Le macchie di ruggine nel cuore della Pmi
Negli ultimi anni hanno chiuso numerose aziende con centinaia di addetti nell'area industriale di Cassana. Ex big come Romagna Ruote o Sistema Walcon sono difficili da riconvertire
FERRARA. Il via vai di camion e automobili è continuo, nella cittadella dei capannoni delimitata a est dall’autostrada e ad ovest dal complesso Hera, anche perché non è facile orientarsi nel castrum di strade anonime e incroci tutti uguali, tanto che a volte non basta il navigatore per centrare al primo colpo l’ingresso giusto. Ma la zona della Piccola e media industria di Cassana, il più importante polo produttivo cittadino al di fuori del petrolchimico, comincia a mostrare le ferite di otto anni di crisi quasi ininterrotta e delle difficoltà di politiche basate sulla concorrenza sfrenata tra aree produttive. Accanto alle realtà della logistica e dei servizi industriali, che rappresentano il volto più dinamico della storica zona Pmi, si allargano le macchie color ruggine e stoppie dei capannoni abbandonati, alcuni da diversi anni, come testimonia il degrado esterno, altri più di “fresco”. Sono i numeri dei fallimenti e delocalizzazioni che diventano nature morte della galleria urbanistica ferrarese, in attesa di segnali concreti d’inversione della tendenza alla deindustrializzazione della nostra periferia.
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I lati più arrugginiti del quadrilatero sono quelli dei primi insediamenti, attorno al gomito di via Vespucci. Percorrendolo da via Diana, la media è di due-tre capannoni aperti e uno chiuso, come la maggior parte di quelli della zona in mano a società di gestione immobiliare milanesi che propongono i loro «vendesi» e «affittasi». Ci sono gli scheletri di aziende trasferitesi poco lontano, come Barbieri Tende o Omp, o finite in liquidazione, come Gb Evolution, assieme a scheletri di capannoni mai finiti e sommersi dai rovi, e lotti ancora vergini. Da qualche capannone spuntano cavi e materiale abbandonato, in altri è dura perfino indovinare il logo dell’azienda che si era insediata lì.
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Sulla “promenade” di fronte al canale Diamantina ci s’imbatte nei resti della Sistema Walcon, ex gioiello della componentistica per porti turistici. A distanza di oltre due anni dalla liquidazione, il sito produttivo di un’azienda che era arrivata ad aprire una sede operativa a Shanghai, è rimasto tale e quale. Pochi metri prima c’è il cancello chiuso della Lavoranti in Legno, che s’indovina solo dal piccolo logo rimasto sulla fiancata del fabbricato: l’azienda sembra chiusa tanto che hanno dovuto attaccare un cartello con la scritta «siamo in stabilimento» e un numero di cellulare da contattare. La coop regina degli infissi in legno attende ancora di conoscere il destino proprio e dei 75 dipendenti rimasti, oggi in cassa integrazione, ma quella realtà produttiva in ogni caso non sarà più la stessa. In fondo alla strada c’è un anonimo capannone abbandonato, dove pure il cartello «vendesi» è accartocciato dal vento e dall’incuria, il numero di telefono va intuito.
Piantata nella zona centrale della Pmi c’è l’enorme carcassa di Romagna Ruote, ex Reynold Wheels terminata come Fpi, che all’alba del nuovo millennio occupava 350 persone ed esportava in tutto il mondo. Solo il susseguirsi delle insegne ricorda questo passato nemmeno remoto (l’azienda è cessata tre anni fa), si fatica ad immaginare chi possa prendersi in carico un’area del genere.
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Il bar California presidia l’accesso alla Pmi ed è l’antenna più sensibile per i sommovimenti della zona: «C’è un calo di clienti? Eccome, da quattro-cinque anni a questa parte, ma negli ultimi tempi si è fatto sentire di più» racconta il titolare Valerio Piffanelli. Non siamo ai toni “trumpiani”, ma il campanello d’allarme suona da un po’.
Stefano Ciervo
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