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«Quattro anni di persecuzioni»

«Quattro anni di persecuzioni»

Il pm chiede per Fiti la condanna a 2 anni e 2 mesi: stalking contro l’ex compagna

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Piove un’altra richiesta di condanna sulla testa di Constantin Fiti, uno dei tre imputati del delitto Tartari condannato all’ergastolo il 17 febbraio scorso assieme ad uno dei complici, Patrik Ruszo. Ieri si è svolta in tribunale l’udienza di un altro processo nel quale il giovane è accusato di stalking ai danni dell’ex compagna, accuse per le quali la pm onoraria Elisa Bovi ha chiesto la reclusione a 2 anni e 2 mesi. Il processo non si è concluso perché la difesa ha chiesto un rinvio, la sentenza arriverà il 6 marzo. La vicenda giudiziaria ha per protagonisti Fiti e una sua ex fidanzata. I due hanno avuto una breve relazione sentimentale «durata pochi mesi». Fiti era ancora minorenne, ma già piuttosto aggressivo. Nel 2011, quando l’imputato aveva appena compiuto 18 anni, la donna era stata presa in carico dai servizi sociali dell’Asl per le sue condizioni psicologiche ed era stata collocata in un alloggio pubblico. L’imputato, questo uno dei dettagli emersi nel processo, entrò nell’abitazione usando modi violenti. La vicenda sembrò ricomporsi quando i due si trasferirono in Romania presso la famiglia di lui. Ma durò poco. «Mi picchiava», ha spiegato al giudice Debora Landolfi l’ex compagna di Fiti. I genitori dell’imputato, poco tempo dopo, allontanarono entrambi da casa e i due si trasferirono da un parente, sempre in Romania, in una situazione di grave disagio e precarietà.

«Ero incinta ed ero costretta ad aspettare per ore fuori di casa, in mezzo alla neve», ha dichiarato la donna che dopo qualche settimana di sopportazione si è rivolta al consolato ed è rientrata in Italia. La storia al centro del processo inizia a questo punto. La parte lesa, rappresentata dall’avvocato di parte civile Saverio Stano, aveva già troncato la storia con Fiti, viveva con i genitori ma veniva spesso attesa sotto casa o accostata dallo stesso Fiti che iniziò a telefonare in modo assiduo. La sorella, che ieri ha deposto, lo teneva lontano da lei. «Suonava il campanello, voleva entrare in casa - ha raccontato la teste - e diceva “tanto prima o poi mi riprendo la bambina”. L’aveva chiamata anche dalla Francia». Nel 2012 la donna sporse altre tre querele a carico di Fiti per minacce e percosse dopo le denunce presentate nel 2011, come ha spiegato al giudice l’ispettore di polizia che seguì il caso. La pericolosità dell’imputato è stata confermata anche dall’assistente sociale che aveva preso in carico la complessa situazione della parte lesa. «Sono stata minacciata personalmente da Fiti che chiedeva informazioni che non potevamo dargli - ha dichiarato ieri l’operatrice - Un giorno mi aveva impedito di uscire dall’ufficio e mi aveva mostrato anche un taglierino. Abbiamo chiamato le forze dell’ordine. Alcuni miei colleghi sono stati minacciati di morte. Alla nostra assistita dicevo di non andare in giro da sola». Nel frattempo l’ex compagna di Fiti ha perso la custodia della figlia.

L’imputato avrebbe proseguito con questi atteggiamenti fino al 2015, quando è finito in carcere per altri motivi. Nel frattempo era stato oggetto anche di un ordine di espulsione emesso dalla questura - come ha ricordato ieri l’ispettore sentito in aula - in qualità di cittadino comunitario ritenuto pericoloso. Nel settembre del 2015, quando avvenne l’omicidio Tartari, però Fiti era ancora in Italia.

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