Hanno svuotato la nostra banca: i nomi e i fatti
di Daniele Predieri
Bancarotta per l’insolvenza di febbraio 2016 Contestata l’aggravante, pene fino a 15 anni
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Se ci fosse la cabala o la smorfia napoletana sui numeri del crac Carife, il “27” sarebbe da giocare su tutte le ruote. Perché ricorrente e perchè rappresenta due tappe fondamentali della storia del crac della nostra banca. La prima è l’inizio della fine, con le azioni scese in picchiata dai 40 euro l’una (tempi d’oro) fino alla cifra di 27 centesimi fissat nell’assemblea soci del 30 luglio 2015, epoca pre-Salvabanche e azzeramento totale delle azioni, ad un passo dal crac, dalla fine, appunto. La seconda tappa, riguarda l’oggi, perché il numero 27 è quello degli indagati per il Grande crac, un numero da cui ripartire per conoscere la verità, avere risposte sui tanti perché una banca solida come Carife nell’arco di 5 anni (2008-2013) abbia fatto crac: o meglio sapere se, come e perché i suoi ex amministratori abbiano o meno dissipato il patrimonio, distraendo risorse a favore degli “amici degli amici”.
Ecco tutti gli indagati
L’inchiesta di procura e Guardia di finanza per cui in questi giorni sono stati inviati avvisi di proroga indagini (che equivalgono ad avvisi di garanzia, mettendo al corrente gli indagati di indagini sul loro conto) vede sotto accusa, appunto, gli ex amministratori che si sono succeduti tra il 2008 e il 2013, quando Carife venne commissariata da Banca Italia, per l’incapacità interna del suo management di gestirla. Accuse gravissime, di bancarotta fraudolenta per distrazione e dissipazione che vengono condivise tra vertici ed ex amministratori che si sono avvicendati alla guida di vecchia Carife. Ecco allora tutti gli indagati, divisi per ruoli all’interno di Carife. Primo tra tutti Gennaro Murolo, direttore generale per 10 anni, dimesso (convinto a farlo con una buonuscita) nel 2009. Poi Alfredo Santini, il Presidentissimo, rimasto in carica fino al 27 aprile 2010, che su tutto ciò che sta venendo a galla, diceva l’anno scorso alla Nuova Ferrara, in ferrarese «a son sta’ un credulòn».
Massimi vertici e “al credulòn”
Nel 2009, quando Murolo si dimette (e contemporaneamte Carife attiva azioni giudiziarie nei suoi confronti per le responsabilità nella malagestione della banca) gli subentra come direttore generale Giuseppe Grassano che resta in carica dal 23 settembre 2009 al 30 settembre 2010. Poi arriva Daniele Forin, direttore generale fino al commissariamento, aprile 2013. Il presidente di questa ultima fase era Sergio Lenzi, che subentrò a Santini, restando in carica dal 2010 fino al 30 aprile 2013.
Sotto accusa i consiglieri
Tra gli indagati per il crac i consiglieri dei vari consigli di amministrazione che si sono succeduti in quegli anni e che approvavano le decisioni dei vertici: Tiziano Artioli, consigliere fino ad aprile 2010; Marco Berti, consigliere dal 27 aprile 2007 al 30 aprile 2013; Antonio Bondesani consigliere in carica fino al 30 aprile 2013; Andrea Calamanti, il super-tecnico di turno, consigliere in carica sino al 16.10.2008 (per pochissimi tempo, poi si dimise non senza criticare la gestione Carife); Aleandro Capatti, consigliere in carica fino al 27 aprile 2010; Giuseppe Vancini, Simonetta Talmelli, Riccardo Fava, Paolo Govoni, Mario Guidi, Ennio Manuzzi, Massimo Marchetti, in carica dal 27 aprile 2010 al 30 aprile 2013; Teodorico Nanni, il più longevo, in carica da aprile 2007 al 30 aprile 2013; Corradino Merli e Renzo Ricci in carica fino ad aprile 2010.
I vari collegi sindacali
Poi i membri dei vari collegi sindacali: gli ex sindaci Paolo Lazzari (presidente), Luigi Argentini e Valter Bignozzi in carica sino al 27 aprile 2010. Quindi Stefano Leardini, presidente collegio sindaci con Andrea Malfaccini e Marco Massellani, in carica dal 27 aprile 2010 al 30 aprile 2013. Nell’atto notificato ai 27 indagati vengono riportati i fatti in appena due righe. A tutti gli indagati vengono contestati i reati previsti dalla Legge fallimentare agli articoli 216, 219 e 223: tradotto ai più, bancarotta fraudolenta (art. 216 e 223) per aver «distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato... i propri beni», con l’aggravante (art. 219) che alza le pene fino a 15 anni di reclusione.
Il tribunale ha detto crac
I fatti sono stati commessi il 10 febbraio 2016, altra data che dovrà essere impressa nella memoria collettiva dei ferraresi: è riferita alla decisione del tribunale fallimentare di Ferrara (Giusberti, Ghedini e Porreca) quando dichiarò lo stato di insolvenza della banca. Da allora, Carife per la prima volta ha avuto il marchio non lusinghiero del crac. Da qui sono partiti procura e Guardia di finanza (e dalla conseguente relazione del commissario liquidatore Antonio Blandini che aveva chiesto l’insolvenza) nel contestare i fatti ai primi 27 indagati, per un buco stimato in 433 milioni di deficit patrimoniale.
Un dissesto e troppi buchi
Un dissesto che si è formato gradualmente nel tempo, con operazioni antieconomiche - da qui dissipazione e distrazione per gli affidamenti senza garanzie - che hanno creato un buco dopo l’altro nelle casse di Carife. Costringendo di fatto, epoca 2011, i nuovi vertici, subentrati alla gestione Santini-Murolo, a sottoscrivere l’aumento di capitale (imposto da Banca Italia visto il passivo nelle casse di Corso Giovecca e le criticità delle gestioni evidenziate dalle ispezioni della stessa Banca Italia) che, avrebbe, secondo gli inquirenti, aggravato ancor di più la situazione, fino al 2013. Con l’inizio della fine, verso il fallimento decretato il 10 febbraio 2016.
Un primo errore, 26 e non 27
Su tutto questo indagano gli inquirenti. Che però nei primi atti notificati agli indagati compiono un errore (riparabile, ovvio). Nella richiesta della procura viene elencato anche il nome di Mauro Barzetti, vicepresidente fino al 2010, deceduto. Il gip Bighetti, però, nell’accoglimento di proroga corregge e non inserisce Barzetti nell’elenco: dunque il numero di indagati non è di 27 ma 26. Chissà la cabala o smorfia cosa prevede per questi diversi numeri?
Ecco tutti gli indagati
L’inchiesta di procura e Guardia di finanza per cui in questi giorni sono stati inviati avvisi di proroga indagini (che equivalgono ad avvisi di garanzia, mettendo al corrente gli indagati di indagini sul loro conto) vede sotto accusa, appunto, gli ex amministratori che si sono succeduti tra il 2008 e il 2013, quando Carife venne commissariata da Banca Italia, per l’incapacità interna del suo management di gestirla. Accuse gravissime, di bancarotta fraudolenta per distrazione e dissipazione che vengono condivise tra vertici ed ex amministratori che si sono avvicendati alla guida di vecchia Carife. Ecco allora tutti gli indagati, divisi per ruoli all’interno di Carife. Primo tra tutti Gennaro Murolo, direttore generale per 10 anni, dimesso (convinto a farlo con una buonuscita) nel 2009. Poi Alfredo Santini, il Presidentissimo, rimasto in carica fino al 27 aprile 2010, che su tutto ciò che sta venendo a galla, diceva l’anno scorso alla Nuova Ferrara, in ferrarese «a son sta’ un credulòn».
Massimi vertici e “al credulòn”
Nel 2009, quando Murolo si dimette (e contemporaneamte Carife attiva azioni giudiziarie nei suoi confronti per le responsabilità nella malagestione della banca) gli subentra come direttore generale Giuseppe Grassano che resta in carica dal 23 settembre 2009 al 30 settembre 2010. Poi arriva Daniele Forin, direttore generale fino al commissariamento, aprile 2013. Il presidente di questa ultima fase era Sergio Lenzi, che subentrò a Santini, restando in carica dal 2010 fino al 30 aprile 2013.
Sotto accusa i consiglieri
Tra gli indagati per il crac i consiglieri dei vari consigli di amministrazione che si sono succeduti in quegli anni e che approvavano le decisioni dei vertici: Tiziano Artioli, consigliere fino ad aprile 2010; Marco Berti, consigliere dal 27 aprile 2007 al 30 aprile 2013; Antonio Bondesani consigliere in carica fino al 30 aprile 2013; Andrea Calamanti, il super-tecnico di turno, consigliere in carica sino al 16.10.2008 (per pochissimi tempo, poi si dimise non senza criticare la gestione Carife); Aleandro Capatti, consigliere in carica fino al 27 aprile 2010; Giuseppe Vancini, Simonetta Talmelli, Riccardo Fava, Paolo Govoni, Mario Guidi, Ennio Manuzzi, Massimo Marchetti, in carica dal 27 aprile 2010 al 30 aprile 2013; Teodorico Nanni, il più longevo, in carica da aprile 2007 al 30 aprile 2013; Corradino Merli e Renzo Ricci in carica fino ad aprile 2010.
I vari collegi sindacali
Poi i membri dei vari collegi sindacali: gli ex sindaci Paolo Lazzari (presidente), Luigi Argentini e Valter Bignozzi in carica sino al 27 aprile 2010. Quindi Stefano Leardini, presidente collegio sindaci con Andrea Malfaccini e Marco Massellani, in carica dal 27 aprile 2010 al 30 aprile 2013. Nell’atto notificato ai 27 indagati vengono riportati i fatti in appena due righe. A tutti gli indagati vengono contestati i reati previsti dalla Legge fallimentare agli articoli 216, 219 e 223: tradotto ai più, bancarotta fraudolenta (art. 216 e 223) per aver «distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato... i propri beni», con l’aggravante (art. 219) che alza le pene fino a 15 anni di reclusione.
Il tribunale ha detto crac
I fatti sono stati commessi il 10 febbraio 2016, altra data che dovrà essere impressa nella memoria collettiva dei ferraresi: è riferita alla decisione del tribunale fallimentare di Ferrara (Giusberti, Ghedini e Porreca) quando dichiarò lo stato di insolvenza della banca. Da allora, Carife per la prima volta ha avuto il marchio non lusinghiero del crac. Da qui sono partiti procura e Guardia di finanza (e dalla conseguente relazione del commissario liquidatore Antonio Blandini che aveva chiesto l’insolvenza) nel contestare i fatti ai primi 27 indagati, per un buco stimato in 433 milioni di deficit patrimoniale.
Un dissesto e troppi buchi
Un dissesto che si è formato gradualmente nel tempo, con operazioni antieconomiche - da qui dissipazione e distrazione per gli affidamenti senza garanzie - che hanno creato un buco dopo l’altro nelle casse di Carife. Costringendo di fatto, epoca 2011, i nuovi vertici, subentrati alla gestione Santini-Murolo, a sottoscrivere l’aumento di capitale (imposto da Banca Italia visto il passivo nelle casse di Corso Giovecca e le criticità delle gestioni evidenziate dalle ispezioni della stessa Banca Italia) che, avrebbe, secondo gli inquirenti, aggravato ancor di più la situazione, fino al 2013. Con l’inizio della fine, verso il fallimento decretato il 10 febbraio 2016.
Un primo errore, 26 e non 27
Su tutto questo indagano gli inquirenti. Che però nei primi atti notificati agli indagati compiono un errore (riparabile, ovvio). Nella richiesta della procura viene elencato anche il nome di Mauro Barzetti, vicepresidente fino al 2010, deceduto. Il gip Bighetti, però, nell’accoglimento di proroga corregge e non inserisce Barzetti nell’elenco: dunque il numero di indagati non è di 27 ma 26. Chissà la cabala o smorfia cosa prevede per questi diversi numeri?
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