Toscano assolve l’operato di Murolo
L’avvocato che per anni ha criticato la gestione di banca e Fondazione fornisce la sua versione sul grande crac
GIUSEPPE TOSCANO. A metà degli anni ’90 Carife aveva acquistato il Credito Agrario, conoscendo di conseguenza gravi problemi di redditività dovuti alla forte somma sborsata e una pesante diaspora interna dovuta alla incapacità di amalgamare nella sua organizzazione le due anime delle risorse umane, di cultura professionale molto diverse. Si verificò inoltre in quel periodo una caduta verticale dell’economia provinciale ove erano ubicate la totalità delle Filiali della Banca (di lì a poco si verificarono i default di numerose prestigiose aziende industriali; le più emblematiche furono la Zanolini, l’Eridania, la Jean Kleber, la Coop Costruttori e così via).
L’economia ferrarese sprofondava in assets molto più vicini a quelli di analoghe città del Sud Italia che a quelli delle realtà emiliane. Estremamente preoccupata per le vicissitudini nelle quali si trovava la banca si era creata nella Fondazione (socia di controllo) e nel C.d.A. una corrente di pensiero che vedeva il futuro in una cessione a Deutsche Bank ed un’altra che invece voleva ricercare una nuova strategia espansiva anche oltre le mura cittadine per salvaguardarne l’esistenza e la territorialità. Prevalse quest’ultima impostazione e fu progettato con la collaborazione della consulente Ernest Jang un nuovo innovativo piano industriale con caratteristiche di crescita esterna.
All’inizio del 2000 fu chiamato a dirigere la banca e a riempire di contenuti il cennato piano industriale una risorsa esterna, tale da non accentuare le diverse e contrastanti aspettative delle due fazioni interne. Fu dunque assegnato l’incarico di Direttore Generale al dott. Gennaro Murolo, dirigente bancario che aveva maturato la sua formazione professionale in 15 anni trascorsi in Italia e all’estero alle dipendenze della Banca Commerciale Italiana e successivamente in altri 15 anni di Dirigenza Generale presso la Cassa di Risparmio di Mirandola. Dall’inizio del 2000 fino alla fine del 2008 l’azienda conobbe uno straordinario sviluppo sempre sostenuto da piani industriai triennali redatti dalla consulente Ernest Jang ed approvati all’unanimità dai rispetti CdA dell’epoca, che - tra l’altro - non mancarono mai di ottenere il consenso della Fondazione. Il patrimonio di Vigilanza, quando il DG lasciò la banca nel corso del 2009, ammontava ad oltre 600 milioni di euro, la massa amministrata superava i 15 miliardi di euro, gli impieghi economici ammontavano a circa 6 miliardi di euro. Era stata creata un’articolata rete commerciale composta da circa 160 filiali in 5 regioni d’Italia, era stato costituito un dinamico Gruppo bancario, che controllava altre 6 banche locali (Banca Popolare di Roma, Banca Farnese a Piacenza, Banca Modenese, Cassa di Risparmio di Forlì, Banca di Treviso, Credito Veronese). Il Gruppo deteneva anche il controllo di alcune società di Servizi Bancari (Commercio e finanza leasing, Carife Sim, Carife Broker ed altre minori): nel suo insieme il Gruppo si era collocato al 16 posto tra quelli nazionali ed al terzo tra quelli emiliani. La redditività si era manifestata molto buona ed aveva consentito di distribuire tra i soci oltre 150 milioni di dividendi; il valore del titolo era più che quadruplicato fissandosi a fine 2008 intorno ai 42 euro.
La Fondazione, unitamente all’Assemblea dei Soci, in tutto quel periodo continuò nella sua tradizionale politica di gestione delle nomine del CdA della banca e successivamente anche nei CdA delle controllate, perseguendo lo scopo (sotto il controllo della Confindustria e dell’Associazione Agricoltori locali) di privilegiare nelle nomine la presenza di tutti o quasi i Rappresentanti delle categorie economiche locali, non sempre verificandone le competenze specifiche.
Nel corso del 2008 prese corpo in modo drammatico la crisi finanziaria americana, che poi si abbattè in Europa e in tutto il mondo. Pesanti furono i default di banche commerciali e di affari in America ma anche in diversi Paesi Europei con sistematiche nazionalizzazioni e salvataggi di Stato. Iniziò corposamente il fenomeno delle sofferenze bancarie. Anche Carife ne fu vittima, ma alla fine del 2008 la situazione era ancora gestibile e la banca chiuse ancora un bilancio positivo come è stato detto precedentemente. Agli inizi del 2009 interviene una ispezione della Banca d’Italia che coglie Carife mentre è in attuazione - come già detto - una profonda revisione organizzativa mirante ad ottimizzare i propri assets e le proprie strategie in funzione dell’aggravarsi della crisi finanziaria mondiale. L’esito di questa ispezione non è favorevole ma non tale da stravolgere le prospettive della banca, che - a detta degli Ispettori stessi - poteva ancora contare su cospicuo patrimonio: non furono infatti adottati provvedimenti traumatici come ad esempio il commissariamento o il cambio forzato degli amministratori.
Si rivelò, nella circostanza, una preoccupazione sulla posizione del Gruppo Siano di Milano ed in particolare sui fondi “Aster” e “Calatrava” ma nel maggio del 2009 fu adottata una delibera di “consolidamento”, approvata all’unanimità e con l’accordo informale anche degli Ispettori di Bankit, nella quale si approfondì adeguatamente la dinamica dell’operazione fin dal suo nascere e la sua specificità per la banca, anche alla luce del cospicuo numero di mutui ipotecari di privati (circa 200) le cui procedure erano già state programmate da parte della neonata Filiale di Milano. In questa delibera furono chiaramente evidenziati i rischi in essere e le relative coperture di garanzie reali e personali che coprivano adeguatamente le esposizioni nonché le valutazioni delle stesse ad opera di un valutatore indipendente, quale è la “RichardHellis”. Tale valutazione, peraltro, fu confermata pienamente nei valori al 31/12/2009, dalla perizia redatta dal perito del Tribunale Civile di Milano, in occasione della causa intentata da Carife avverso il Gruppo Siano e conclusasi con la sentenza di condanna a carico della stessa Carife per “causa temeraria”. Con la citata delibera, il CdA unanimemente decideva di continuare a sostenere l’iniziativa immobiliare con gli affidamenti precedentemente approvati, a difesa delle esposizioni della banca e attendendosi in futuro un’evoluzione positiva della situazione, in massima parte causata dalla già citata imprevista crisi dei mercati immobiliari sorta del 2007/2008 nel mondo. A sostegno di questa delibera sta anche la decisione, importante e significativa degli ispettori della Banca d’Italia di collocare la posizione del Gruppo Siano non tra quelle in “sofferenza” (con gravi previsioni di perdite) ma tra quelle “ristrutturate” (con previsione di completo recupero - pur con difficoltà di indicazioni tempistiche).
La realtà è, che dopo il pensionamento del dott. Murolo avvenuto nel settembre 2009, sia il nuovo DG che il nuovo CdA nominato nel 2010, disattesero quanto previsto dalla dilibera di “consolidamento”, pretendendo dal Gruppo Siano un’impossibile quanto immediato rientro delle sue esposizioni e manifestando un rifiuto di proseguire nella definizione dei mutui ipotecari promessi a circa 200 acquirenti le case nel frattempo costruite, provocando così il blocco dei cantieri, con il conseguente desprezzamento dell’iniziativa e il default del Gruppo industriale milanese. Nel 2011 Carife denunciò tutto il Gruppo Siano e Murolo di truffa aggravata presso il Tribunale di Milano: tutti furono assolti con sentenza passata in giudicato nel 2016. Nel settembre 2012 fu anche avviata nei confronti di Murolo un’azione di responsabilità conseguente alla denuncia penale per truffa.
Con l’uscita del dott. Murolo da Carife, la clientela si trovò in una situazione di allarme e di incertezza tali da compromettere la stabilità della banca. Furono in seguito nominati due altri direttori Generali (Grassano e Forin), il primo dei quali allontanato dopo nemmeno un anno di attività, e questo fatto, unitamente ad una campagna mediatica ispirata negativamente, aggravò ulteriormente lo smarrimento del mercato. I bilanci 2009 e 2010 furono pesantemente negativi (70 e 50 milioni rispettivamente) e, oltre a non riconoscere dividendo alcuno agli azionisti come avvenuto in passato, essi manifestarono inadeguatezze patrimoniali tali da indurre il CdA con l’accordo di Bankitalia a organizzare nel 2011 un aumento di capitale di 150 milioni di euro. Il titolo nel frattempo era risultato fortemente illiquido ed in forte caduta di valore (14/15 euro per azione).
Nel prospetto informativo relativo all’aumento di capitale (approvato da Bakint e Consob) fu attribuita all’azione un valore di 21 euro e fu indicato un patrimonio della banca pari a circa 350 milioni di euro (in forte caduta rispetto ai 600 milioni del 2008 ma pur sempre consistente). Il collocamento si mostrò difficoltoso e forse ambiguo nella sua realizzazione (è in corso un’indagine della Magistratura di Ferrara). Il crollo della redditività di quegli anni fu dovuto certamente in parte alle “sofferenze” subite (come del resto in tutto il Sistema del credito italiano - conseguenza della già citata crisi finanziaria mondiale) ma anche per il modo con il quale le Direzioni Generali ed il CdA avevano attuato una politica di dismissione degli assets (vendita banche e società del gruppo – drastica riduzione degli impieghi economici), deprimendo fortemente il fatturato dell’azienda senza parallelamente e contestualmente ridurre i costi operativi. Il titolo in stato di assoluta illiquidità e in forte calo di valore, il mercato di Carife assolutamente ingessato e in continua depressione (gli assets di bilancio si erano praticamente dimezzati rispetto al 2008 del 50%) indussero la Bankit nel maggio 2013 a commissariare la Banca. Circolò voce però che a indurre la Vigilanza effettivamente ad un provvedimento così drastico fu la richiesta fatta inutilmente dalla Fondazione di cambiare (in occasione del rinnovo del 2013) l’intera compagine del CdA, ritenuta non all’altezza, con personalità di più spiccata professionalità. I Commissari nel 2015 promossero azione di responsabilità nei confronti dei due D.G. (Grassano e Forin) e di tutti gli Amministartori e Sindaci dal 2007 in poi, nonché contro la Società di Revisione.
La storia inconsuetamente lunga del commissariamento (2 anni e mezzo), portò alla nomina di ben tre diversi Commissari: il loro primo provvedimento fu quello di ridurre di 150 unità i dipendenti, e successivamente di reperire sul mercato un potenziale Acquirente. Nel lungo periodo la loro ottica fu sostanzialmente liquidatoria e di depressione ulteriore degli assets di bilancio. Il risultato fu quello di azzerare il patrimonio residuo della banca che pure ammontava a circa 500 milioni di euro (350 dal prospetto informativo + 150 dall’aumento capitale del 2011) in circa 3 anni, senza per di più trovare l’Acquirente.
Gli ultimi avvenimenti di Carife davvero rasentano l’incredibile: nel luglio del 2015 l’Assemblea dei soci su proposta dei Commissari approva la cessione della banca per 300 milioni di euro al Fondo Bancario di Garanzia, che nel frattempo aveva fatto approvare l’acquisto dai propri Organi Statutari.
Nel novembre dello stesso anno il Governo vara il decreto “salva banche” associando inedibitamente Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche e C.R. Chieti (per le quali non era già stata trovata una soluzione contrariamente a quanto avvenuto per Carife) creando un’infinità di problemi sociali applicando le non ancora vigenti norme europee di “bail in”. Nel maggio 2016 la vecchia Carife viene dichiarata insolvente (sono “spariti” 500 milioni di euro di patrimonio), nel dicembre dello stesso anno viene proposta una riduzione drastica del personale di 400 unità (circa il 50% dell’effettivo), per trovare un Acquirente. Nel frattempo sono state cedute a società di proprietà di banche le sofferenze al 17% del loro valore di bilancio anche se assistite da valide garanzie reali (fino a quel momento erano state valutate dal mercato tra il 40 e il 45%).
Ai posteri l’ardua sentenza! L’unica sentenza certa è la rovina di 28.000 azionisti.
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