Il vescovo Negri su eutanasia e utero in affitto
«Il suicidio non è un diritto ma un errore»
E sulla sentenza dei giudici di Trento sui padri non biologici: un attentato alla Costituzione
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Sono temi di straordinaria attualità e su eutanasia e utero in affitto interviene il vescovo Luigi Negri mettendo in rilievo «la grossa dialettica tra due concezioni dell’uomo e della vita che sono realmente alternative». Da una parte il vescovo si sofferma sulla concezione di chi ritiene che, essendo la vita un dono totalmente indisponibile all’uomo perché dono di Dio, non ci sia alcun diritto a sopprimere la propria vita: «il suicidio non è un diritto, la Chiesa l’ha sempre considerato un terribile errore».
La riflessione opposta è rappresentata da «un’altra antropologia che ritiene invece che la vita sia un oggetto su cui l’uomo - singoli, gruppi la società - esercita una serie di poteri». E allora per questa visione, poiché la vita non è dono ma oggetto disponibile all’uomo, alla volontà, alla scienza, alla tecnica o ai poteri associati che guidano la nostra società «il suicidio diventa un diritto e come tale deve essere riconosciuto dallo Stato». Due principi agli esterni poli. Ma il vescovo Negri - in modo oggettivo - puntualizza che «non c’è nessuno in Italia che possa dire che oggi sia ammesso dalla legislazione il suicidio come diritto»: il luogo dove dibattere e porre nuove regole è solo il Parlamento, espressione della sovranità del popolo. Questa la risposta su ciò che accade oggi in Italia, poiché per Negri «altre forme di pressione indebita e ideologica della magistratura per sostituire pezzi del nostro ordinamento giuridico o per creare forme giuridiche nuove sono da rifiutare come un vero e proprio attentato alla Costituzione e alla libertà della nostra società». Il riferimento è alla sentenza di Trento che riconosce la doppia paternità per i figli sdoganando l’utero in affitto «ed è una cosa gravissima: perché quello che è stato invocato come diritto non ha nessuna accoglienza nell’ambito della Costituzione». Anzi, ribatte «è espressamente negato anche nell’ambito delle strutture giuridiche che fino ad adesso tengono il nostro paese, in quanto votate legittimamente nei vari parlamenti e strutturate anche giuridicamente».
E allora per monsignor Negri «questa magistratura si sta assumendo una responsabilità enorme, con questa idea della magistratura creativa per cui un bambino può vivere con due padri». E questi pronunciamenti «sono tentativi che non possono ricevere da nessuno un riconoscimento giuridico se non quando siano diventate legge dello Stato: non è la magistratura che fa le leggi dello Stato, essa deve attuarle». Per Negri, «i giudici di Trento hanno operato un vulnus gravissimo alla stabilità della realtà giuridica del nostro paese», poichè a suo parere la magistratura deve solo dare attuazione alle norme, non «alle visioni che non tocca a lei individuare ma al Parlamento stabilirle e alla magistratura riconoscerle e strumentarle». «Affermare che il rapporto biologico tra figli e genitori non è così essenziale, è un’enorme sciocchezza dal punto di vista antropologico culturale. In ogni caso non spetta alla magistratura stabilire quali siano le visioni adeguate o meno, queste sono ambito di confronti culturali e di dibattiti parlamentari.
La riflessione opposta è rappresentata da «un’altra antropologia che ritiene invece che la vita sia un oggetto su cui l’uomo - singoli, gruppi la società - esercita una serie di poteri». E allora per questa visione, poiché la vita non è dono ma oggetto disponibile all’uomo, alla volontà, alla scienza, alla tecnica o ai poteri associati che guidano la nostra società «il suicidio diventa un diritto e come tale deve essere riconosciuto dallo Stato». Due principi agli esterni poli. Ma il vescovo Negri - in modo oggettivo - puntualizza che «non c’è nessuno in Italia che possa dire che oggi sia ammesso dalla legislazione il suicidio come diritto»: il luogo dove dibattere e porre nuove regole è solo il Parlamento, espressione della sovranità del popolo. Questa la risposta su ciò che accade oggi in Italia, poiché per Negri «altre forme di pressione indebita e ideologica della magistratura per sostituire pezzi del nostro ordinamento giuridico o per creare forme giuridiche nuove sono da rifiutare come un vero e proprio attentato alla Costituzione e alla libertà della nostra società». Il riferimento è alla sentenza di Trento che riconosce la doppia paternità per i figli sdoganando l’utero in affitto «ed è una cosa gravissima: perché quello che è stato invocato come diritto non ha nessuna accoglienza nell’ambito della Costituzione». Anzi, ribatte «è espressamente negato anche nell’ambito delle strutture giuridiche che fino ad adesso tengono il nostro paese, in quanto votate legittimamente nei vari parlamenti e strutturate anche giuridicamente».
E allora per monsignor Negri «questa magistratura si sta assumendo una responsabilità enorme, con questa idea della magistratura creativa per cui un bambino può vivere con due padri». E questi pronunciamenti «sono tentativi che non possono ricevere da nessuno un riconoscimento giuridico se non quando siano diventate legge dello Stato: non è la magistratura che fa le leggi dello Stato, essa deve attuarle». Per Negri, «i giudici di Trento hanno operato un vulnus gravissimo alla stabilità della realtà giuridica del nostro paese», poichè a suo parere la magistratura deve solo dare attuazione alle norme, non «alle visioni che non tocca a lei individuare ma al Parlamento stabilirle e alla magistratura riconoscerle e strumentarle». «Affermare che il rapporto biologico tra figli e genitori non è così essenziale, è un’enorme sciocchezza dal punto di vista antropologico culturale. In ogni caso non spetta alla magistratura stabilire quali siano le visioni adeguate o meno, queste sono ambito di confronti culturali e di dibattiti parlamentari.
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