Quando fare la campagna saccarifera era il sogno ferrarese
A Pontelagoscuro i silos dell'ex zuccherificio Sfir sono oggi archeologia industriale. Attivo per più di un secolo, lo stabilimento è chiuso dal 2007
FERRARA. Per almeno 4 generazioni è come il ricordo che si fa materia nella madeleine proustiana, il dolce-biscotto che ricordava al grande scrittore francese i sapori di un tempo perduto. Ecco. Qui a Pontelagoscuro, lo scheletro dello storico zuccherificio evoca, invece, non soltanto 100 anni di vita, ma anche un’area lunga non più di 500 metri nella quale si racchiudeva, in pratica, una piccola città. C’era chi lavorava (nello zuccherificio), chi si divertiva (nella discoteca che sorge a poche decine di metri dal Po), e c’erano anche i borghesi che sguazzavano nella piscina del circolo Canottieri.
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Erano gli anni Settanta, Ottanta e inizio Novanta, quando lo zuccherificio di Pontelagoscuro (100 dipendenti fissi, più qualcosa come 250 stagionali) era l’Eldorado di Ferrara. Qui veniva lavorata la barbabietola da zucchero ed a quei tempi (ma in fin dei conti stiamo parlando “solo” di una decina di anni fa, mica di un secolo) si diceva che “in tlà zucarièra ad Ponte, a vien fora al zùcar più bon d’Italia”, che tradotto dal dialetto ferrarese vuole dire, suggestione più suggestione meno, “nello zuccherificio di Pontelagoscuro, viene prodotto lo zucchero più buono d’Italia”. Chi l’avrebbe detto che un futuro non lontano avrebbe riservato ben poche cose dolci. Qui, passando per questo cancello oggi devastato dalla ruggine, arrivavano in tanti. Chi non aveva un lavoro, i giovani che volevano far fronte da soli alle loro spese. Se si perdeva il posto, l’ultima possibilità era lo zuccherificio. Qui, lavorando 4/5 mesi (gli stagionali) si portavano a casa 6/7 milioni di lire, tanto per rendere l’idea. C’era chi faceva la “campagna” (bastava dire campagna perché da tutti fosse intesa quella saccarifera, e nessun’altra), e poi “riposava” il resto dell’anno; chi si pagava le spese universitarie, chi metteva via un po’ di soldi, chi la faceva anche solo per un anno per togliersi uno sfizio, comprarsi l’eterno oggetto del desiderio, che so? la macchina nuova.
Diventa antipatico, di questi tempi, dare sempre la colpa all’Europa e alle sue direttive. Ma sta di fatto che il vecchio continente non è citato invano: difatti, dal 2007, da quando cioè proprio le direttive dell’Ue sono entrate in vigore (le quote zucchero un po’ come le famoso quote latte), lo zuccherificio non esiste più. Chiuso. L’ultima campagna saccarifera è datata proprio 2007. Dieci anni sono passati. Sbirciando oltre i cancelli (arrugginiti) si nota comunque quel che si deve notare: nei viali, chiamiamoli così, dell’ex stabilimento si vedono ormai solo vecchi silos, antichità industriali che, non a caso, oggi sono sotto la tutela della Soprintendenza come archeologia industriale. Addio zuccherificio, addio lavoro per migliaia e migliaia di persone. Perché? Un po’ sempre per i soliti motivi: colpa delle direttive dell’Ue, colpa della crisi. E un altro, identico risultato: l’ennesima epopea industriale che diventa, appunto, archeologia. Anche stavolta una certa globalizzazione ha dato frutti insperati.
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