In Bosnia quello che conta è aiutare
di Davide Bonesi
Comacchio, il racconto dei viaggi umanitari a Medjugorje e Mostar: «Ti cambiano la vita, in meglio»
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COMACCHIO. Medjugorje è davvero terra di visioni o solo un tentativo di fare denaro confidando sulla buona fede dei credenti? La risposta è motivo di discussione da anni, di certo la località bosniaca, dopo aver ottenuto visibilità mondiale da quando alcuni ragazzi del posto nel 1981 iniziarono ad affermare di avere ciclicamente apparizioni della Vergine Maria (che si presenterebbe loro con il titolo di “Regina della Pace”), è divenuta una popolare meta di pellegrinaggi religiosi. Ma non solo, ci sono persone che da anni si prodigano nel portare aiuti alle popolazioni dell’intera area Balcanica, per far fronte ad una miseria che - forse - è ancora peggiore di quando imperversava la guerra etnica.
Fra i gruppi che ciclicamente si recano in Bosnia (non solo a Medjugorje) ci sono i componenti dell’associazione “In cammino verso Maria” di Comacchio, il cui referente è Francesco Fantini: «Io vado dal 2008, l’associazione in pratica nasce quando l’attuale presidente don Giancarlo Pirini ricevette richiesta di aiuto dalle suore di un piccolo paese vicino Sarajevo. Lui è partito, appena l’ho saputo mi son messo a disposizione e poi sono iniziati i viaggi in Bosnia. Ora ne facciamo 2-3 l’anno, fra pernottamenti e trasporti i costi sono alti e con la crisi da noi è sempre più difficile reperire generi alimentari, ma a giugno partiremo ancora».
Quanto incide la fede? «Io sono sempre stato un credente e lì si sente l’esigenza di aiutare persone che sono veramente povere, muoiono di fame e non c’è assistenza sanitaria. Esistono un paio di campi profughi: qui vediamo in prima persona cosa significa aiutare. Far questo mi piace, mi fa sentire utile. Poi l’ultimo giorno di ogni viaggio è sempre dedicato a Medjugorje, comunque sentirei il bisogno di andarci un paio di volte l’anno. Paura? Le tensioni sono forti, ci sono tante divisioni, esiste un paesino, Nevesinje vicino Mostar, dove vivono serbi circondati da musulmani. Neppure un altro secolo risolverà questa situazione, ma non ho paura: bisogna rispettare le loro regole, non solo al confine».
Caso diverso, nel senso di fede che ha un ruolo primario rispetto alla solidarietà è quello di Marco Rainieri, noto ristoratore dei Lidi di fatto ‘folgorato’ dalla sua prima visita a Medjugorje: «Ti cambia la vita - racconta -, ti migliora, ti fa vedere le cose in modo diverso, fa riscoprire i veri valori e ti fa avvicinare la chiesa. Ogni volta che vado là torno con qualcosa, non c’è limite a quello che si riceve. Io ho 52 anni, andai la prima volta 6 anni fa e sono cambiato profondamente: lì accade qualcosa, al di là delle apparizioni per le quali non entro nel merito se siano vere o no, di certo è un momento di preghiera, di riflessione, è una grande chiesa a cielo aperto. Un modo per ricaricarsi».
Rainieri non nasconde questo suo cambiamento, sia che parli con i clienti, sia che gli interlocutori siano i parenti: «Alcuni mi hanno detto che apprezzano il mio modo di raccontare pubblicamente cosa mi è successo a livello personale, quando molti magari si vergognano. Sicuramente si percepisce quello che provo da sei anni a questa parte, motivo per cui ho portato con me in questo periodo degli amici “insospettabili”. Alla famiglia ho raccontato e condiviso tutto: all’inizio pensavano fosse una cosa passeggera, ora lo hanno capito, ma non li forzo. Mia moglie e uno dei miei figli sono venuti a Medjugorje, ma liberamente e per guardare, ognuno sente cose diverse».
Fede o solidarietà non conta, l’unica certezza è che molta gente si dirige a Medjugorje e tale numero cresce sempre: «Io li definisco pellegrinaggi umanitari - dice Rainieri -, comunque si va a Medjugorje per pregare e ci spostiamo in altri luoghi per portare aiuti: il nostro superfluo per loro è vitale. E alla sera, dopo una giornata in giro ci raccontiamo e condividiamo quanto abbiamo fatto per questa gente».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Fra i gruppi che ciclicamente si recano in Bosnia (non solo a Medjugorje) ci sono i componenti dell’associazione “In cammino verso Maria” di Comacchio, il cui referente è Francesco Fantini: «Io vado dal 2008, l’associazione in pratica nasce quando l’attuale presidente don Giancarlo Pirini ricevette richiesta di aiuto dalle suore di un piccolo paese vicino Sarajevo. Lui è partito, appena l’ho saputo mi son messo a disposizione e poi sono iniziati i viaggi in Bosnia. Ora ne facciamo 2-3 l’anno, fra pernottamenti e trasporti i costi sono alti e con la crisi da noi è sempre più difficile reperire generi alimentari, ma a giugno partiremo ancora».
Quanto incide la fede? «Io sono sempre stato un credente e lì si sente l’esigenza di aiutare persone che sono veramente povere, muoiono di fame e non c’è assistenza sanitaria. Esistono un paio di campi profughi: qui vediamo in prima persona cosa significa aiutare. Far questo mi piace, mi fa sentire utile. Poi l’ultimo giorno di ogni viaggio è sempre dedicato a Medjugorje, comunque sentirei il bisogno di andarci un paio di volte l’anno. Paura? Le tensioni sono forti, ci sono tante divisioni, esiste un paesino, Nevesinje vicino Mostar, dove vivono serbi circondati da musulmani. Neppure un altro secolo risolverà questa situazione, ma non ho paura: bisogna rispettare le loro regole, non solo al confine».
Caso diverso, nel senso di fede che ha un ruolo primario rispetto alla solidarietà è quello di Marco Rainieri, noto ristoratore dei Lidi di fatto ‘folgorato’ dalla sua prima visita a Medjugorje: «Ti cambia la vita - racconta -, ti migliora, ti fa vedere le cose in modo diverso, fa riscoprire i veri valori e ti fa avvicinare la chiesa. Ogni volta che vado là torno con qualcosa, non c’è limite a quello che si riceve. Io ho 52 anni, andai la prima volta 6 anni fa e sono cambiato profondamente: lì accade qualcosa, al di là delle apparizioni per le quali non entro nel merito se siano vere o no, di certo è un momento di preghiera, di riflessione, è una grande chiesa a cielo aperto. Un modo per ricaricarsi».
Rainieri non nasconde questo suo cambiamento, sia che parli con i clienti, sia che gli interlocutori siano i parenti: «Alcuni mi hanno detto che apprezzano il mio modo di raccontare pubblicamente cosa mi è successo a livello personale, quando molti magari si vergognano. Sicuramente si percepisce quello che provo da sei anni a questa parte, motivo per cui ho portato con me in questo periodo degli amici “insospettabili”. Alla famiglia ho raccontato e condiviso tutto: all’inizio pensavano fosse una cosa passeggera, ora lo hanno capito, ma non li forzo. Mia moglie e uno dei miei figli sono venuti a Medjugorje, ma liberamente e per guardare, ognuno sente cose diverse».
Fede o solidarietà non conta, l’unica certezza è che molta gente si dirige a Medjugorje e tale numero cresce sempre: «Io li definisco pellegrinaggi umanitari - dice Rainieri -, comunque si va a Medjugorje per pregare e ci spostiamo in altri luoghi per portare aiuti: il nostro superfluo per loro è vitale. E alla sera, dopo una giornata in giro ci raccontiamo e condividiamo quanto abbiamo fatto per questa gente».
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