Meno pillole, più sostegno La salute mentale al bivio
La nuova direttrice Paola Carozza sta riorganizzando dipartimento e servizi Rete di sentinelle per anticipare le diagnosi, attenzione anche alle famiglie
SEGUE DALLA PRIMA. Anche un bar può essere una palestra adeguata; arrivare a chiedere un caffè con gentilezza un primo significativo passo. Iniziative che non possono essere spontanee e non si improvvisano: Carozza ha previsto uno specifico percorso formativo per il personale, mentre con gli psichiatri interni ha in corso una seria riconsiderazione sull’uso degli psicofarmaci, nel rapporto tra benefici e rischi.
Lavori in corso anche sul fronte della integrazione tra le unità operative del dipartimento, prospettiva fondamentale in una realtà in cui la metà dei pazienti è seguita da più specialisti abituati a non dialogare tra loro. La testimonianza arriva dalle famiglie che troppe volte hanno ricevuto indicazioni contrastanti se non inconciliabili; la risposta è nell’attivazione di team formati dai referenti di centri salute mentale, servizi contro le dipendenze, unità di diagnosi e cura e di neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza che possano affrontare ogni singolo caso nella sua complessità, dando una risposta d’insieme.
Nella malattia mentale una diagnosi tempestiva è essenziale. Gli studi scientifici concordano sul punto: le cure sono efficaci solo se attivate entro due anni massimo dall’insorgere del problema. Ne va soprattutto delle abilità sociali e dunque della possibilità di stare in mezzo agli altri, di sapersi rapportare, di proseguire una vita in autonomia. Vietato tentennare o affidarsi solo alla sensibilità delle famiglie che comunemente, anche quando sospettano, stentano ad ammettere un problema che crea imbarazzi e vergogna come solo l’Aids fa, dicono gli studi. Per quanto il Dipartimento lavori sulle famiglie per cancellare gli irrazionali sensi di colpa, riconoscere la malattia e chiedere aiuto, occorre allargare la squadra di chi può far suonare il campanello d’allarme, dai consultori ai servizi sociali, allo spazio giovani. Giovani: schizofrenia, sindrome maniaco-depressiva e disturbo della personalità sono malattie dei giovani. Anche quando si manifestano in età più avanzata, sono nate tra i 14 e i 25 anni.
La rete di monitoraggio è destinata a crescere ulteriormente con le Asp e nelle scuole con Promeco, e punta ad un maggior coinvolgimento di medici e pediatri di base. Nei piani di Carozza c’è un lavoro in sinergia con le Asp anche per l'autismo adulto, quello che colpisce chi ha più di tredici anni e a cui il servizio pubblico dà una risposta minima: cura intensivamente i problemi dei bambini fino a sei anni, ma già con le elementari molla la presa. Ci sono fondi specifici della Regione che verranno finalmente chiesti e utilizzati per uno psicologo e uno psichiatra.
L'integrazione con i servizi sociali è un indirizzo anche nel servizio di monitoraggio dei minori: occhi aperti per rilevare maltrattamenti o abusi. L'allontanamento da casa è sempre un trauma, oltre che un salasso per le casse pubbliche, e va riservato ai casi limite, sostiene Corazza; ragionamento confortante per una provincia con un tasso di bambini tolti ai genitori tra i più alti in Emilia Romagna.
Negli ultimi sei mesi il confronto con i direttori dei distretti Ausl ha portato ad organizzare equipe territoriali integrate con psicologi del servizio di psichiatria infantile per valutare i casi a rischio. Team aziendali sono stati attivati anche per prendere in carico il ritardo mentale, evitando di abbandonare i pazienti nelle residenze delle coop e di lasciare le famiglie a se stesse.
Già, le famiglie. Se il processo che sposta il focus dal paziente al medico è ben avviato, il progetto di dare sostegno a ciascuna famiglia, fosse anche solo di gruppo, è ai primi passi. Supporto di base, soprattutto informativo, affiancamento psicoeducativo per ridurre i conflitti in casa e gruppi di mutuo aiuto: nell’idea di Carozza le famiglie vanno coinvolte sin dal primo accesso, a costo di forzare la privacy.
Madri, padri e fratelli devono sapere con precisione cosa ha chi vive con loro, e devono sapere come comportarsi. Serve a ridurre i rischi di ricaduta per il paziente e ad evitare che i familiari si ammalino a loro volta. Il coinvolgimento della famiglia come punto fermo. Deve diventare una prassi, insiste la direttrice, che ha chiaro in testa un programma fatto di incontri periodici che a Ferrara e a Copparo sono già cominciati. La strada è lunga, ma il cammino è stabilito.
Luca Traini
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