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Ordine dei medici e veleni per l’elezione

di Daniele Predieri
Ordine dei medici e veleni per l’elezione

Il presidente Di Lascio al processo: Droghetti disse di non ricandidarmi, c’erano carte compromettenti per me e i miei figli

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«Arriviamo subito al fatto», sollecita il giudice Sandra Lepore. E Bruno Di lascio, attuale presidente Ordine dei medici, racconta, il fatto, al microfono nell’aula del tribunale, chiamato a deporre come vittima del reato contro un collega Paolo Droghetti («ci conosciamo da 40 anni»), per pressioni e minacce allusive che Di Lascio ha denunciato di aver subito, diventate penalmente “violenza privata” di cui Droghetti è oggi imputato.

Il fatto inizia «la sera del 24 settembre 2015 - spiega Di Lascio al giudice - quando un collega, Marco Vaccari mi riportò di un incontro avuto con il dottor Paolo Droghetti che gli riferiva di dirmi che io avrei dovuto ritirare la mia ricandidatura dalla presidenza dell’Ordine perchè c’erano delle carte che potevano mettere in difficoltà e compromettere me e i miei figli». Il giorno dopo, Di Lascio «tormentato» dalla notizia chiede un incontro a Droghetti, va nel suo studio che gli conferma quanto riferito da Vaccari, spiegando di aver saputo di «queste carte» in giro, da altri medici Claudio Casaroli e Francesco Levato: «Ma Casaroli - spiegava ieri Di Lascio - che io chiamai, mi disse di non saperne nulla, al che Droghetti riferì durante quell’incontro: “Io non faccio la fetta di prosciutto in mezzo al panino”». Ed eccolo, allora, Droghetti richiamare Casaroli (irreperibilie) e chiamare invece Levato, il quale giunto in studio da Droghetti confermò tutto, prendendo le distanze sull’avvertimento: «Io non sono d’accordo, i figli non si toccano». E’ tutto qui il processo, sui “veleni” all’Ordine dei medici di Ferrara nell’autunno 2014, innescati dalle elezioni all’Ordine dei medici. Un processo lampo in cui ha deposto solo Di Lascio poichè lo stesso giudice ha ritenuto non necessaria altra istruttoria, aggiornando tutto al 2 marzo per la conclusione e raccogliendo i documenti prodotti dalle parti: accusa (pm Antinori), parte civile (avvocati Mazzanti e Gionchetti) e difesa (Linguerri). Un processo per cui il giudice sembra avere già le idee chiare e lo proverebbe una delle domande poste dal giudice stesso a Di Lascio: «Ma non potrebbe essersi trattato solo di un consiglio?», amichevole da Droghetti e non violenza privata? «Io non l’ho percepito come tale», replica Di Lascio in modo diretto. Consiglio o minacce, il fatto si consuma nel settembre/ottobre 2014 e ruota attorno a «quelle carte», riferite ai due figli di Di Lascio: Federico, medico, e Tommaso, imprenditore. «Non sapevo se fossero o meno carte compromettenti per i miei figli», precisava Di Lascio, aggiungendo che le parole avevano «carattere quasi intimidatorio». Le carte riguardavano il diploma di specializzazione che il figlio Federico, medico, ottenne a Messina in Medicina Generale (poi decaduto, poi ricorsi al Tar e altri strascichi amministrativi) e per l’altro, Tommaso, che subì un accesso dell’Agenzia delle entrate che lo portò a transare un pagamento, «obtorto collo» precisava ieri Di Lascio. «I figli non si toccano», ma in questo fatto furono la causa scatenante di “veleni”, pressioni, minacce o “consigli”, per invitare Di Lascio a non ricandidarsi alla guida dell’Ordine, nel 2014, in una corsa elettorale (immaginate cosa possa accadere ad altri livelli o enti) che accese i contrasti nel mondo dei camici bianchi ferraresi su chi avesse dovuto governare l’Ordine: e i “veleni” finirono sulla stampa locale, con altra pressione mediatica dirompente, diceva amareggiato Di Lascio.

Non senza conseguenze, visto che - come precisavano al giudice i legali di Di Lascio - vi sono state altre querele per diffamazione, per dichiarazioni e conferenze stampa dei medici delle liste rivali a Di Lascio: denunce archiviate per altri due medici coinvolti Claudio Casaroli e Piertomaso Mecozzi: «è l’ex vice dell’Ordine, condannato per peculato», ricorda Di Lascio citando le cronache. Ma sempre veleno è.

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