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«Castello e Pinacoteca? Due realtà molto lontane»

«Castello e Pinacoteca? Due realtà molto lontane»

Jadranka Bentini (Italia Nostra) critica il trasferimento da Palazzo Diamanti «La raccolta frutto di un collezionismo riparatore estraneo alla Casa d’Este»

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«Ogni progetto culturale che possa definirsi serio deve tenere conto della storia pregressa e del suo significato. Ecco perché non convince affatto lo spostamento della Pinacoteca Nazionale di Ferrara, entrata di recente nell'orbita della Galleria Estense di Modena, entro le mura del Castello». La riflessione di Jadranka Bentini di Italia Nostra parte dal progetto di “rinascita” del Ducato estense promosso dal Ministro Franceschini per arrivare a bocciare l’idea di fare del Castello Estense il nuovo contenitore dei capolavori attualmente conservati a Palazzo Diamanti. Perché di estense quella raccolta, obietta «non possiede notoriamente nulla: a Ferrara, città di assenze per le sfortunate vicende post ducali, non rimase che ricorrere nell'Ottocento al recupero di opere locali essenzialmente da chiese per istituire una Civica Pinacoteca nel 1836, stabilizzata poi nel 1842 in Palazzo dei Diamanti che ne divenne da allora, per 174 anni fino a oggi, la sede storica», statalizzata nel 1956. Da allora «con sempre maggior impulso dinamico, si sono succeduti interventi riparatori alla struttura monumentale lesa dalla guerra, restauri ai coperti e ai paramenti murari, riorganizzazioni espositive in ragione di importanti acquisizioni di raccolte e opere provenienti dal collezionismo locale otto-novecentesco, fino al deposito gratuito della collezione di dipinti della locale Cassa di Risparmio e alla giusta attribuzione della ex raccolta Sacrati Strozzi da parte dello Stato». Da qui l’identità della Pinacoteca ferrarese: «a tutti gli effetti espressione delle volontà locali, nonché museo del collezionismo e di quello che resta delle antiche quadrerie ferraresi, vale a dire di quella stagione luminosa di età moderna di impronta borghese che intese riparare ai danni di una estirpazione storica di opere d'arte senza precedenti». Con queste premesse, risulta chiaro che la Pinacoteca «nulla ha a che spartire con la più famosa delle dimore estensi, il Castello», tanto più che «non si comprende come i grandi formati ad affresco di provenienza ecclesiastica potrebbero entrarvi, isolatamente o peggio ancora con le strutture allestite ad hoc in tempi recenti». Bene gli investimenti milionari, sottolinea Bentini, ma che sia oculati. Non c’è dubbio che il Castello sia il più visitato dei monumenti ferraresi, ma meglio «si adatterebbe a sede di mostre temporanee una volta liberato interamente da situazioni improprie. Non sarebbe poca spesa, ma già i 7 milioni stanziati dal Ministero per Ferrara fanno ben sperare per il futuro». In ogni caso, il dibattito in corso sul trasferimento della Pinacoteca «potrebbe costituire un precedente per altri casi italiani, ed è perciò quanto mai provvidenziale, purché condotto nell'ambito di una riflessione generale sullo stato dei musei ferraresi e nell'ottica della necessità di realizzare un sistema museale ferrarese, come da più parti invocato e mai realizzato». Un passaggio, sottolinea Bentini, «che deve precedere l'ansia di inaugurare velocemente un circuito turistico cui ancorarsi per far lievitare numeri e investimenti». E se anche il ruolo di Palazzo dei Diamanti va ripensato («lo spazio destinato al compito di ospitare mostre è ormai esiguo») questo non deve avvenire non a scapito della Pinacoteca. «Vi è un intero comparto urbano da valorizzare - suggerisce Bentini - quel quadrivio che si affaccia fra corso Ercole d'Este e Corso Porta Po immettendo sulla vecchia via degli Angeli: un nodo storico urbanistico fra i più significativi, certamente il più celebre, dell'Italia rinascimentale, che altri due Palazzi, Palazzo Prosperi Sacrati e Palazzo Bevilacqua, ornano ai lati, entrambi idonei ad ospitare attività culturali. Non valorizzare degnamente questo comparto equivale alla rinuncia di un impegno plurisecolare».

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