«Gli hanno dato quattro anni Ma io ho paura»
Dopo il processo, il racconto della vittima «Lui è ai domiciliari e non mi sento tranquilla»
Per chi fa stalking la condanna può durare qualche anno, per chi lo subisce dura tutta la vita. Vivere nel terrore segna, rende diffidenti e ti cambia per sempre. Nessuno meglio di una vittima può raccontarlo; ha accettato di farlo per la “Nuova” l’ex fidanzata di Giuseppe Rinieri, l’uomo di 36 anni condannato mercoledì in primo grado a 4 anni di reclusione, con rito abbreviato, e attualmente agli arresti domiciliari.
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Come hai conosciuto Giuseppe?
«Stavo cercando suo fratello Stefano, che anni fa era rimasto coinvolto in un incidente stradale in cui avevano perso la vita due ragazzi, miei parenti. Non avendo trovato Stefano su Fb ho contattato Giuseppe. E da lì è nato tutto».
Quanti anni avevi?
«È stato sei anni e mezzo fa, ne avevo diciannove. Vivevo da sola e mi mantenevo lavorando come barista o in campagna»
Cosa ti era piaciuto di lui?
«Essendo più grande di me di dieci anni, mi dava un senso di protezione. Però era tutta una cosa finta».
Com’era la vostra relazione?
«I primi quattro anni sono stati abbastanza normali, magari capitava una sberla ogni tanto. Già la sberla è troppo eh, lo so, ma in fondo non mi sembrava niente di che».
E per quali motivi capitava la sberla?
«Magari per qualche bugia che gli raccontavano gli amici, tipo che ero uscita dall’Agip, dove per un certo tempo ho lavorato, a un orario diverso. Lui credeva a loro, non a me. E quando tornava a casa ci andavo di mezzo io».
E tu sopportavi?
«Che altro dovevo fare? Vivevo da sola. Se anche lo avessi denunciato prima, chi mi avrebbe aiutato? Non avevo nessuno a cui appoggiarmi perché i rapporti con i miei sono un po' burrascosi, di conseguenza dove andavo a sbattere la testa? Lui era la mia paura. Pensavo: se mi mette le mani addosso posso anche andare all’ospedale, ma prima o poi devo pur tornare a casa. E lui mi butta giù la porta con un calcio».
Cosa ti ha dato la forza di ribellarti?
«La svolta è stata nel settembre 2015. Io ero stanca perché lui non era onesto nel rapporto con me, diciamo che teneva i piedi su due staffe e avevo deciso di andare a lavorare a Milano. Quel giorno ero andata a fare il colloquio insieme a mia cugina; siamo tornate a casa verso le 18.30 e poco dopo la mia macchina è stata incendiata. Il giorno dopo sono scappata a Bologna, perché il lavoro a Milano sarebbe cominciato solo venti giorni dopo. Lui è venuto a cercarmi, si è messo a piangere. Una scena da matti. E io ci sono cascata. Ho lasciato perdere il lavoro a Milano e sono tornata con lui. E da quel momento siamo andati a vivere insieme».
Per un po’ non ci sono stati problemi.
«Fino a febbraio dell’anno scorso, quando ho scoperto che continuava a mentirmi. Gli ho detto che era finita, lui ha fatto le sue due valigie e ha preso la porta. Ma purtroppo non riusciva a farsene una ragione. Nel frattempo avevo aperto un bar, ma proprio il giorno in cui dovevo consegnare la caparra... per combinazione entrano i ladri a casa mia e per combinazione non rubano nient’altro a parte i 3000 euro di caparra. Per fortuna sono riuscita a superare questo intoppo e aprire lo stesso il bar. Ma lui non si rassegnava. Era insistente. Mi diceva: “Tu non mi lasci, tu sei mia”. Come se fossi un suo oggetto».
Quando è arrivata la prima denuncia?
«A fine luglio, dopo la prima grossa litigata, nel bar. È arrivato come una furia pretendendo che gli consegnassi il cellulare, che si apriva con l’impronta digitale. Sbranandomelo dalle mani è riuscito ad aprirlo, ha letto alcuni sms in cui dicevo che volevo dedicarmi ai tatuaggi e ha perso la testa. Ha frantumato il telefono, mi ha dato un calcio nello stomaco, mi ha colpita con il casco dietro la nuca. Io sono corsa al telefono fisso per chiamare i carabinieri, lui mi ha scagliato addosso uno sgabello e mi ha mancata, poi mi ha lanciato tra le gambe un espositore di caramelle. Poi finalmente sono arrivati i carabinieri».
E da quel momento è cominciato tutto.
«Tutta la persecuzione. Che ha coinvolto cinque famiglie. Messaggi e minacce continui, appostamenti ovunque. Se l'è presa con mia mamma. Le ha detto: “Ti do fuoco a letto”. Le ha bruciato il camion, a me ha bruciato la seconda macchina».
Ti ha anche sottratto l’auto, una volta.
«È stato in agosto, a Porto Garibaldi. Voleva incontrarmi per parlare a casa mia, a Spina, ma ho rifiutato perché era troppo isolato e avevo paura. Allora ci siamo visti a El Puerto. Io cercavo di mantenere le distanze, lui insisteva per tornare con me, ma ormai ero decisa. Allora mi ha lanciato addosso un bicchiere di carta pieno d’acqua, davanti alla gente, e mi ha preso le chiavi della macchina. Dentro l’auto c’erano le chiavi del bar, e nel bar c’era il telefono. È andato nel locale, si è preso anche il secondo telefono e mi ha lasciato l’auto con un secchio di sabbia nel serbatoio».
Dopo la prima denuncia come ha reagito?
«È venuto a cercarmi a casa per otto giorni di fila, ma io ero a Ferrara, al Centro Antiviolenza. Lì però non sono voluta rimanere, perché mi avevano detto che dovevano isolarmi. Ma non è giusto, pensavo: io devo isolarmi dal mondo, quando è lui a sbagliare? Allora sono andata a vivere con il mio nuovo compagno e la sua famiglia».
La tua vita com’era?
«Ai domiciliari. Stavo nascosta in camera. Paura, ansia e panico, tanto panico. Non si viveva più, eravamo tutti nervosi, litigavamo per ogni stupidaggine».
E il lavoro?
«Il lavoro ciao. Il bar l'ho dovuto chiudere: sono sotto di 32.000 euro per colpa sua. Tutto mi ha distrutto, non uscivo più, non potevo più a frequentare nessuno. Ho passato sette mesi da reclusa, l’unico momento di aria era andare giù in giardino e tornare subito su».
Lui ha anche aperto due falsi profili Facebook per insultarti
«C’era la mia foto, la mia faccia. Scriveva che avevo l’epatite, che avevo l’Aids. Condivideva i post e poi li cancellava. Ha anche pubblicato un video in cui bruciava i miei vestiti».
Poi sono arrivati i domiciliari, ma dopo l’interrogatorio di garanzia sono stati trasformati in divieto di avvicinamento.
«Ha detto che doveva lavorare per sostenere la sua famiglia, ma non era vero. E infatti non avendo niente da fare è tornato subito a tormentarmi, Finché non ha picchiato mio cognato ed è tornato ai domiciliari».
Cosa pensi della condanna a quattro anni?
«Del processo sono contenta, ma spero che i quattro anni li faccia tutti dentro, dal primo all'ultimo. Il fatto che sia ai domiciliari non mi fa sentire tranquilla. E spero inoltre che ci sia veramente questo risarcimento».
Pensi che con questa condanna tu possa avere un po’ di pace?
«Lo spero, ma vivo ancora nella paura. Tanto per fare un esempio: sono scesa a comprare i croccantini per il cane, tempo due minuti e ho trovato le gomme dell’auto a terra. Una cosa però la voglio dire: oltre al mio avvocato Sara Bruno voglio ringraziare il maresciallo dei carabinieri Rasconi che è stato come un padre per me. Ha seguito ogni cosa meticolosamente, l’ho chiamato tutte le volte che avevo paura».
Adesso hai questi quattro anni davanti.
«E tra quattro anni? È quello il problema. Magari allora avrò una famiglia: e se mi succede qualcosa, come andrà a finire? Lo stalking è una cosa che ti cambia la vita per sempre, ti segna nel profondo. E non solo chi lo subisce, ma tutte le persone che gli sono vicine».
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