Albe, un amore per la moto. «Ma era prudente»
Il papà e la zia ricordano il ragazzo morto nell’incidente di Cologna
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TAMARA. Che strana che è alle volte la vita. E come sa essere strana ed assurda anche la morte. Loro, e le loro crudeli conseguenze. Sono le 16 di ieri. Si capisce da alcune sensazioni che è trascorso un giorno intero dalla tragedia che ha fermato il cuore di Federico. Arriviamo in via Pampano Brusantina, incrocio Via Macchiavella, nel punto esatto in cui lunedì alle 18 è morto Federico Albertin, 17 anni, studente all’Iti di Ferrara. Lo scontro tra la sua moto e un’auto. Boom. Un botto. E la vita che se ne va. Federico è morto così. Tornava da Berra, aveva trascorso un po’ di tempo con Martina, la sua ragazza. Poi, verso il crepuscolo, si era rimesso in sella alla sua “125” e aveva ripreso la via di casa. A Tamara lo aspettavano i suoi genitori. Come sempre. Tutto normale.
La mente, per certi strani percorsi che forse sono soltanto della mente, ci riporta alla sera prima, a lunedì sera appunto. E la sensazione è alienante. È allora che pensiamo che visto così, senza quell’orribile telo bianco macchiato di rosso, senza quel casco volato via con un botto, senza le divise, le luci artificiali, l’ambulanza, senza la Polizia municipale, senza il papà e la mamma di Federico, visto così come lo abbiamo visto ieri, sembra tutto fuorché l’inferno di via Brusantina della sera prima. Sembra che quell’inferno non sia mai esistito. Sembra che qui non sia morto un ragazzo di 17 anni che amava la vita e la sua moto. Ma questa non è che una parte di un racconto che non avremmo mai voluto scrivere. Questa è Cologna.
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L’altra parte del racconto si svolge a Tamara, in via Zerbini, dove sono raccolti uno abbracciato all’altra il padre e la madre di Federico, Albe lo chiamavano gli amici. Luciano Albertin e Claudia Maccapani sono lì, non da soli. A sostenerli, a parlare di Federico, a ricordare quella volta felice in cui tornò con tre suoi amici dalle colline bolognesi, a guardare negli occhi Luciano e Claudia, c’è la zia, Corrada Zanella, una donna elegante nei modi e nelle parole che ci apre la porta. Ha gli occhi gonfi, gonfi come quando non si dorme per una settimana. E ci parla: «Cosa posso dire di Federico? Che era un ragazzo stupendo - sussurra - , era una persona buona, disponibile, allegra. Amava la vita, dava consigli lui agli amici su come andare in moto. Non meritava di fare un fine così». La zia, con rara gentilezza, ci guarda, accenna un sorriso amaro. Poi riprende: «Avete parlato con i compagni di classe?», ci chiede. Sì, questa mattina (ieri per chi legge). Tutti parlano di Federico come di un ragazzo pieno di virtù. «Era così, - prosegue la zia - Federico era quello, un giovane generoso. Guardate quanti amici stanno uscendo dalla casa, gli volevano bene tutti. Era un ragazzo giudizioso, educato. Era lui che dava i consigli agli altri: andate piano, diceva, andate piano». Le moto degli amici sono parcheggiate nel cortile della casa di via Zerbini.
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Tamara sa, ed il paese è rimasto ammutolito di fronte a questa tragedia che per qualche motivo fa piangere, fa disperare più di altre tragedie, peraltro simili quanto a dolore. Vorrebbero andare a Cologna, per far sentire il rombo delle moto al loro Albe, per dirgli che loro ci sono e non lo scorderanno mai. Ma è già quasi l’imbrunire e qualche mamma consiglia che non sarebbe il caso di tornare da quelle parti. Almeno per un po’.
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Mentre parliamo con zia Corrada, dall’uscio della casa della famiglia Albertin esce papà Luciano, il papà di Federico. Ci scusiamo se, la sera prima, siamo stati inopportuni. Ma si avverte subito che l’atmosfera, drammaticamente identica, ha in sè anche motivi di novità. «Non si preoccupi - ci dice il signor Luciano allungandoci la mano - sa, sono momenti che....». Non serve proseguire. Uno sguardo negli occhi vale più di un sacco pieno di parole.
«Era così, sa - prosegue ancora la zia Corrada -, era così sa, Federico. In tutte le sue cose. Io gli ero molto, molto affezionata. Come stanno i genitori? Ha visto, sono distrutti, e poi solo quel figlio, c’era solo Federico. Questa morte è una cosa troppo grande, è troppo grande». Salutiamo e ci congediamo con il sottofondo che è il rombo del motore delle moto. Ci viene in mente, della sera prima, il lunedì della tragedia, la frase di un parente degli Albertin: «Sa perché cadiamo? Cadiamo per imparare a rimetterci in piedi». Per qualcuno è stato così. Qualcosa che assomiglia al destino non ha voluto riservare la stessa sorte a Federico. Lui non si è più rialzato. Disteso come un angelo su quella strada colorata di rosso.
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