Blandini: Carife finanziò il proprio aumento di capitale
Ieri in procura l’interrogatorio del commissario liquidatore della vecchia Cassa. Fu lui a segnalare alla procura la bancarotta patrimoniale dello scambio di azioni. Ultimo atto dell'incheista sul Crac, si chiude a marzo
FERRARA. Tre ore davanti ai pm Longhi e Cavallo, in un clima sereno e tranquillo, rispondendo a tutte le domande sull’aumento di capitale di vecchia Carife, chiarendo gli ultimi dubbi - se ve ne fossero ancora dopo 2 anni di indagine - degli inquirenti. Antonio Blandini si è presentato ieri mattina in procura con i suoi due legali, il penalista Marco Linguerri e il professor Francesco Mucciarelli, uno dei massimi esperti italiani di diritto penale commerciale e bancario. Per ribadire ciò che aveva già scritto nei suoi atti: che l’aumento di capitale fu un colossale bluff, diventato oggi un reato di bancarotta patrimoniale proprio su sua segnalazione, perchè come scriveva il suo perito nel 2014, il professor Massimo Fabiani, «di fatto Carife finanziò il proprio aumento di capitale».
Tre ruoli per lo stesso Blandini
Nessuno meglio di Blandini potrebbe affermare tutto ciò: perchè Blandini, ricordiamo, è stato prima commissario in Carife per Banca Italia (banca commissariata, 2013), poi commissario liquidatore (fine 2015, dopo la liquidazione coatta a seguito del Salva banche) nonchè, oggi, rappresentante legale di vecchia Carife (da atti giudiziari, estate 2016): in questo ruolo è stato chiamato ieri in procura perchè rappresenta vecchia Carife, indagata penalmente assieme alle altre banche coinvolte nell’aumento di capitale (Valsabbina, Caricesena, PopBari e PopCividale) sulla base di una speciale norma, mai applicata a Ferrara: la legge 231 che prevede una responsabilità amministrativa-penale degli enti in conseguenza di illeciti penali commessi da amministratori.
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Fin qui le spiegazioni tecniche, perchè in realtà, il faccia a faccia di ieri in procura, è servito per precisare le accuse che Blandini aveva e ha mosso nei confronti degli ex amministratori per le operazioni commerciali che hanno portato vecchia Carife al dissesto. Dopo l’interrogatorio, il legale, Marco Linguerri si è limitato a spiegare «che Blandini ha risposto a tutti i dubbi degli inquirenti e di non poter entrare nel merito, visto il segreto istruttorio e l’indagine in corso».
Parlano gli atti giudiziari
Ci vengono in aiuto, allora, gli atti stessi della procura, allegati agli avvisi di garanzia inviati a raffica in questi mesi: i primi 21 questa estate e gli altri 33 poche settimane fa, per il crac di vecchia Carife sull’aumento di capitale. Del resto, pur non sapendo cosa Blandini abbia o meno riferito in procura, è possibile ricordare quanto lui stesso aveva segnalato sulla irregolarità dell’aumento di capitale e dello scambio di azioni tra Carife e le quattro banche esterne indagate coi rispettivi vertici e cda per bancarotta.
Doveroso rappresentare che...
«E’ doveroso rappresentare l’elemento più delicato di tutta l’operazione di aumento di capitale - scriveva Blandini nella relazione dopo lo stato di insolvenza - ovvero gli effettivi destinatari dell’aumento, i soggetti che concretamente l’hanno sottoscritto». Si faccia attenzione al passaggio sottolineato graficamente negli atti.
Contrariamente a quanto detto
«Contrariamente alla documentazione esibita in Banca Italia (sui sottoscrittori, ndr), nonostante la sussistenza di precisi impegni e disponibilità sottoscritti sia da Fondazione Carife controllante (che poi non parteciperà e per questo sono indagati gli ex vertici, ndr), sia da altri soggetti autorevolissimi operanti sul mercato finanziario (l’interessamento di grandi banche, ndr), l’andamento concreto della sottoscrizione è stato totalmente diverso». Diverso da cosa? Dalle prescrizioni di Banca Italia perchè - precisa Blandini - «avvenuta integralmente ad opera di clientela retail».
I clienti di Carife: un barile raschiato all’inverosimile. Ma non si poteva fare. Lo dice Blandini citando il suo perito, Fabiani: «L’aumento di capitale ha comportato solo fittiziamente un aumento delle risorse visto che una quota considerevole (15%, 22.8 milioni di euro, ndr) è stato sottoscritto da banche di cui Carife ha acquistato quote azionarie: di fatto Carife ha finanziato il proprio aumento di capitale». Un “fai da te” che ora si traduce in crac.
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