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«Vinyloop, la soluzione non è la cassa integrazione»

«Vinyloop, la soluzione non è la cassa integrazione»

I sindacati dei chimici: riprendere la ricerca sulla rigenerazione del Pvc Si cercano nuovi partner per rilanciare il brevetto innovativo di Solvay

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Da centro di ricerca pioniere in Italia a impianto di produzione poco competitivo e destinato a esaurirsi già entro la fine di quest’anno. Per i sindacati dei chimici è questa la parabola che rischia di percorrere Vinyloop, la società insediata nel Petrolchimico fin dal 2000, nata da una joint venture tra i gruppi industriali Solvay e la francese Ferrari, e che attualmente conta 18 dipendenti. La sua vocazione, hanno ricordato ieri i rappresentanti sindacali (Fausto Chiarioni per la Filctem Cgil, Vittorio Caleffi per la Uiltec Uil e Stefano Mantovani per la Femca Cisl), è sempre stata quella dell’economia circolare: attraverso un’avanzata tecnologia infatti gli scarti di Pvc misti ad altri materiali vengono rigenerati fino a tornare a uno stato molto prossimo al prodotto originale. Un brevetto innovativo realizzato dalle strutture di ricerca della stessa Solvay e che rappresenta forse un esempio unico in Italia. Proprio il suo ruolo di centro di studi sperimentale, hanno premesso ancora i sindacalisti, implica per Vinyloop un disavanzo strutturale, che si assesta attorno ai 2 milioni di euro annui.

Ma non è qui che sta il problema di sopravvivenza di Vinyloop. I punti critici sono altri, due in particolare: l’arrivo, nel luglio dell’anno scorso, del gruppo inglese Ineos che ha rilevato la quota Solvay (60%) diventando socio di maggioranza; secondo fattore: la decisione del parlamento europeo di stringere i tempi (da sette a quattro anni) di eliminare nel Paesi Ue la presenza di ftalati, sostanze classificate come tossiche e che si trovano però proprio nei rifiuti post consumo utilizzati da Vinyloop per produrre Pvc rigenerato. Con conseguente calo di vendite. La strada da percorrere, per rispettare la normativa, sarebbe quella di utilizzare solo i rifiuti post industriali (privi di ftalati), ma la presenza sul mercato del “nuovo” Pvc, spiegano i sindacalisti, è ancora troppo scarsa per assicurare materia prima sufficiente per mantenere l’attività di riciclo. A remare contro, non solo la stretta sui tempi imposta dall’Ue, ma anche l’abbassamento del prezzo del petrolio che rende più conveniente l’acquisto di Pvc vergine anziché riciclato. A questo si aggiunge l’intenzione, da parte di Ineos, di accantonare la ricerca sul riciclo e trasformare Vinyloop in stabilimento di produzione tout court, allo scopo di ripianare il bilancio. «Ma le dimensioni dell’impianto rendono questo obiettivo irrealizzabile. Basti pensare che per tornare in pareggio Vinyloop dovrebbe aumentare la produzione del 600% nel 2017». Per recuperare il deficit, Ineos ha poi deciso di tagliare sui costi fissi, chiedendo l’apertura della cassa integrazione per 13 settimane per altrettanti dipendenti. Una proposta che i sindacati hanno respinto, rifiutando di firmare l’accordo a metà febbraio.

«Non è questa la soluzione. Occorre insistere e investire sulla ricerca, e cercare altri partner (ci sono già proposte in questo senso) disposti a entrare nella società. Chiediamo a Ineos di non modificare la politica industriale di Vinyloop e valutare all’interno della propria Commissione sostenibilità i vantaggi di immagine e legati all’economia circolare. Lo hanno capito bene i francesi di Ferrari, che non si limitano a riciclare il Pvc, ma lo ritirano e lo rilavorano. E ci guadagnano in immagine. Altrimenti sei solo un produttore di rifiuti».

Alessandra Mura

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