«Senza aiuti dalle istituzioni dopo la morte di Gerardo»
Tecopress. La vedova Cesaro: «Anche chi non ci conosce ci ha dato un mano» Il figlio: «Vogliamo verità, non scaricabarile: papà stava lavorando quella notte»
Il processo si apre con l’amarezza della vedova di Gerardo Cesaro, Catia Zuccheri: «IN questi anni nessuno ci ha aiutato come famiglia, nessuno delle istituzioni, Stato, Regione, sindaco: solo la gente comune, anche persone che non abbiamo mai conosciuto, a loro va il nostro ringraziamento». Quattro anni e mezzo dopo il terremoto del 2012 e la tragedia della Tecopress, in cui morì suo marito sotto il capannone crollato, finalmente è partito il processo che vede 5 imputati tra tecnici e il titolare dell’azienda. Ieri mattina, i due filoni dell’inchiesta aperti dalla procura in questi anni di indagine sono stati accorpati dal giudice Vartan Giacomelli che ha accolto anche la richiesta di chiamare, al processo, come responsabile civile Tecopress. Udienza velocissima, dunque, fissando il calendario udienze e aggiornando al 30 marzo. «Cosa ci aspettiamo da questo processo dopo tutto questo tempo? Che vengano indicate responsabilità, ci venga datata una verità perchè quella notte mio padre era al lavoro non a divertirsi, e ci aspettiamo soprattutto che non ci sia uno scaricabarile, perchè il lavoro deve essere garantito in un luogo sicuro» ribadisce Nicola, il figlio di Cesaro. «Perchè - chiude la vedova - ogni capannone dovrebbe essere messo in sicurezza, non solo quello per cui siamo qui, ma tutti». Un processo che servirà per il futuro? «Sì, per la sicurezza di tutti i capannoni, a prescindere dal fatto che siano sismici o non sismici: abbiamo aspettato oltre 4 anni dalla tragedia, è stata lunga, troppo». Gerardo Cesaro aveva 51 anni e lavorava nel turno di notte quando in quell'alba di morte non riuscì a scappare e venne schiacciato dal crollo del capannone (nel Ferrarese furono altre tre le vittime nei capannoni crollati). I cinque imputati oltre Enzo Dondi, il titolare Tecopress, sono i tecnici Modesto Cavicchi, Dario Gagliardi e Antonio Proni e la responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani. L’accusa sostiene che fossero «esigibili» e necessari interventi per la messa in sicurezza dei capannoni, pur senza obblighi specifici (antisismici) e di legge. Sono contestate dalla procura le violazioni delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro e la non adozione di miglioramenti antisismici sui capannoni, poi crollati, nonostante non vi fossero, prima del 2003 (anno in cui il Ferrarese fu indicato come zona sismica) obblighi di legge per adottare questi accorgimenti. Obblighi assenti su cui giocano le difese che hanno sempre sostenuto che le accuse sono da dimostrare, poichè prive di qualsiasi presupposto giuridico, poichè non vi erano norme sulla antisismicità delle costruzioni industriali prima del 2003.
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