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l’intervento del blogger rudy bandiera

«Ragazzi, attenti a tutti i social possono provocare drammi»

«Ragazzi, attenti a tutti i social possono provocare drammi»

Si fa presto a dire Rete. «Sono famoso». Lo dice un ragazzo che si appoggia al palco su cui il blogger Rudy Bandiera ha appena terminato la lezione. Famoso è una delle parole che ricorrono con...

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Si fa presto a dire Rete. «Sono famoso». Lo dice un ragazzo che si appoggia al palco su cui il blogger Rudy Bandiera ha appena terminato la lezione. Famoso è una delle parole che ricorrono con maggiore frequenza. L’altra è leader. Ma famoso per cosa? E leader di cosa? Bandiera mostra alcuni esempi: il ragazzino diventato famoso perché si filma mentre gioca al computer; la fashion blogger, una ragazza diventata (ancora) famosa perché dà consigli su come vestire. Un interesse deve pur esserci, in chi la osanna. Ma c’è anche una selva di domande che non sono affatto figlie dello snobismo. Facebook, Twitter, Instagram sono, o possono essere, come un tatuaggio: l’amore finisce, il tatuaggio resta. La sbornia passa, il teschio col pugnale tra i denti è invece lì a ricordartela. Altro che diritto all’oblio! Conta fare una cosa, ma soprattutto conta farla prima di tutti. Ma, allora, non è la stessa regola che vale per i giornali? Che senso avrebbe, allora, parlare di scoop? Non sono forse la stessa cosa? Vince chi dà per primo la notizia. In Rete si trova il vero, il falso, il certo, l’incerto, e il verosimile. La “notizia” che Barack Obama sarebbe nato in Kenia e, dunque, non avrebbe mai potuto diventare presidente degli Stati Uniti tenne banco per settimane. A meno che non la si pensi come Sean Penn: «Non ho Twitter, nè Facebook - ha detto l’attore americano - . Vedo la connettività nella coesistenza degli uomini ma vedo anche che nelle economie più ricche internet è usato più per sciocchezze che per l’informazione». Si fa presto a dire Rete. (m.puli.)

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