Caravita alle Seychelles e Cmr affondava nel crac
L’ex addetta ufficio legale: «Andava per le tartarughe, forse là i conti off-shore» Al telefono: «Sanno chi ha rubato e chi è il capo banda, erano chiacchiere da bar»
«Il mio direttore generale andava ogni due mesi alle Seychelles, gli piacciono tanto le tartarughe: questa è la versione ufficiale»: si è scritto di tutto, negli anni recenti, su Pier Bruno Caravita, ex direttore generale Cmr, oggi a processo per il crac della coop per bancarotte di ogni tipo, preferenziale, distrattiva e dissipativa, per aver portato alla rovina una azienda gioiello. Nessuno sapeva all’esterno di Cmr della «sua passione per la natura», anche se tutti ne parlavano davanti alle macchinette del caffè in Cmr, perchè in realtà, si chiacchierava, «è lì alle Seychelles che debbono cercare i conti off-shore». «Si vociferava in Cmr» che i soldi - mai trovati all’estero e che la stessa difesa di Caravita ovviamente smentisce in modo categorico, alla luce dei riscontri del processo - fossero stati portati là, visti i continui viaggi di Caravita stesso. Questo è solo uno spaccato parziale del processo in corso, molto tecnico e che sta mettendo in luce le scatole cinesi e le triangolazioni che portarono alla spoliazione del patrimonio di Cmr, fallita nel 2011, per un buco secondo solo alla Coop Costruttori di cui era diventata l’erede a metà anni 2000. Uno spaccato di Cmr offerto ieri mattina in aula uno dei testimoni ritenuti più importanti, tanto importante che all’epoca del suo interrogatorio alla finanza - prima e dopo questo - venne subissata di telefonate dai vertici Cmr per sapere cosa avesse detto. Sara Ricci era una addetta dell’ufficio legale di Cmr ed è lei a spiegare cosa accadeva in Cmr, alla fine del 2010, e intercettata al telefono (come tanti altri) parlava, parlava e parlava ancora. «Tutte chiacchiere da bar», si giustifica davanti ai giudici Giacomelli, Lepore e Landolfi, incalzata dal pm Nicola Proto prima e poi dall’avvocato della Cmr (del curatore fallimentare) Eugenio Gallerani. Lei, assunta a contratto determinato, redigeva i verbali di cda e assemblee (luglio-ottobre 2010, prima del concordato, ritenuti falsi dall’accusa). E diceva al telefono: «Quei simpaticoni mi hanno fare i verbali che ero solo una segretaria e non avevo nessuna respondabilità». E che dire allora quando al telefono con un’amica (Elisa), le due convengono sul processo penale che ci sarà e lei, sicura: “Non ho nulla da nascondere sono l’ultima ruota del carro, c’è gente che ha rubato per degli anni”. Nulla da nascondere? Non sembra al pm Proto che vuole sapere del motivo di affermazioni così nette al telefono sulla vita in Cmr: «le sue risposte le trovo generiche e ambigue». E lei: «Erano frasi da bar, ero arrabbiata ho perso lavoro, quota sociale e non fui confermata». Al telefono lei e l’amica si dicevano: «devono seguire i soldi e troverete i responsabili». Quali soldi, quelli portati all’estero? le chiede diretto il pm Proto, citando i viaggi alle Seychelles di Caravita. «Se andava là, era una mia deduzione, si sa che le Seychelles sono nella black list», come paradisi fiscali. E ancora la telefonata con un altro ex dipendente Cmr che le chiedeva del suo interrogatorio e che i finanzieri sapevano già di ruoli e responsabilità. «E’ tutto molto chiaro, intanto sanno chi è il capo di tutto e della banda, la famiglia Caravita», si dicono lei e Luigi: «Se vanno a vedere (i finanzieri, ndr) i conti off-shore forse trovano qualcosa, hai capito!» Ma erano davvero solo «chiacchiere da bar»? chiede alla Ricci lo stesso giudice Giacomelli. «Sì, ero arrabbiata ieri e lo sono ancora oggi: vedere un’azienda che va bene e che poi improvvisamente chiude, all’improvviso». Ma se la “versione ufficiale” era quella delle tartarughe come motivo dei viaggi, quella ufficiosa qual era? «Non si sapeva, ma si poteva dedurre, tanti hanno rubato per anni, si diceva», nella pausa caffè, prima del crac.
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