«Nessun sostegno alle famiglie. Chi ha il problema se lo tiene»
Il dramma familiare di via della Siepe è scoppiato e adesso ci si interroga su ciò che accadeva nelle quattro mura di quella casa, dove erano tenute compresse situazioni sempre più comuni per chi ha un parente con sofferenze mentali
FERRARA. Il dramma familiare di via della Siepe è scoppiato e adesso ci si interroga su ciò che accadeva nelle quattro mura di quella casa, dove erano tenute compresse situazioni sempre più comuni per chi ha un malato con sofferenza mentale in casa. «La situazione è sempre più difficile - spiega Maria Geltrude d’Aloja, dell’associazione Solidalmente, che a Ferrara raggruppa familiari pazienti psichiatrici -, le persone e le famiglie sono sempre più sole e meno sostenute, anche i servizi sono lasciati soli a rispondere a questi problemi, e anche loro non sono sostenuti come negli anni ’70 quando c’era un impegno civile diverso». «Oggi? Oggi tutto è delegato ai tecnici, pochi che diano condivisione ai problemi».
Ma il vicino di casa è intervenuto, ad esempio, non si è fatto partecipe del problema? «Sì, ma nel momento in cui il problema era già scoppiato». E allora, quando scoppiano i drammi, non ci si deve chiedere se i servizi siano all’altezza? «I servizi sono molto attenti ma non possono operare su tutto». Ad esempio, nel caso di Anna Frighi, era stata visitata martedì pomeriggio poi in serata la tragedia, ma era già programmata, ieri mattina, un’altra visita coi servizi. «Questo caso è emblematico, i servizi c’erano, ci sono: non potevano operare diversamente, non si possono mettere i servizi sulla difensiva con questi pazienti, altrimenti scattano i ricoveri (nel senso che occorre avere il loro consenso alle terapie, sennò vengono imposte, coi Tso, coi ricoveri, ndr)». «La tendenza è quella di evitarli e noi stessi non vogliamo una medicina difensiva contro la sofferenza mentale, vogliamo innescare una condizione di responsabilità dei servizi e della cittadinanza e di sostegno alle famiglie». In quella famiglia, senza voler giudicare a priori, il problema era più che esplosivo.
«Quella è una famiglia di una coppia anziana con una figlia adulta e sofferente, forse avrebbero potuto chiedere aiuto, anche alla nostra associazione, un aiuto emotivo non solo concreto: non è fisiologico che genitori 80enni convivano con una figlia di quella età, fragile e vulnerabile, in una quotidianità che diventa esasperante. Non chiediamo che vengano allontanati dalle famiglie, nemmeno che vengano riaperti i manicomi, ma le famiglie non si debbono lasciare a se stesse: le risposte alternative mancano, non c’è sostegno, e chi ha un problema se lo tiene». Cosa fare concretamente? «I servizi ci sono ma hanno risorse ridotte, non riescono a seguire tutti i casi che hanno in carico. Le famiglie? Non c’è volontà almeno nel nostro contesto ferrarese a confrontarsi (in altre città, sono tante le associazioni con centinaia di famiglie, a Ferrara, una sola con 10 soci). E allora ci si chiude in isolamento tra disperazione e vergogna, su questo vogliamo lavorare». (d.p.)
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