L’accusa chiede 30 anni di carcere per Rossi
Il ferrarese è accusato dell’omicidio a Padova di un consulente avvenuto nel febbraio 2016: «C’era premeditazione»
FERRARA. Trent'anni di carcere grazie allo sconto di un terzo della pena, altrimenti sarebbe ergastolo: ecco la sanzione reclamata ieri dal pubblico ministero del tribunale di Padova, Roberto Piccione, per il ferarrese Renato Rossi, il 67enne residente a Martellago (Venezia), accusato di omicidio aggravato da premeditazione, futili motivi e minorata difesa.
L'omicidio di Ezio Sancovich, il consulente di Moncler, 62 anni di Rubano, ucciso la sera dell'1 febbraio 2016, tra le 19 e le 20, lungo la tangenziale di Piombino Dese, variante della Regionale 245 nuova Castellana denominata corso Giovanni Stevanato. L'udienza davanti al gup di Padova, Domenica Gambardella, che dovrà pronunciarsi sulla richiesta al termine di un giudizio abbreviato, un rito alternativo attraverso il quale sarà scritta la sorte giudiziaria dell'imputato senza sentire nessun testimone ma solo in base ai documenti proposti da pubblica accusa e da difesa.
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Un rito scelto da Rossi per evitare il processo davanti alla Corte d'Assise. Al termine della requisitoria del pm, il difensore (l'avvocato Paolo Zorzi) ha negato ogni premeditazione, pur riconoscendo il delitto peraltro confessato da Rossi. Si tornerà in aula il 17 maggio per la sentenza.
La pubblica accusa. Renato Rossi aveva progettato e organizzato nel dettaglio l'assassinio di Ezio Sancovich, ucciso a bruciapelo e di sorpresa con tre colpi alla testa mentre era seduto al volante della sua auto in sosta lungo il ciglio della strada: il pm Piccione non ha dubbi. Il motivo? I debiti maturati nei confronti del consulente di Moncler con il quale Rossi aveva in piedi, chissà da quanto tempo, un giro di fatture false. Rossi era il fornitore di quelle false fatturazioni utilizzate dal padovano, che fatturava circa 40 mila euro al bimestre, per abbattere l'imponibile ed evadere il fisco. Un gioco losco, ha sottolineato il magistrato: Rossi metteva a disposizione le fatture, Sancovich le saldava, poi il ferrare restituiva la somma trattenendo una percentuale.
Un gioco pericoloso che, alla fine, è stato pagato a caro prezzo dal consulente. Rossi ha ammesso un debito di 3 mila euro nei confronti della vittima. Debito difficile da quantificare perché riguarda tutte somme “in nero”. Tuttavia il pm ha alzato l'asticella a 15-20 mila euro. «Quella sera, dopo il delitto, Rossi telefonò al cugino. E quest'ultimo ha confermato che l'aveva sentito sollevato, come se la sua situazione economica fosse migliorata» ha rammentato il pm in aula. È stato un delitto calcolato nei dettagli: sia le telecamere esterne alla sede della società Industries a Trebaseleghe (che gestisce il marchio Moncler) sia l'ex compagna di Rossi hanno rivelato come l'uomo, prima di rientrare a casa, abbia effettuato un cambio di abiti perfettamente identici, sbarazzandosi dei vestiti sporchi di sangue.
E ancora: il gps della sua Fiat Freemont ha “raccontato” come, prima del delitto, l'imputato abbia effettuato dei sopralluoghi. Falsa la versione fornita da Rossi - costruita per convenienza con l'obiettivo di alleggerire le proprie responsabilità - secondo la quale Sancovich lo avrebbe minacciato con l'arma da lui stesso regalata (una semiautomatica Walther P38 calibro 9 Luger in uso alla Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale). Un'arma perfettamente oliata e ben funzionante che, prima di gettarla in un cassonetto, Rossi aveva pulito con la benzina.
La difesa. Rossi ha perso la testa quando ha visto la vittima che lo minacciava con la pistola. Ha reagito ed è partito il colpo. Nessuna premeditazione, ha insistito l'avvocato Zorzi. Solo un delitto casuale. Ecco la versione della difesa. Ora il verdetto è nelle mani del giudice.
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