anziano assistito moriva, a volte la famiglia continuava a ospitarlo per un po’. Quando nel 2013 era arrivato a Viale K aveva con sè molte lettere di referenze, una più bella dell’altra. Ma non era tipo da voler approfittare troppo degli altri, così quando era rimasto senza lavoro e senza casa è venuto qui».
E come si è trovato?
«Era diverso da tutti gli altri. Qui spesso le persone sono diffidenti, chiuse, a volte mentono. Lui era l’opposto: aperto, amichevole, incapace di dire una bugia. Di lui ricordo soprattutto l’innata gentilezza e l’educazione. E la grande generosità. Non aveva mai avuto problemi con la giustizia. Anzi, al contrario: gli era capitato di trovarsi dalla parte delle persone offese proprio per la sua bontà e la sua fiducia negli altri; o perché aveva prestato soldi che poi non gli erano stati restituiti o perché gli avevano venduto delle cose farlocche, come quando spese tutti i risparmi per comprarsi un’auto che si guastò subito. Però non era capace di arrabbiarsi a lungo, sapeva essere anche molto autoironico, a non prendersi sul serio».
Non aveva altri familiari, o una compagna?
«Familiari no, che io sappia. Aveva avuto come tutti qualche storia, poi finita».
Perché se ne andò da Viale K?
«Eravamo riusciti a inserirlo alla Cidas, non come “badante”, perché non ne aveva i titoli, ma con altre mansioni. A lui però andava bene, perché gli permetteva di guadagnare qualcosa. Così, appena messi da parte i soldi sufficienti, aveva interrotto il percorso con viale K perché aveva deciso di frequentare un corso per Oss, operatore socio sanitario, al Sant’Anna. Inoltre aveva trovato un conoscente, che lavorava, e si era accordato per dividere con lui un appartamento. A noi di viale K era dispiaciuto moltissimo vederlo andare via, ma era giusto che volesse essere autonomo e indipendente».
Nel frattempo però è arrivata la malattia
«Già quando era ancora a Viale K lamentava dolori e malesseri ma, come tutte le persone che curano gli altri, non curava troppo se stesso. Ho dovuto costringerlo ad andare dal dottore, quasi trascinarlo. E la diagnosi è stata terribile. Gli è crollato il mondo addosso, era disperato. Da quel momento Chris ha alternato momenti di “normalità” ad altri di totale sconforto e depressione. Nel frattempo si era rivolto all’associazione Filippo Franceschi che gli aveva assegnato l’appartamento di via Lucchesi dove è morto».
Come ha trascorso l’ultimo periodo?
«Eravamo ancora in contatto, lui era consapevole di non avere speranza. Ed è, questo delle persone indigenti e malate, uno dei “vuoti” del nostro sistema di assistenza. Qui a Viale K c’è una persona malata di tumore, prossimamente ne arriverà un’altra, dimissionaria dall’ospedale. Spesso si presentano qui con una sportina di plastica in mano, e niente altro. Noi li ospitiamo, ma è ovvio che non siamo la struttura più adatta per affrontare casi simili. O ci sono gli Hospice, o ci sono i centri di accoglienza. Invece ci sarebbe bisogno di strutture “intermedie” che affianchino all’accoglienza anche servizi sanitari».
Alessandra Mura
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