«Ex facchino e Paperone ma non sono un evasore»
di Daniele Predieri
È in Italia dal 1991, lavori umili e tanta scuola: poi l’idea di consorzi nella logistica «Io un benefattore? Lo dicono, in tutta la regione facevo lavorare 2000 persone»
7 MINUTI DI LETTURA
«Sì, sono un imprenditore e sono marocchino, ma non sono un evasore. Dicono che sono un benefattore perché facevo lavorare tanta gente? Lo dicono, ma dico anche che non sono una “persona pericolosa socialmente” (i motivi del sequestro,ndr): il vero problema sociale sono le migliaia di famiglie oggi in mezzo alla strada dopo che il mio Consorzio Lord è stato chiuso, visto che davo da lavorare a tante persone: 1700 padri di famiglia, anche 2000, di tutte le nazionalità, molti italiani».
Il “Paperone” marocchino
Accetta di parlare, Bilal El Mangar, 41 anni, il “Paperone” marocchino cui Tribunale, procura e finanza hanno sequestrato, assieme a quelli della moglie, beni per 22 milioni 280mila euro. Ringrazia per l’interessamento:«siete i primi a voler sapere, andare a fondo su cose che molti danno per scontato». Risponde di getto, con gli occhi lucidi: «pensando alla mia storia, mi viene da piangere». Si trattiene dal farlo, lo nasconde chiudendo gli occhi, coprendosi con le mani, mentre lo incontriamo nello studio del suo legale, Pasquale Longobucco dello studio “Mgtm avvocati associati”.
«Mi viene da piangere perchè non riesco a sopportare tutta questa storia, ancora oggi non riesco a capire cosa vogliano da me. Il sequestro del patrimonio? Quei 22 milioni di euro analizzati uno per uno non esistono, non so dire da dove vengano, che guardino tutti gli immobili ipotecati (uno su tutti, lo stabile di via del Lavoro, Ferrara, ex Consorzio Lord, oggi fallito, ndr) e poi mia moglie Souad ha ceduto da anni le sue quote ad una agenzia immobiliare, lei, noi, non abbiamo nulla a che fare con quel patrimonio».
Moglie e figli in Marocco
La moglie Soaud Mochrik da tempo non è più in Italia, per il ciclone giudiziario che li ha travolti (processati e condannati, entrambi, per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, 6 anni e 9 mesi di pena: «abbiamo fatto ricorso in appello per la nostra innocenza») e per le ripercussioni familiari: «non ce la faceva più a star qui, per fortuna che i miei tre figli sono in Marocco, altrimenti se avessero letto e visto le tv...».
Questo è il presente, ma per il suo passato si deve andare indietro a quasi 30 anni fa, quando Mangar iniziò come facchino la sua dis-avventura professionale: ma come fa un imprenditore marocchino, da facchino, a finire nel mirino dei giudici che gli sequestrano 22milioni di euro?
«Sono partito dal Marocco nel 1991 all’età di 15 anni lasciando tutto, la mia famiglia di origine. Ma non era una migrazione la mia, per fame o miseria: in Marocco vivevo al di sopra della media, avevo la volontà di realizzarmi, conoscere un altro mondo, che a quell’età mi affascinava. Sono arrivato ad Anzola dell’Emilia (Bologna) e quasi subito mi sono adattato a lavorare come “ ragazzo di bottega “».
Arrivai in Italia nel 1991
E com’era, allora, l’Italia che trovò? «In Italia ero un marocchino come ce ne sono tanti qui e in tutto il mondo anche se, quando sono arrivato tempi e condizioni erano molto diverse da quelle di oggi: non c’erano estremismi religiosi e le persone nei paesi e nelle città sembravano quasi non facessero caso agli “ immigrati “ anzi. Anzi, c’erano lavoro e opportunità: noi facevamo quei lavori più umili e meno retribuiti che gli italiani non volevano più fare».
Tanto lavoro e tanta scuola
Ecco allora Mangar, nei primi tempi, lavorare nel settore di arredamento per una società di trasporto e montaggio mobili: e in poco tempo, dice, «diventai indispensabile, specializzandomi nel settore». Poi i primi anni scorrono via tra lavoro, scuole professionali e tanta scuola d’italiano «per capire e parlare correttamente l’italiano, il tutto per quasi dieci anni». Dunque, la gavetta da dipendente, gli studi per conoscere la lingua ed integrarsi: e poi? «Questa è stata l’unica attività che ho fatto sotto padrone, fino a quando ho scoperto il mondo della logistica: detto in parole povere, manovalanza di carico e scarico merci, facchinaggio. Tanti miei connazionali mi chiamavano, chi aveva bisogno di lavorare e chi già lavorava in cooperativa per le aziende, tutti avevano bisogno di forza lavoro per un giorno, una notte, qualche ora».
Quei marchi della logistica
«Era una situazione che si ripeteva spesso e quello che più era interessante accadeva in magazzini in cui le committenti erano grandi marchi della logistica: Tnt, Dhl, Arco, Sda, Fercam, Bartolini tanto per fare nomi».
E la svolta partì da qui: «Sì, cominciai a pensare di poter costruire qualcosa in cui la manodopera lasciata al caso, potesse essere gestita in modo organizzato. A convincermi, per caso, un giorno, fu un dirigente Tnt al quale avevo montato una cucina a casa sua: gli dissi dei miei progetti e ambizioni, mi propose di far domanda come consorziato in una società di servizi di Firenze. Non avevo nessuna esperienza sia per aspetti organizzativi che per la gestione economico–amministrativa».
Un impero costruito dal nulla
E da allora ha fatto Bingo, ha iniziato a costruire il suo impero: «ma questo non bastò a fermare le mie ambizioni, inserirsi in un mondo spietato: solo chi l’ha vissuto e lo sta vivendo si rende conto cosa comporti “lavorare in logistica” per le Cooperative, ultimo anello di una catena perversa ed in certe circostanze inimmaginaria». «Fu così che misi in piedi la mia prima cooperativa con l’esperienza in Tnt Bologna, ma senza nessuno alle spalle e con pagamenti che venivano riconosciuti quando andava bene dopo 2/3 mesi: avevo l’obbligo di avere poche persone e fidate, poiché gli stipendi erano quelli che erano e non tutti i mesi».
Queste le vere cooperative.
«Questo era il vero spirito della Cooperazione : se ci sono i soldi si dividono, se non ci sono niente divisioni. Con questo spirito di collaborazione e voglia di fare sono riuscito ben presto a mettermi in luce: il tam-tam della logistica non ha rivali in campo di informazioni, tant’è che presto fui contattato da un altro consorzio di Firenze con una proposta di collaborazione per il magazzino Ddl Bologna». Arrivano così le prime esperienze in cantieri importanti che l’hanno poi lanciato in questo settore: «Sì, con questi primi lavori riuscimmo io e i miei soci, quasi tutti connazionali, ad affermare l’importanza del lavoro più che quella economica. Il sacrificio venne ricompensato con il tempo con altri appalti in Emilia: Rinaldi Bologna, Fercam Bologna e Parma, Dhl Parma-Forli’-Piacenza, Sda Bologna,Bartolini Bologna, Usa Ubaldini Bologna,Rasamelli Colleti Bologna».
Il vero salto nel 2005
L’ennesimo salto arriva nel 2005 quando dalla gestione quasi familiare degli appalti, la sua coop si affida a persone esperte nel settore della logistica. E sempre nel 2005 conosce la moglie Souad: «con lei ho tre figli di 11,7 e tre anni e a lei ho unito amore e lavoro. La convinsi ad abbandonare il lavoro in una famosa azienda di marketing di Parma, e si gettò mani e piedi nel lavoro: non aveva nemmeno una scrivania, lavorava con i fogli di carta per terra, a stipendio zero».
Un passato da salvare
Coi Consorzi che ha creato prima Cilsi a Cento e poi Lord a Ferrara ha creato un impero, ritenuto però truffaldino, oggi crollato: cosa del passato vuole salvare? «Con il Cilsi abbiamo ottenuto appalti su appalti, abbiamo vissuto un periodo pieno di soddisfazioni: non solo per il lavoro e cosa ero riuscito a fare, ma con l’orgoglio di aver aiutato molti e non solo miei connazionali ad inserirsi nel mondo del lavoro, a dar loro una sicurezza economica da permettersi di far trasferire le famiglie in Italia, far crescere i figli con migliori prospettive: oggi quelli venuti da bambini sono iscritti all’università, altri si sono diplomati, molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Anche mia moglie è cittadina italiana ed i miei tre figli sono nati tutti in Italia. Questo voglio salvare: non so se vivo nei sogni, ma aiutare le persone (molti italiani) per me è cosa prioritaria della vita, la vostra religione parla di carità: per me è normalità!».
Ma c’è la storia giudiziaria
Questa la sua storia personale, ma quella giudiziaria stride con tutto questo “buonismo”: «Credo si possa capire da ciò che ho detto che non mi ritengo nè un evasore né un delinquente comune: quello che ho fatto l’ho fatto con lealtà e coscienza, non sarò stato perfetto, avrò sottovalutato norme e commesso errori di valutazione. Ma mai e poi mai sono la persona per cui vogliono farmi passare».
Ci scusi, per finire: i giudici dicono che lei si sia arricchito truffando lo Stato italiano da cui ha avuto tanto: «Sui miei redditi ho sempre pagato tasse e contributi e ho sempre dichiarato il vero, non mi considero ricco ma nemmeno stupido, il mio rammarico è questo: perché questo continuo accanimento? Nella sentenza del processo (condannato con la moglie, ndr) delle testimonianze e dei documenti di difesa, che spiegano tutto, non c’è traccia, parola. Ma io continuo ad aver fiducia nella giustizia e ho appellato la sentenza: spero altri giudici tengano conto di testimoni e documenti che ricostruiscono fatti e rapporti tra consorzi, committenze e cooperative, vere e non fittizie, in modo opposto a quanto scritto».
Il “Paperone” marocchino
Accetta di parlare, Bilal El Mangar, 41 anni, il “Paperone” marocchino cui Tribunale, procura e finanza hanno sequestrato, assieme a quelli della moglie, beni per 22 milioni 280mila euro. Ringrazia per l’interessamento:«siete i primi a voler sapere, andare a fondo su cose che molti danno per scontato». Risponde di getto, con gli occhi lucidi: «pensando alla mia storia, mi viene da piangere». Si trattiene dal farlo, lo nasconde chiudendo gli occhi, coprendosi con le mani, mentre lo incontriamo nello studio del suo legale, Pasquale Longobucco dello studio “Mgtm avvocati associati”.
«Mi viene da piangere perchè non riesco a sopportare tutta questa storia, ancora oggi non riesco a capire cosa vogliano da me. Il sequestro del patrimonio? Quei 22 milioni di euro analizzati uno per uno non esistono, non so dire da dove vengano, che guardino tutti gli immobili ipotecati (uno su tutti, lo stabile di via del Lavoro, Ferrara, ex Consorzio Lord, oggi fallito, ndr) e poi mia moglie Souad ha ceduto da anni le sue quote ad una agenzia immobiliare, lei, noi, non abbiamo nulla a che fare con quel patrimonio».
Moglie e figli in Marocco
La moglie Soaud Mochrik da tempo non è più in Italia, per il ciclone giudiziario che li ha travolti (processati e condannati, entrambi, per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale, 6 anni e 9 mesi di pena: «abbiamo fatto ricorso in appello per la nostra innocenza») e per le ripercussioni familiari: «non ce la faceva più a star qui, per fortuna che i miei tre figli sono in Marocco, altrimenti se avessero letto e visto le tv...».
Questo è il presente, ma per il suo passato si deve andare indietro a quasi 30 anni fa, quando Mangar iniziò come facchino la sua dis-avventura professionale: ma come fa un imprenditore marocchino, da facchino, a finire nel mirino dei giudici che gli sequestrano 22milioni di euro?
«Sono partito dal Marocco nel 1991 all’età di 15 anni lasciando tutto, la mia famiglia di origine. Ma non era una migrazione la mia, per fame o miseria: in Marocco vivevo al di sopra della media, avevo la volontà di realizzarmi, conoscere un altro mondo, che a quell’età mi affascinava. Sono arrivato ad Anzola dell’Emilia (Bologna) e quasi subito mi sono adattato a lavorare come “ ragazzo di bottega “».
Arrivai in Italia nel 1991
E com’era, allora, l’Italia che trovò? «In Italia ero un marocchino come ce ne sono tanti qui e in tutto il mondo anche se, quando sono arrivato tempi e condizioni erano molto diverse da quelle di oggi: non c’erano estremismi religiosi e le persone nei paesi e nelle città sembravano quasi non facessero caso agli “ immigrati “ anzi. Anzi, c’erano lavoro e opportunità: noi facevamo quei lavori più umili e meno retribuiti che gli italiani non volevano più fare».
Tanto lavoro e tanta scuola
Ecco allora Mangar, nei primi tempi, lavorare nel settore di arredamento per una società di trasporto e montaggio mobili: e in poco tempo, dice, «diventai indispensabile, specializzandomi nel settore». Poi i primi anni scorrono via tra lavoro, scuole professionali e tanta scuola d’italiano «per capire e parlare correttamente l’italiano, il tutto per quasi dieci anni». Dunque, la gavetta da dipendente, gli studi per conoscere la lingua ed integrarsi: e poi? «Questa è stata l’unica attività che ho fatto sotto padrone, fino a quando ho scoperto il mondo della logistica: detto in parole povere, manovalanza di carico e scarico merci, facchinaggio. Tanti miei connazionali mi chiamavano, chi aveva bisogno di lavorare e chi già lavorava in cooperativa per le aziende, tutti avevano bisogno di forza lavoro per un giorno, una notte, qualche ora».
Quei marchi della logistica
«Era una situazione che si ripeteva spesso e quello che più era interessante accadeva in magazzini in cui le committenti erano grandi marchi della logistica: Tnt, Dhl, Arco, Sda, Fercam, Bartolini tanto per fare nomi».
E la svolta partì da qui: «Sì, cominciai a pensare di poter costruire qualcosa in cui la manodopera lasciata al caso, potesse essere gestita in modo organizzato. A convincermi, per caso, un giorno, fu un dirigente Tnt al quale avevo montato una cucina a casa sua: gli dissi dei miei progetti e ambizioni, mi propose di far domanda come consorziato in una società di servizi di Firenze. Non avevo nessuna esperienza sia per aspetti organizzativi che per la gestione economico–amministrativa».
Un impero costruito dal nulla
E da allora ha fatto Bingo, ha iniziato a costruire il suo impero: «ma questo non bastò a fermare le mie ambizioni, inserirsi in un mondo spietato: solo chi l’ha vissuto e lo sta vivendo si rende conto cosa comporti “lavorare in logistica” per le Cooperative, ultimo anello di una catena perversa ed in certe circostanze inimmaginaria». «Fu così che misi in piedi la mia prima cooperativa con l’esperienza in Tnt Bologna, ma senza nessuno alle spalle e con pagamenti che venivano riconosciuti quando andava bene dopo 2/3 mesi: avevo l’obbligo di avere poche persone e fidate, poiché gli stipendi erano quelli che erano e non tutti i mesi».
Queste le vere cooperative.
«Questo era il vero spirito della Cooperazione : se ci sono i soldi si dividono, se non ci sono niente divisioni. Con questo spirito di collaborazione e voglia di fare sono riuscito ben presto a mettermi in luce: il tam-tam della logistica non ha rivali in campo di informazioni, tant’è che presto fui contattato da un altro consorzio di Firenze con una proposta di collaborazione per il magazzino Ddl Bologna». Arrivano così le prime esperienze in cantieri importanti che l’hanno poi lanciato in questo settore: «Sì, con questi primi lavori riuscimmo io e i miei soci, quasi tutti connazionali, ad affermare l’importanza del lavoro più che quella economica. Il sacrificio venne ricompensato con il tempo con altri appalti in Emilia: Rinaldi Bologna, Fercam Bologna e Parma, Dhl Parma-Forli’-Piacenza, Sda Bologna,Bartolini Bologna, Usa Ubaldini Bologna,Rasamelli Colleti Bologna».
Il vero salto nel 2005
L’ennesimo salto arriva nel 2005 quando dalla gestione quasi familiare degli appalti, la sua coop si affida a persone esperte nel settore della logistica. E sempre nel 2005 conosce la moglie Souad: «con lei ho tre figli di 11,7 e tre anni e a lei ho unito amore e lavoro. La convinsi ad abbandonare il lavoro in una famosa azienda di marketing di Parma, e si gettò mani e piedi nel lavoro: non aveva nemmeno una scrivania, lavorava con i fogli di carta per terra, a stipendio zero».
Un passato da salvare
Coi Consorzi che ha creato prima Cilsi a Cento e poi Lord a Ferrara ha creato un impero, ritenuto però truffaldino, oggi crollato: cosa del passato vuole salvare? «Con il Cilsi abbiamo ottenuto appalti su appalti, abbiamo vissuto un periodo pieno di soddisfazioni: non solo per il lavoro e cosa ero riuscito a fare, ma con l’orgoglio di aver aiutato molti e non solo miei connazionali ad inserirsi nel mondo del lavoro, a dar loro una sicurezza economica da permettersi di far trasferire le famiglie in Italia, far crescere i figli con migliori prospettive: oggi quelli venuti da bambini sono iscritti all’università, altri si sono diplomati, molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Anche mia moglie è cittadina italiana ed i miei tre figli sono nati tutti in Italia. Questo voglio salvare: non so se vivo nei sogni, ma aiutare le persone (molti italiani) per me è cosa prioritaria della vita, la vostra religione parla di carità: per me è normalità!».
Ma c’è la storia giudiziaria
Questa la sua storia personale, ma quella giudiziaria stride con tutto questo “buonismo”: «Credo si possa capire da ciò che ho detto che non mi ritengo nè un evasore né un delinquente comune: quello che ho fatto l’ho fatto con lealtà e coscienza, non sarò stato perfetto, avrò sottovalutato norme e commesso errori di valutazione. Ma mai e poi mai sono la persona per cui vogliono farmi passare».
Ci scusi, per finire: i giudici dicono che lei si sia arricchito truffando lo Stato italiano da cui ha avuto tanto: «Sui miei redditi ho sempre pagato tasse e contributi e ho sempre dichiarato il vero, non mi considero ricco ma nemmeno stupido, il mio rammarico è questo: perché questo continuo accanimento? Nella sentenza del processo (condannato con la moglie, ndr) delle testimonianze e dei documenti di difesa, che spiegano tutto, non c’è traccia, parola. Ma io continuo ad aver fiducia nella giustizia e ho appellato la sentenza: spero altri giudici tengano conto di testimoni e documenti che ricostruiscono fatti e rapporti tra consorzi, committenze e cooperative, vere e non fittizie, in modo opposto a quanto scritto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
