«Epatite C, dopo 20 anni la cura giusta»
Paziente ferrarese guarito grazie alla nuova terapia da 80 mila euro: l’Emilia Romagna ha scelto di pagarla
FERRARA. Convivere per decenni con il nemico che vuole rubarti la vita. È la condizione che in Italia accomuna oltre un milione di persone infettate dall’epatite C. Pazienti per i quali negli ultimi 2-3 anni si è aperta una prospettiva nuova: quella di lasciarsi alle spalle definitivamente la malattia. Un’esperienza vissuta in prima persona anche da Giovanni (nome di fantasia), paziente di 75 anni residente a Ferrara che il 18 maggio 2016 ha visto finalmente comparire sul referto la formula che conferma l’uscita di scena (e cioè dal sangue) del virus Hcv: presenza non rilevabile. «Non è stato un miracolo - racconta - grazie ai nuovi farmaci distribuiti negli ospedali è un risultato conseguibile anche per chi, come me, ha contratto una delle forme più difficili da debellare».
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Giovanni ha una lunga storia da raccontare, perché il sospetto che la sua salute fosse a rischio ha iniziato a maturarlo nel 1980. «Facevo le analisi del sangue e le transaminasi risultavano sempre sopra la soglia - ricorda - qualche anno dopo mi sono infortunato in modo lieve sul luogo di lavoro e il medico che mi ha assistito mi ha consigliato di sottopormi al test per l’epatite C. Ho continuato ad eseguire regolarmente le analisi che però, ancora nel 1991, davano esito negativo per la ricerca dell’Hcv». Giovanni, come gli specialisti che lo avevano in cura ma non avevano potuto acquisire elementi sufficienti per fare una diagnosi, ha continuato a fare i conti con quei valori sballati ancora per anni, quando grazie al test Elisa il suo prelievo è risultato positivo all’epatite C., malattia che può essere causa di cirrosi ed epatocarcinoma.
«Quando ti comunicano la notizia pensi che, nonostante la prognosi di lungo termine, non stai poi così male. Non avevo sintomi, a parte il risultato delle analisi del sangue, che indicassero la presenza di una malattia. La botta, però, è durissima ed è psicologica perché ti senti un untore - commenta Giovanni - all’improvviso diventi un “pericolo” per i tuoi affetti, per tua moglie, i tuoi figli, per tutti coloro che potrebbero infettarsi venendo accidentalmente in contatto con il tuo sangue. Se mi screpolavo la pelle cucinando buttavo via tutto, solo così mi sentivo tranquillo. Comunichi la “scoperta” al dottore, al tuo dentista, agli amici che ho continuato a frequentare anche dopo. Nessuno mi ha fatto pesare la cosa nemmeno sul lavoro, sono stato fortunato». In casa ci si muove con più attezione. Forbicine separate, spazzolino riposto lontano da quello dei conviventi, come il pettine, l’asciugamano. «Cambi anche il tuo modo di vivere i rapporti più intimi - aggiunge Giovanni - usi tutte le accortezze, ti informi, cerchi di capire dove si annidano i rischi. E speri che esista una terapia».
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Giovanni si è sottoposto al primo ciclo di Interferone nel 1998 associato ad un antivirale, la Ribavirina. «Mi seguiva il reparto di Gastroenterologia del Sant’Anna - dice - e devo ringraziarli per tutto quello che hanno fatto per me in questi anni». La terapia dura un anno: dodici mesi di punture e pastiglie. Per controllare la febbre, effetto collaterale, c’è la tachipirina. Contro la stanchezza, anche se «sopportabile», nessun rimedio. L’organismo però è “sordo”: nessuna risposta alla terapia. Giovanni, consigliato da uno specialista, si rivolge a Bologna dove è già disponibile un nuovo farmaco a base di Interferone. Siamo nel nuovo millennio ma il risultato non cambia: pochi mesi dopo la cura il virus riappare spegnendo ormai labili speranze.
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Fino al 2015 gli esami confermano che il virus è ancora lì e che le condizioni del fegato peggiorano. Nell’ottobre di quell’anno l’esame col “fibroscan” certifica lo stadio F3 della malattia e, con quell’indice di gravità, si può accedere alla cura con i farmaci di nuova generazione a carico della Regione. «Ho fatto tre cicli con due farmaci (i principi attivi sono Sofosbuvir e Ribavirina) il cui prezzo esposto (sulla scatola) era di oltre 27mila € a ciclo (più di 80mila € in totale) - conclude Giovanni - Da nove mesi il virus è sparito. So che la spesa a carico della collettività è molto alta e che la Regione Emilia Romagna è stata una delle prime a muoversi nella direzione giusta. Ma allargare la platea di chi può accedere a questa cura è un obiettivo che oggi ogni sistema sanitario dovrebbe porsi».
Gioele Caccia
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