«Raggiunta quota 300»: Carife verso la vendita
Il presidente Nicastro annuncia il via libera all’accordo per gli esuberi. Lunedì 23 gennaio verifica su fondi e part-time, poi trattativa con Bper: servono mesi
FERRARA. La parola fine al dilemma di quota-300 per gli esuberi Carife l’ha messa il presidente Roberto Nicastro. Ieri pomeriggio (20 gennaio), mentre si rincorrevano le indiscrezioni sul numero e soprattutto la caratteristica delle domande di esodo volontario da parte dei dipendenti, il rappresentante dell’azienda ha preso la parola alla conferenza organizzativa della Uilca, a Roma, con parole definitive: «I dipendenti che hanno accettato di dimettersi dalla banca alla scadenza dei termini di ieri sera (giovedì 19) sono oltre la soglia dei 300. Lunedì 23 gennaio ci sarà una verifica e un confronto con i sindacati per verificare come arrivare a 350 equivalenti», che è l’altro obiettivo fissato dall’accordo. Missione compiuta, insomma, e a questo punto nulla osta alla presentazione dell’offerta vincolante da parte di Bper, con la conseguente incorporazione di quanto rimane della banca ferrarese.
Punti da chiarire
A quanto si apprende, soglia-300 è stata superata grazie alle domande dei cinque più due, cioè di chi può andare in prepensionamento con sette anni di scivolo, una condizione che riguarda una quarantina di persone. Non è però chiaro se siano già a disposizione i soldi necessari per estendere lo scivolo anche ai nuovi, visto che servirebbero 3 milioni di euro, inoltre una decina di dipendenti maturano questa possibilità solo in autunno, cioè dopo la scadenza indicata dall’accordo che è aprile. Bisogna infine verificare quanti contratti a tempo pieno sarà necessario trasformare in half-time, per giungere appunto al risultato finale in termini di risparmio di costi.
I perché di chi è uscito
Dietro i freddi numeri, però, ci sono i travagli di centinaia di famiglie, «ho visto piangere delle colleghe che hanno dovuto prendere la decisione di andarsene» raccontava un sindacalista per testimoniare il clima delle ultime ore. «Ho deciso di licenziarmi anche per i miei figli, il timore era di non poter rimanere vicino a casa con l’arrivo di Bper, visto che il nostro amministratore delegato Giovanni Capitanio ha ripetuto più volte “scordatevi la bicicletta”» è la testimonianza di una dipendente dei servizi centrali, confidata al rappresentante sindacale. C’è chi ne ha approfittato per aprire l’attività professionale da tempo sognata, ma le motivazioni più forti al leave modello Brexit sono parse di natura familiare.
I perché di chi è rimasto
Al netto di storie circolate nelle filiali, di detentori di portafogli clienti ben nutriti che hanno fatto pesare il rischio-emorragia ottenendo condizioni migliorative per rimanere, molti remain sono risultati semplicemente della incapacità di prendere una decisione. «Sono rimasta ferma in attesa degli eventi, la cosa più difficile è stata prendere una decisione del genere in pochi giorni» ha confessato al suo delegato una quarantenne con figli, impiegata in un ufficio interno.
I prossimi passi
La verifica di lunedì 23 sarà seguita a distanza di un giorno dal consiglio di amministrazione nel quale Bper è chiamata a fare il passo formale verso l’acquisizione, «resta da completare la discussione con Bper» ha concluso Nicastro, il quale ha indicato in altri 3-4 mesi il lavoro per completare la cessione delle quattro good bank. Mancano passaggi importanti come l’individuazione della società specializzata che si farà carico di altri 400 milioni di crediti deteriorati (non è scontato che sia il fondo Atlante, anzi) e l’entità della ricapitalizzazione da parte del Fondo interbancario, che “balla” tra 100 e 150 milioni di euro. Lo Stato ha già garantito la liquidità con uno specifico decreto.
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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