Igor passò dal Cie di Bari ma l’espulsione si bloccò
di Daniele Predieri
Nato a Taskent, ieri Russia oggi Uzbekistan: ma nessuno lo ha mai identificato Ecco perchè Vaclavic, dentro e fuori dal carcere, non ha mai lasciato l’Italia
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Era una “misura di sicurezza”, l’«espulsione dal territorio dello Stato italiano» nei confronti di Ivan Vaclavic. L’aveva confermata anche il procuratore capo Rosario Minna (si veda il documento qui sopra), il 4 novembre 2011 firmando l’ordine di esecuzione pena di 5 anni e 4 mesi nei suoi confronti, perché la sentenza del giudice Monica Bighetti era diventata definitiva pochi giorni prima, il 2 novembre, avendo Igor rinunciato all’appello. L’ordine di esecuzione pena era perentorio: tradotto dal giuridichese, il procuratore Minna disponeva che fosse data applicazione alla pena in carcere e che soprattutto «in pari data (a scarcerazione avvenuta, ndr) dovrà trovare inoltre applicazione la misura di sicurezza , l’espulsione dal territorio dello Stato».
Liberazione anticipata
Erano queste le disposizioni alla polizia penitenziaria del carcere dell’Arginone, e una volta scarcerato, nel febbraio 2015, in liberazione anticipata, un anno prima rispetto il termine fissato dall’espiazione pena all’11 marzo 2016, Igor venne “espulso”, formalmente con l’ordine di espulsione firmato dal questore di Ferrara (c’era già l’attuale, Antonio Sbordone) e con il foglio in mano, Igor venne accompagnato al Cie (Centro identificazione ed espulsione) di Bari: dove avrebbe dovuto essere identificato «compiutamente», poiché sulla sua reale identità non c’è mai stata nessuna conferma perché nessuno lo ha mai verificato.
Al Cie di Bari, secondo la ricostruzione della Nuova Ferrara, Igor Vaclavic resterà solo 15 giorni, senza una identificazione reale. In questa struttura, occorre spiegare, non è possibile trattenere stranieri oltre un certo periodo, a loro carico vi è solo un procedimento amministrativo e non una custodia coercitiva.
Subito fuori dopo 15 giorni
Per questo motivo dopo 15 giorni, di incompiuta identificazione, il questore di Bari di allora, (febbraio/marzo 2015) dà in mano a Igor Vaclavic il solito pezzo di carta: ordine di allontanamento dal territorio italiano e contestuale espulsione. Oggi sappiamo che tutto ciò non è avvenuto, perché Igor Vaclavic, cosi come migliaia e migliaia di stranieri trattenuti nei Cie e poi “liberati”, una volta fuori restano incontrollati e incontrollabili nel nostro paese. E’ possibile però senza assegnare attenuanti nè indicare responsabilità, illustrare le possibili difficoltà che si sono presentate per l’identificazione e l’espulsione di Igor Vaclavic che mettono a nudo la totale inefficienza del sistema italiano - «eccessivamente farraginoso», spiega un inquirente in modo indulgente - per allontanare dal paese qualcuno ritenuto persona pericolosa. Partiamo da un piccolo dato: il luogo di nascita di Igor Vaclavic. Nell’atto di esecuzione pena, viene riferita la città di Taskent, attuale capitale dell’Uzbekistan. Ma, si faccia attenzione, nel lontano 1976, anno di nascita (presunto anche questo) di Igor, quel paese, indipendente dal 1991, faceva parte dell’Unione sovietica.
Ma è uzbeko o russo?
E allora, nel febbraio/marzo 2015 chi avrebbe dovuto identificare «compiutamente» Igor Vaclavic e verificare le indicazioni personali che sempre e soltanto lui aveva riferito, visto che non ha mai esibito un documento di identità?
A chi il personale del Cie ha chiesto conto di questa persona? Al consolato sovietico o a quello uzbeko. E quali furono le risposte, sempre ammesso che qualcuno abbia risposto alle richieste delle autorità italiane? La certezza in questa «espulsione all’italiana», con una prassi diventata ormai consuetudine per la sua totale inefficacia, ossia la totale in applicazione di ogni provvedimento di allontanamento, è che una volta andato fuori dal Cie con quel pezzo di carta in mano che lo obbliga a lasciare il nazionale, Igor Vaclavic non ha fatto altro che tornare, invece, nel Ferrarese. Dove un paio di mesi prima dell’omicidio Tartari, da maggio 2015 in poi, mette su la “sua “banda. Ed inizia la lunga estate calda e di terrore: « Tutto questo è iniziato quando Igor è uscito dal carcere 2/3 mesi del fatto di Aguscello, lui sapeva i boni posti e tranquilli».
La banda Igor-Pajdek
E ancora: «Lui voleva fare qualcosa di più grosso come rapine», scrive nel suo memoriale ai giudici Ivan Pajdek su Igor, che era diventato più che un complice. Incontrato e frequentato in carcere fino a pochi mesi prima della loro reciproca liberazione, entrambi nell’inverno 2015. Entrambi «persone pericolose» e mai espulse.
Liberazione anticipata
Erano queste le disposizioni alla polizia penitenziaria del carcere dell’Arginone, e una volta scarcerato, nel febbraio 2015, in liberazione anticipata, un anno prima rispetto il termine fissato dall’espiazione pena all’11 marzo 2016, Igor venne “espulso”, formalmente con l’ordine di espulsione firmato dal questore di Ferrara (c’era già l’attuale, Antonio Sbordone) e con il foglio in mano, Igor venne accompagnato al Cie (Centro identificazione ed espulsione) di Bari: dove avrebbe dovuto essere identificato «compiutamente», poiché sulla sua reale identità non c’è mai stata nessuna conferma perché nessuno lo ha mai verificato.
Al Cie di Bari, secondo la ricostruzione della Nuova Ferrara, Igor Vaclavic resterà solo 15 giorni, senza una identificazione reale. In questa struttura, occorre spiegare, non è possibile trattenere stranieri oltre un certo periodo, a loro carico vi è solo un procedimento amministrativo e non una custodia coercitiva.
Subito fuori dopo 15 giorni
Per questo motivo dopo 15 giorni, di incompiuta identificazione, il questore di Bari di allora, (febbraio/marzo 2015) dà in mano a Igor Vaclavic il solito pezzo di carta: ordine di allontanamento dal territorio italiano e contestuale espulsione. Oggi sappiamo che tutto ciò non è avvenuto, perché Igor Vaclavic, cosi come migliaia e migliaia di stranieri trattenuti nei Cie e poi “liberati”, una volta fuori restano incontrollati e incontrollabili nel nostro paese. E’ possibile però senza assegnare attenuanti nè indicare responsabilità, illustrare le possibili difficoltà che si sono presentate per l’identificazione e l’espulsione di Igor Vaclavic che mettono a nudo la totale inefficienza del sistema italiano - «eccessivamente farraginoso», spiega un inquirente in modo indulgente - per allontanare dal paese qualcuno ritenuto persona pericolosa. Partiamo da un piccolo dato: il luogo di nascita di Igor Vaclavic. Nell’atto di esecuzione pena, viene riferita la città di Taskent, attuale capitale dell’Uzbekistan. Ma, si faccia attenzione, nel lontano 1976, anno di nascita (presunto anche questo) di Igor, quel paese, indipendente dal 1991, faceva parte dell’Unione sovietica.
Ma è uzbeko o russo?
E allora, nel febbraio/marzo 2015 chi avrebbe dovuto identificare «compiutamente» Igor Vaclavic e verificare le indicazioni personali che sempre e soltanto lui aveva riferito, visto che non ha mai esibito un documento di identità?
A chi il personale del Cie ha chiesto conto di questa persona? Al consolato sovietico o a quello uzbeko. E quali furono le risposte, sempre ammesso che qualcuno abbia risposto alle richieste delle autorità italiane? La certezza in questa «espulsione all’italiana», con una prassi diventata ormai consuetudine per la sua totale inefficacia, ossia la totale in applicazione di ogni provvedimento di allontanamento, è che una volta andato fuori dal Cie con quel pezzo di carta in mano che lo obbliga a lasciare il nazionale, Igor Vaclavic non ha fatto altro che tornare, invece, nel Ferrarese. Dove un paio di mesi prima dell’omicidio Tartari, da maggio 2015 in poi, mette su la “sua “banda. Ed inizia la lunga estate calda e di terrore: « Tutto questo è iniziato quando Igor è uscito dal carcere 2/3 mesi del fatto di Aguscello, lui sapeva i boni posti e tranquilli».
La banda Igor-Pajdek
E ancora: «Lui voleva fare qualcosa di più grosso come rapine», scrive nel suo memoriale ai giudici Ivan Pajdek su Igor, che era diventato più che un complice. Incontrato e frequentato in carcere fino a pochi mesi prima della loro reciproca liberazione, entrambi nell’inverno 2015. Entrambi «persone pericolose» e mai espulse.
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