È calato il sipario su 179 anni di storia di banca ferrarese
dalla prima
Dal conte Masi a Lenzi, alla vendita alla popolare emiliana Diciotto presidenti, due reggenti e tre commissari
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Un’epopea che si è intrecciata con la storia e la vita della città fin dall’Ottocento. La Cassa di Risparmio di Ferrara è stata molto più di un semplice istituto di credito per il territorio ferrarese fin dalla sua fondazione. Una vera istituzione, espressione di ferraresità ai massimi livelli. In questi 179 anni di storia, che vanno dal Risorgimento ai giorni nostri, si sono avvicendati alla guida del massimo istituto di credito cittadino diciotto presidenti e due reggenti facenti funzione a causa di morti improvvise, una delle quali avvenuta come vedremo in circostanze drammatiche. Dopo il commissariamento avvenuto nel maggio 2013, ci sono stati come commissari Bruno Inzitari, affiancato da Giovanni Capitanio, poi nel 2014 Antonio Blandini ha preso il posto di Inzitari. Nel 2015 con il decreto “Salva banche” e la creazionee delle quattro good bank, alla presidenza di Nuovo Carife fu insediato Roberto Nicastro. Proprio quest’ultimo ha perfezionato in queste ore insieme Bankitalia la cessione a Bper ponendo così fine a un’istituzione storico di Ferrara.
Tutto nacque nel 1838. Il primo presidente della Cassa di Risparmio di Ferrara fu il conte Alessandro Masi, nobile ferrarese cresciuto con il pallino del risparmio e dell'aiuto ai più bisognosi e che prima di fondare la banca aveva sostenuti, insieme ad altri personaggi decisivi per la costituzione della Cassa di Risparmio, i moti carbonari. Masi morì nel dicembre del 1849 e il timone in attesa di un nuovo presidente passò al consigliere-segretario Gaetano Recchi, uno dei personaggi più influenti dell'Ottocento ferrarese. Alla guida della Cassa si susseguirono poi Pier Gentile Varano e Vincenzo Ronchi che continuarono gli obiettivi costitutivi di Masi. Ferrara viene annessa al Regno d'Italia e alla guida della banca nel 1861 arrivò Francesco Mayr, originario di una famiglia di commercianti tedeschi che fece fortuna in città. La banca ebbe un consolidamento sotto la guida di Filippo Fiorani per sette anni e con Cesare Monti per un quadriennio. Nel 1888 fu nominato il presidente dei record: Giovanni Martinelli che detiene la maggiore durata alla massima carica della banca con ben 31 anni di presidenza, collezionando anche numerose cariche prestigiose: parlamentare del regno d'Italia, sindaco, rettore dell'università e presidente dell'ospedale. Un vera istituzione ferrarese a cavallo di due secoli, un trentennio delicato che culminò con la prima guerra mondiale. Muore nel 1919 con la carica di presidente. Gli successe Carlo Bottoni, anziano direttore che resse la banca fino alle 1928, all'età di ottant'anni. Qui le cronache descritte dallo storico Andrea Nascimbeni, che ha effettuato un accurato studio sulla storia della banca e dei suoi presidenti, parlano del famoso “fattaccio” capitato durante l'elezione presidenziale. Invece di votare il candidato Pietro Niccolini, proposto dai fascisti, l'assemblea rivotò ancora a stragrande maggioranza Carlo Bottoni. Balbo andò su tutte le furie, a togliere d'impaccio una situazione che stava diventando molto incandescente fu lo stesso Bottoni che rassegnò le dimissioni e dopo pochi giorni, l'assemblea elesse Niccolini. A parte la partenza, la presidenza di Niccolini, che era un mecenate e in tempi non sospetti ( prima del 1922) aveva ricoperto prestigiosi incarichi, compreso quello di sindaco, fu caratterizzata da un periodo di grande espansione per la banca, il direttore era Calzolari, che arrivò al centenario dopo aver acquisito anche il Monte di Pietà. Gli successe Emilio Arlotti, presidente dal 1940 al '43, che fu trucidato dai fascisti nella strage del muretto del Castello, una delle pagine più tristi della storia ferrarese. Sino alla fine della guerra ci fu la reggenza del vicepresidente Pietro Carli. Nel dopoguerra e per 50 anni la banca ebbe come timonieri, presidenti di estrazione politica e in particolare socialista e socialdemocratica. Mario Cavallari aprì filiali in buona parte della provincia nei suoi 15 anni di governo, gli successe Vittore Cavallini ma dopo appena due anni fu sostituito da Giorgio Bissi che per quasi un ventennio rimase saldamente in sella, battendo anche ogni record sulla massa di depositi della banca. Venne poi il turno di Raffaello Collevati che iniziò un processo di espansione anche fuori la provincia. Il testimone passò quindi a Silvio Carletti in un periodo importante: la banca diventò società per azione, nacque la Fondazione Carife e nel 1994 arrivò l'acquisizione del Credito Agrario. Con Giovanni Bertoni, numero 1 di Berco, iniziò un'altra importante fase della banca. Nel 1998, dopo una serie di veti incrociati delle associazioni di categoria su alcuni nominativi, venne eletto presidente Alfredo Santini e iniziò la fase di massima espansione territoriale della banca che durante la direzione Murolo entra tra i gruppi bancari più consistenti. Ma nel 2009 arrivò il tracollo con il primo rosso in bilancio e affiorarono grossi problemi di gestione. Il resto è storia recente e risaputa. Arrivò il direttore Grassano e l'anno successivo, nel 2010, venne eletto come presidente Sergio Lenzi, già presidente della Fondazione e alla direzione venne chiamato Forin. Nel 2013 l'assemblea ridiede fiducia a Lenzi e al Cda per un nuovo triennio, ma dopo appena 30 giorni arrivò la doccia fredda della Banca d'Italia: il commissariamento. Fu l’inizio della fine.
Gian Pietro Zerbini
Tutto nacque nel 1838. Il primo presidente della Cassa di Risparmio di Ferrara fu il conte Alessandro Masi, nobile ferrarese cresciuto con il pallino del risparmio e dell'aiuto ai più bisognosi e che prima di fondare la banca aveva sostenuti, insieme ad altri personaggi decisivi per la costituzione della Cassa di Risparmio, i moti carbonari. Masi morì nel dicembre del 1849 e il timone in attesa di un nuovo presidente passò al consigliere-segretario Gaetano Recchi, uno dei personaggi più influenti dell'Ottocento ferrarese. Alla guida della Cassa si susseguirono poi Pier Gentile Varano e Vincenzo Ronchi che continuarono gli obiettivi costitutivi di Masi. Ferrara viene annessa al Regno d'Italia e alla guida della banca nel 1861 arrivò Francesco Mayr, originario di una famiglia di commercianti tedeschi che fece fortuna in città. La banca ebbe un consolidamento sotto la guida di Filippo Fiorani per sette anni e con Cesare Monti per un quadriennio. Nel 1888 fu nominato il presidente dei record: Giovanni Martinelli che detiene la maggiore durata alla massima carica della banca con ben 31 anni di presidenza, collezionando anche numerose cariche prestigiose: parlamentare del regno d'Italia, sindaco, rettore dell'università e presidente dell'ospedale. Un vera istituzione ferrarese a cavallo di due secoli, un trentennio delicato che culminò con la prima guerra mondiale. Muore nel 1919 con la carica di presidente. Gli successe Carlo Bottoni, anziano direttore che resse la banca fino alle 1928, all'età di ottant'anni. Qui le cronache descritte dallo storico Andrea Nascimbeni, che ha effettuato un accurato studio sulla storia della banca e dei suoi presidenti, parlano del famoso “fattaccio” capitato durante l'elezione presidenziale. Invece di votare il candidato Pietro Niccolini, proposto dai fascisti, l'assemblea rivotò ancora a stragrande maggioranza Carlo Bottoni. Balbo andò su tutte le furie, a togliere d'impaccio una situazione che stava diventando molto incandescente fu lo stesso Bottoni che rassegnò le dimissioni e dopo pochi giorni, l'assemblea elesse Niccolini. A parte la partenza, la presidenza di Niccolini, che era un mecenate e in tempi non sospetti ( prima del 1922) aveva ricoperto prestigiosi incarichi, compreso quello di sindaco, fu caratterizzata da un periodo di grande espansione per la banca, il direttore era Calzolari, che arrivò al centenario dopo aver acquisito anche il Monte di Pietà. Gli successe Emilio Arlotti, presidente dal 1940 al '43, che fu trucidato dai fascisti nella strage del muretto del Castello, una delle pagine più tristi della storia ferrarese. Sino alla fine della guerra ci fu la reggenza del vicepresidente Pietro Carli. Nel dopoguerra e per 50 anni la banca ebbe come timonieri, presidenti di estrazione politica e in particolare socialista e socialdemocratica. Mario Cavallari aprì filiali in buona parte della provincia nei suoi 15 anni di governo, gli successe Vittore Cavallini ma dopo appena due anni fu sostituito da Giorgio Bissi che per quasi un ventennio rimase saldamente in sella, battendo anche ogni record sulla massa di depositi della banca. Venne poi il turno di Raffaello Collevati che iniziò un processo di espansione anche fuori la provincia. Il testimone passò quindi a Silvio Carletti in un periodo importante: la banca diventò società per azione, nacque la Fondazione Carife e nel 1994 arrivò l'acquisizione del Credito Agrario. Con Giovanni Bertoni, numero 1 di Berco, iniziò un'altra importante fase della banca. Nel 1998, dopo una serie di veti incrociati delle associazioni di categoria su alcuni nominativi, venne eletto presidente Alfredo Santini e iniziò la fase di massima espansione territoriale della banca che durante la direzione Murolo entra tra i gruppi bancari più consistenti. Ma nel 2009 arrivò il tracollo con il primo rosso in bilancio e affiorarono grossi problemi di gestione. Il resto è storia recente e risaputa. Arrivò il direttore Grassano e l'anno successivo, nel 2010, venne eletto come presidente Sergio Lenzi, già presidente della Fondazione e alla direzione venne chiamato Forin. Nel 2013 l'assemblea ridiede fiducia a Lenzi e al Cda per un nuovo triennio, ma dopo appena 30 giorni arrivò la doccia fredda della Banca d'Italia: il commissariamento. Fu l’inizio della fine.
Gian Pietro Zerbini
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