La Nuova Ferrara

Ferrara

«Niente attenuanti, per loro l’ergastolo»

di Daniele Predieri
«Niente attenuanti, per loro l’ergastolo»

Il pm Savino chiede ai giudici il carcere a vita per Fiti e Ruszo: è la pena equa per tanta efferatezza, spietatezza e crudeltà

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Si rivolge ai giudici, schierati davanti: a quelli popolari, cittadini qualunque prestati alla giustizia che indossano la fascia tricolore per stabilire, assieme ai due giudici togati della Corte d’assise, la sentenza per l’omicidio di Pier Luigi Tartari. In modo didattico, comprensibile, incisivo e convincente, il pm Ciro Alberto Savino spiega che «compito dello Stato è quello di infliggere una pena che generi prevenzione e protezione», che «abbia effetto deterrente», per un «fatto molto grave come l’omicidio».

Il picco di delitti del 2015

Come tanti altri delitti che hanno avuto «un picco nel 2015 nel Ferrarese». Rapine con omicidi, come quella di Tartari, assalti in casa ad anziani per pochi euro e tanta violenza. «Vi ricordo quello di Cloe Govoni, uccisa a pugni (il fatto a Renazzo nel novembre 2015, due mesi dopo l’omicidio Tartari, ndr)», cita Savino, chiedendo ai giudici «quale pena possa coniugare un effetto dissuasivo di fronte a tanta efferatezza, spietatezza, crudeltà, di fronte ad un pestaggio, legatura, bendaggio e l’abbandono di un uomo, morto dopo 4/5 ore di asfissia, in un casolare». E’ deciso e convinto, deve spiegare, con questo preambolo giuridico-didattico, a conclusione di due ore sintetizzando la galleria degli orrori che è stato l’omicidio Tartari, perchè quei due ragazzi che gli siedono di fianco, Costantin Fiti e Patrik Ruszo, poco più di 40 anni in due, debbano essere condannati all’ergastolo, il carcere a vita, o come dicono là dentro, «fine pena mai».

Un processo discutibile

Dopo un processo che molti hanno definito «inutile e farsa», non certo per lo sforzo dei giudici nè tantomeno dei legali delle vittime, la famiglia Tartari e il Comune di Ferrara, l’accusa presenta il conto a Patrik Ruszo che rischia l’ergastolo senza nessun premio, pur avendo confessato, fatto trovare il corpo di Tartari che come ha ammesso lo stesso pm Savino, citando la polizia, «altrimenti non sarebbe mai stato trovato». Nessun premio per lui, ha sottolineato lo stesso pm Savino, ieri nella richiesta di ergastolo, perchè di fatto Ruszo pur avendo collaborato durante le indagini, al processo non lo ha fatto.

Gli altri parenti indagati

Anzi. Sono emerse soprattutto situazioni d’accusa che potrebbero aggravare la sua situazione, quella dei suoi parenti, la madre, Sivakova Ruzena, detta Rosi, la badante che abitava nella casa vicina a quella di Tartari e la zia Agata Farkasova. Anche per Rosi, mai coinvolta nè indagata, il pm Savino ha presentato il conto, chiedendo la trasmissione degli atti, ma solo per “ricettazione” (una tv rubata da Pajdek e Fiti che lei teneva nella casa di Aguscello), nonostante le tante bugie, falsità e contraddizioni su ciò che accadde nell’estate 2015, a suo figlio: un ruolo quello di Rosi mai valutato in pieno, tanto da far ammettere dallo stesso Savino «l’attività di indagine in merito non è arrivata in profondità». Nessuno sconto di pena e dunque ergastolo, tantomeno, per Constantin Fiti che continua a sostenere di esser estraneo alla rapina-omicidio di Tartari, a dire - ieri per la prima volta - che la sera del 9 settembre 2015, dell’assalto in casa ad Aguscello e del pestaggio di Tartari, dopo aver passato tutto il giorno con Ruszo e Ivan Pajdek (l’altro assassino, condannato a 30 anni), si separò dagli altri per andare a giocare alle slot fino a tarda sera.

Ero ai videogiochi non ho ucciso

Ma è possibile ancora oggi, a distanza di un anno e mezzo dall’omicidio, accettare la tesi difensiva di Fiti, che fosse presente solo allo shopping, del giorno dopo il delitto, con Ruszo e Pajdek e che non uccise?

Per il pm Savino assolutamente no. E lo ha spiegato alla Corte incasellando tutti i riscontri, le telefonate intercettate, elementi di prova contro Fiti, soprattutto le dichiarazioni accusatorie della sua ex compagnia, Miriam, da cui ha avuto un figlio e che oggi, dopo questa tragedia - forse, unica note positiva di questa tragedia - sta ricominciando a vivere. Il ruolo di Miriam lo ha tratteggiato con umanità e rispetto: è lei a raccogliere le “confessioni” indirette di Fiti al telefono (intercettati) e nei colloqui: «Questa volta l’ho fatta grossa», disse Fiti al telefono con lei la mattina del 10 settembre, ore dopo l’omicidio.

«Non so se è vivo o morto»

Fiti le disse di aver partecipato all’omicidio, di aver lasciato Tartari nel casolare: «Non so se vivo o morto», la frase a Miriam che inchioda Fiti. Miriam racconta e sa già tutto, tra il 10 e il 18 settembre, pochi giorni dopo la rapina-omicidio. E poi ammetterà: «la mia colpa è stata quella di non aver parlato prima, dovevo farlo il giorno stesso, ma ho cercato di proteggere me stessa, mio padre (anche lui accusatore di Fiti, lo ospitava qui in casa a Ferrara, deceduto durante le indagini, ndr) e mio figlio». Il figlio anche di Fiti, e da lui ha preso le distanze. Perchè - spiega Savino - «Miriam da ragazza immatura e con un padre derelitto, trova la dignità di dire basta, dopo una collezione di errori, perchè Fiti per lei non è più il bandito di strada che la affascina, ma un assassino».

Da ladro di bici ad assassino

«Ragazzo di strada difficile, violento che da ladro di bici diventa assassino» lo tratteggia Savino, e lui Fiti glielo rammenta - nelle dichiarazioni spontanee, che non trova nemmeno il coraggio di leggere in aula, ma lo fa il suo legale - ricordando che in passato da ladro di bici aveva rubato anche quella dell’avvocato che ora lo sta difendendo, tentando di evitargli quell’ergastolo che si è concretizzato ieri pomeriggio. Poi si sofferma poco su Ruszo che ha già confessato: anche lui leggendo una lettera in aula, dice che «era drogato quella sera, di Crystal (droga sintetica, agli atti non c’è traccia di questo. ndr)».

Ergastolo e isolamento

«Nessuno dei due ragazzi merita attenuanti - chiude Savino - nè Fiti nè Ruszo, non possono averle da voi giudici». E poi ci sono gli altri reati: rapina, furti e uso di bancomat per spendere al meglio i soldi del “bottino”: calcola i 5 anni e mezzo in più, che non si sommano all’ergastolo. E allora, carcere a vita sì, ma per i primi tre anni, isolamento diurno.

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