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La difesa per mamma Rosi Il processo ad un fantasma

L’avvocato Micai: «la donna basista?E’ accusata da Pajdek, un avanzo di galera» Il collega Bova: «Fiti non c’era, ma Igor presente nelle altre rapine della banda»

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Ergastolo per Constantin Fiti. Ergastolo per Patrik Ruszo. E dire che il primo ha sempre sostenuto di non essere stato presente la notte della rapina e dell’omicidio, ma solo il giorno dopo. E allora ecco l’avvocato Alberto Bova costretto, nella sua arringa di ieri mattina, a processare, di fatto un fantasma: quello di Igor Vaclavic, 41 anni, russo, complice della rapine della banda Pajdek. Ipotizzando ai giudici che ad Aguscello quella sera e Fondo Reno poi quando scaricavano il corpo del povero Tartari, non c’era Fiti (mai presente negli assalti dell’estate calda 2015) ma Igor. Invece, Patrizia Micai, assistendo Ruszo aveva dovuto difendere la madre del ragazzo, Ruzena Sivakova, mamma Rosi, da un «avanzo di galera», come aveva definito Pajdek nella sua arringa: era stato Pajdek ad indicare mamma Rosi come la basista, l’organizzatrice della rapina-assalto nella casa di Pier Luigi Tartari, lei che lavorava nella casa attigua come badante: «ma chi in questo processo dice questo? Solo Pajdek», spiega ai giudici per demolirne la credibilità. Pajdek ha voluto coinvolgere mamma Rosi perché «è stata lei a farlo catturare: lo ha fatto perché Pajdek ha messo in questa situazione il figlio e lo ha coinvolto nelle altre rapine, era lui a dargli i soldi per droga e machinette e altro» E allora, la Micai sintetizza il pensiero di mamma Rosi, “tu me l’hai rovinato, avanzo di galera che no sei altro e io mi trovo sotto un ponte», dopo essere stata licenziata e senza soldi. Un processo nel processo, dunque: e dire che la posizione di Patrik Ruszo era quella meno vulnerabile e attaccabile, visto che il ragazzo aveva confessato, fatto trovare il corpo del povero Tartari, nel tugurio di Fondo Reno. Ma la Micai aveva voluto il «processo lungo»: lo voleva Patrik per riabilitare anche la figura di mamma Rosi, nonostante il ragazzo avesse avuto la possibilità di chiudere tutto subito con una pena di poco più di 20 anni (il premio per la collaborazione). Nella sua arringa, Alberto Bova non ha pensato alla pena che i giudici potevano valutare: aveva chiesto l’assoluzione per Fiti, insinuando alla Corte il principio del “ragionevole dubbio”: sulla credibilità dei testi che mettono Fiti sulla scena del delitto (l’ex fidanzata, il padre di lei), smontando i riscontri raccolti non sufficienti per condannare un ragazzo all’ergastolo. Per Bova, Fiti era ed è «solo un ladro di biciclette». Lo dice citando il film di De Sica, sconfinando nel processo di Oj Simpson (senza certezza, si assolve) e nel delitto della Sapienza (Scattone e Ferraro condannati per aver ucciso per sbaglio una studentessa: omicidio preterintenzionale). Costruisce la sua difesa per fare breccia sui giudici popolari con quel ragionevole dubbio. Anche sul fatto che quella notte Tartari non fu portato via vivo, ma morì nella casa: difesa tecnica, di impatto emotivo. Però, senza risultato.

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