Machiavellico Marattin: l’unità non è un dogma
Il consigliere economico del governo all’evento programmatico dei renziani «Abbiamo cominciato a cambiare l’Italia e il partito, occorre andare in fondo»
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FERRARA. Il tentativo di cavargli un affondo sul congresso prossimo venturo del Partito Democratico va in bianco: nessuna stoccata contro chi si schiera con Orlando o con Emiliano. Da assessore ferrarese al bilancio a consigliere economico del governo con affaccio nei talk show nazionali, Luigi Marattin è sempre lui: schietto e diretto, ruvido spesso. Ma all’apertura dell’appuntamento programmatico del Lingotto, in cui i renziani serrano le fila e definiranno il progetto con cui presentarsi alle primarie, sul confronto interno non si lascia sfuggire una parola dura che sia una - e già questa è notizia. «Nel partito deve vigere il confronto – dice, fissando i paletti – I colpi vanno risparmiati per combattere la vera battaglia a cui siamo chiamati, quella contro il Movimento 5 Stelle che ha la peggiore classe politica del dopoguerra, incompetente, impreparata e incapace, e contro le forze razziste e xenofobe». Un noi-loro che non risparmia i fuoriusciti di Mpd: per Bersani, D’Alema, Speranza e accoliti sono bordatead alzo zero.
Noi-loro. Il nome di Renzi divide, l’Italia e il Pd. Un partito che ha vocazione maggioritaria può permetterselo?
L’idea che un percorso politico non possa svilupparsi a meno che non siano tutti d’accordo è buona, forse, in un contesto statico, ma quando è necessario cambiare profondamente il Paese, incidendo su abitudini e regole, non regge. E’ un concetto che esprimeva già Machiavelli: non si possono introdurre ordini nuovi - diceva - pretendendo di avere il sostegno di chi dagli ordini vecchi traeva beneficio.
Si spieghi.
Porto qualche esempio concreto. Nel mondo della scuola va introdotta la meritocrazia, ma non si può fare con l’apporto di chi è strenuamente convinto che il lavoro dell’insegnante non debba essere valutato, né con l’applauso di chi pensa che i premi di produttività debbano essere divisi in parti uguali. E puoi smontare lo scandalo della formazione professionale con l’avallo di chi ci specula? Puoi mai cambiare la pubblica amministrazione con il sostegno di chi beneficia dell’inefficienza della pubblica amministrazione?
Vale anche per il Pd?
Certo. Puoi mai cambiare la classe politica con l’applauso di chi stava in Parlamento da venticinque anni e avrebbe voluto rimanere per altri venticinque? Io dico di no.
Il riferimento a D’Alema è evidente. Cosa rispondere a chi accusa la classe dirigente di non aver preservato l’unità del Pd?
Non nego il valore dell’unità, ma non se ne può fare un mantra per mettere i bastoni tra le ruote al cambiamento. Renzi forse non ha fatto abbastanza per spiegare il progetto, e il ticket con il ministro Martina segnala che ha capito l’errore, ma ha avviato un processo riformatore profondo che travolge chi nel vecchio mondo aveva una rendita di posizione.
Cosa resta dell’esperienza di quel governo?
In Italia c’è scarsa abitudine a guardare i risultati. Partiamo da quelli. Guardando cos’era l’Italia prima e cos’è dopo: è un Paese in cui si pagano meno tasse di prima.
Un’affermazione scivolosa, che in Tv l’ha trascinata in un battibecco con la Santanchè che citava l’onnipresente Google.
La riduzione delle tasse non è abbastanza, né uniformemente distribuita, ma c’è, ed è un dato certificato dall’Istat. Nel taglio io comprendo anche gli ottanta euro, perché sono tasse in meno in busta paga, ma se pure non si conteggiasse quel bonus, la pressione fiscale risulterebbe comunque in diminuzione. Non si pagano più la Tasi sulla prima casa e sugli inquilini, l’Imu agricola e l’Irap agricola, né l’Irap sul costo del lavoro a tempo indeterminato; la tassa sui profitti delle società di capitali, l’Ires, è scesa dal 27,5 al 24%, il canone Rai è sceso da 110 euro a 90 euro.
E’ sufficiente?
No, lo ribadisco: si deve fare di più e meglio. Ma, restando sui numeri, questo è un Paese che nel 2014 aveva il Pil in calo di due punti, e che nel 2016 è tornato a crescere con un +1%. Ci sono 685mila persone che non lavoravano e che ora lavorano e la disoccupazione giovanile è scesa dal 44 al 37%.
Mai come in questa fase l’economia è politica. Ma un’azione di governo deve essere misurata anche sul campo sociale. Che eredità ha lasciato il governo Renzi?
Qualche diritto in più. C’è una legge sul “dopo di noi” per i disabili che perdono i genitori, contro il caporalato, per i diritti civili: erano norme con cui la sinistra salottiera si riempiva la bocca da decenni e che ora ci sono, come lo stanziamento da un miliardo e mezzo contro la povertà. Il Paese ha cominciato a cambiare.
Il Governo Gentiloni prosegue l’opera o ha le caratteristiche di un esecutivo di transizione? Com’è, visto da vicino?
Lo stile è diverso, quello di Gentiloni è meno mediatico, ma si lavora molto e nel solco del governo precedente. In totale continuità
Ma almeno sull’aumento dell’Iva c’è, per dirla in politichese, una differenza di vedute notevole, con l’attuale governo che valuta di alzare le aliquote e Renzi che lancia strali. Lei che ne pensa?
E’ evidente che le manovre economiche si possono in teoria fare anche sulle entrate, ma gli strumenti su cui poter agire sono molteplici, non solo aumentare le aliquote, penso ad esempio all'estensione dello split payment sull'Iva. Continuo a ritenere che ci sia un solo una direzione in cui tasse e imposte possano essere mosse: verso il basso.
Renzi è accusato di essere un accentratore. Come valuta la scelta compiuta di essere contemporaneamente premier e segretario?
Io sono genuinamente convinto che premiership e leadership debbano coincidere perché in tutti i Paesi in cui si è riusciti a produrre un cambiamento profondo è stato così, con il leader del principale partito di maggioranza a capo del governo, senza diarchia. E’ chiaro che per una riforma così radicale come quello di cui l’Italia ha bisogno si deve partire mettendo mano al Pd. Questo è un partito che si porta dentro pezzi di quel vecchio mondo che va smontato.
Che Renzi in tre anni di segreteria non ha smontato, si potrebbe obiettare…
Sì, non ha rivoluzionato il Pd per come avrebbe dovuto, ma anche questo lo ha riconosciuto. A livello territoriale c’è gente a cui è stato permesso di cambiare casacca in una notte, anche a Ferrara. Politici di lungo corso che sostenevano Bersani con convinzione e che l’indomani – il giorno dopo, non un mese dopo – erano baldanzosamente renziani. Esponenti del partito che firmavano i referendum della Cgil contro il Jobs Act, salvo spellarsi le mani di applausi quando arrivava Renzi a spiegare la riforma del lavoro. Nei territori c’è una classe dirigente che non ha interiorizzato la necessità di un cambiamento strutturale.
Anche a Ferrara?
Il cambiamento è un’urgenza diffusa, ma qui il Pd ha un ottimo segretario provinciale
Il congresso si annuncia caldo. Che sensazioni ha?
Magari mi illudo, ma sono convinto che sarà un bellissimo momento, la fase in cui le tre anime che oggi compongono il Pd hanno la possibilità di confrontarsi in maniera costruttiva e i soci – che per noi sono gli iscritti e gli elettori – si esprimono e decidono. Una sfida avvincente. Chi non la ha accettata, chi non se l’è sentita di misurarsi, chiedeva a Renzi di auto-esiliarsi, facendo leva sul ricatto dell’unità. Poi se ne è andato.
Un ricatto?
Sì, quel richiamo all’unità è strumentale. Quando devi fare cambiamenti veri è fisiologico che non puoi avere l’unanimità. Ma il cambiamento è necessario. Va perseguito ricercando il massimo del consenso, ma senza perdere la direzione di marcia.(l.t.)
Noi-loro. Il nome di Renzi divide, l’Italia e il Pd. Un partito che ha vocazione maggioritaria può permetterselo?
L’idea che un percorso politico non possa svilupparsi a meno che non siano tutti d’accordo è buona, forse, in un contesto statico, ma quando è necessario cambiare profondamente il Paese, incidendo su abitudini e regole, non regge. E’ un concetto che esprimeva già Machiavelli: non si possono introdurre ordini nuovi - diceva - pretendendo di avere il sostegno di chi dagli ordini vecchi traeva beneficio.
Si spieghi.
Porto qualche esempio concreto. Nel mondo della scuola va introdotta la meritocrazia, ma non si può fare con l’apporto di chi è strenuamente convinto che il lavoro dell’insegnante non debba essere valutato, né con l’applauso di chi pensa che i premi di produttività debbano essere divisi in parti uguali. E puoi smontare lo scandalo della formazione professionale con l’avallo di chi ci specula? Puoi mai cambiare la pubblica amministrazione con il sostegno di chi beneficia dell’inefficienza della pubblica amministrazione?
Vale anche per il Pd?
Certo. Puoi mai cambiare la classe politica con l’applauso di chi stava in Parlamento da venticinque anni e avrebbe voluto rimanere per altri venticinque? Io dico di no.
Il riferimento a D’Alema è evidente. Cosa rispondere a chi accusa la classe dirigente di non aver preservato l’unità del Pd?
Non nego il valore dell’unità, ma non se ne può fare un mantra per mettere i bastoni tra le ruote al cambiamento. Renzi forse non ha fatto abbastanza per spiegare il progetto, e il ticket con il ministro Martina segnala che ha capito l’errore, ma ha avviato un processo riformatore profondo che travolge chi nel vecchio mondo aveva una rendita di posizione.
Cosa resta dell’esperienza di quel governo?
In Italia c’è scarsa abitudine a guardare i risultati. Partiamo da quelli. Guardando cos’era l’Italia prima e cos’è dopo: è un Paese in cui si pagano meno tasse di prima.
Un’affermazione scivolosa, che in Tv l’ha trascinata in un battibecco con la Santanchè che citava l’onnipresente Google.
La riduzione delle tasse non è abbastanza, né uniformemente distribuita, ma c’è, ed è un dato certificato dall’Istat. Nel taglio io comprendo anche gli ottanta euro, perché sono tasse in meno in busta paga, ma se pure non si conteggiasse quel bonus, la pressione fiscale risulterebbe comunque in diminuzione. Non si pagano più la Tasi sulla prima casa e sugli inquilini, l’Imu agricola e l’Irap agricola, né l’Irap sul costo del lavoro a tempo indeterminato; la tassa sui profitti delle società di capitali, l’Ires, è scesa dal 27,5 al 24%, il canone Rai è sceso da 110 euro a 90 euro.
E’ sufficiente?
No, lo ribadisco: si deve fare di più e meglio. Ma, restando sui numeri, questo è un Paese che nel 2014 aveva il Pil in calo di due punti, e che nel 2016 è tornato a crescere con un +1%. Ci sono 685mila persone che non lavoravano e che ora lavorano e la disoccupazione giovanile è scesa dal 44 al 37%.
Mai come in questa fase l’economia è politica. Ma un’azione di governo deve essere misurata anche sul campo sociale. Che eredità ha lasciato il governo Renzi?
Qualche diritto in più. C’è una legge sul “dopo di noi” per i disabili che perdono i genitori, contro il caporalato, per i diritti civili: erano norme con cui la sinistra salottiera si riempiva la bocca da decenni e che ora ci sono, come lo stanziamento da un miliardo e mezzo contro la povertà. Il Paese ha cominciato a cambiare.
Il Governo Gentiloni prosegue l’opera o ha le caratteristiche di un esecutivo di transizione? Com’è, visto da vicino?
Lo stile è diverso, quello di Gentiloni è meno mediatico, ma si lavora molto e nel solco del governo precedente. In totale continuità
Ma almeno sull’aumento dell’Iva c’è, per dirla in politichese, una differenza di vedute notevole, con l’attuale governo che valuta di alzare le aliquote e Renzi che lancia strali. Lei che ne pensa?
E’ evidente che le manovre economiche si possono in teoria fare anche sulle entrate, ma gli strumenti su cui poter agire sono molteplici, non solo aumentare le aliquote, penso ad esempio all'estensione dello split payment sull'Iva. Continuo a ritenere che ci sia un solo una direzione in cui tasse e imposte possano essere mosse: verso il basso.
Renzi è accusato di essere un accentratore. Come valuta la scelta compiuta di essere contemporaneamente premier e segretario?
Io sono genuinamente convinto che premiership e leadership debbano coincidere perché in tutti i Paesi in cui si è riusciti a produrre un cambiamento profondo è stato così, con il leader del principale partito di maggioranza a capo del governo, senza diarchia. E’ chiaro che per una riforma così radicale come quello di cui l’Italia ha bisogno si deve partire mettendo mano al Pd. Questo è un partito che si porta dentro pezzi di quel vecchio mondo che va smontato.
Che Renzi in tre anni di segreteria non ha smontato, si potrebbe obiettare…
Sì, non ha rivoluzionato il Pd per come avrebbe dovuto, ma anche questo lo ha riconosciuto. A livello territoriale c’è gente a cui è stato permesso di cambiare casacca in una notte, anche a Ferrara. Politici di lungo corso che sostenevano Bersani con convinzione e che l’indomani – il giorno dopo, non un mese dopo – erano baldanzosamente renziani. Esponenti del partito che firmavano i referendum della Cgil contro il Jobs Act, salvo spellarsi le mani di applausi quando arrivava Renzi a spiegare la riforma del lavoro. Nei territori c’è una classe dirigente che non ha interiorizzato la necessità di un cambiamento strutturale.
Anche a Ferrara?
Il cambiamento è un’urgenza diffusa, ma qui il Pd ha un ottimo segretario provinciale
Il congresso si annuncia caldo. Che sensazioni ha?
Magari mi illudo, ma sono convinto che sarà un bellissimo momento, la fase in cui le tre anime che oggi compongono il Pd hanno la possibilità di confrontarsi in maniera costruttiva e i soci – che per noi sono gli iscritti e gli elettori – si esprimono e decidono. Una sfida avvincente. Chi non la ha accettata, chi non se l’è sentita di misurarsi, chiedeva a Renzi di auto-esiliarsi, facendo leva sul ricatto dell’unità. Poi se ne è andato.
Un ricatto?
Sì, quel richiamo all’unità è strumentale. Quando devi fare cambiamenti veri è fisiologico che non puoi avere l’unanimità. Ma il cambiamento è necessario. Va perseguito ricercando il massimo del consenso, ma senza perdere la direzione di marcia.(l.t.)
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