Per l’omicidio di Aguscello Pajdek prende trent’anni
Pena confermata. Dice ai giudici: «Vi posso aiutare a catturare Igor, lo conosco» I fratelli di Tartari: «Ancora una volta giustizia su questa vicenda maledetta»
4 MINUTI DI LETTURA
Non potevano non incrociarsi a Bologna, ieri, il processo per l’omicidio di Pier Luigi Tartari davanti alla Corte d’assise d’appello e la storia di Igor Vaclavic, che seminò il terrore nell’estate del 2015 con Ivan Pajdek e che ora viene braccato tra le province di Ferrara e Bologna perché tra i sospettati della rapina a Consandolo e dell’omicidio di Budrio. A collegare i due fatti è stato proprio l’ex amico e complice, Pajdek che ieri pomeriggio in aula è stato condannato dai giudici alla pena a 30 anni di carcere, confermando la sentenza di primo grado del giudice Piera Tassoni per la morte del pensionato di Aguscello. Nelle dichiarazioni spontanee fatte alle Corte, Pajdek ha infatti riferito di voler fornire il proprio aiuto agli inquirenti nella ricerca di Igor, l’ex amico e complice. «Se gli inquirenti lo vogliono, sono disponibile a collaborare nelle ricerche di Igor perché lo conosco bene» ha detto in aula (questa la sintesi delle sue parole, pronunciate al processo a porte chiuse perché si è celebrato con il rito abbreviato, dunque, non pubblico). Dichiarazioni importanti che lui stesso ha supportato aggiungendo di avere già informato l’ufficio matricola del carcere di Modena dove è detenuto ormai da un anno e mezzo per poter parlare con i magistrati. Dichiarazioni che adesso potrebbero anche esser vagliate sia dalla procura di Ferrara che da quella di Bologna che stanno indagando, con due diversi fascicoli aperti, sui due nuovi fatti (rapina di Consandolo e omicidio di Budrio) che potrebbero essere contestati a Igor Vaclavic.
E’ chiaro che Pajdek avrebbe potuto, nell’ottica di ottenere un beneficio, offrire la sua collaborazione molto prima, visto che da mesi è a conoscenza di essere sotto processo con Igor per le rapine dell’estate 2015 (Mesola, Coronella e Villanova) e visto che durante le indagini si era limitato a fornire ben poche indicazioni su chi fosse Igor e dove lo si potesse trovare. Tornando al processo concluso ieri pomeriggio, davanti alla Corte d’assise si sono succeduti il pg Franca Oliva (magistrato che ha lavorato anche a Ferrara, sua la sentenza doping contro Francesco Conconi), l’avvocato di parte civile (Eugenio Gallerani per la famiglia Tartari, il fratello Marco e la sorella Rita) e il difensore di Pajdek (Daniele Borgia), al quale la stessa Corte d’assise ha revocato con una ordinanza a parte il gratuito patrocinio (ossia l’assistenza legale pagata dallo Stato per Pajdek). Il pm in aula, Franca Oliva, ha chiesto la conferma della condanna di primo grado poi accolta, mentre il difensore di Pajdek ha prospettato ai giudici le tesi difensive già illustrate in primo grado, facendo acquisire anche i verbali degli interrogatori di Pajdek al processo contro Constantin Fiti e Patrik Ruszo(condannati all’ergastolo), per sottolineare la collaborazione offerta da Pajdek nel confermare le accuse contro gli altri due assassini di Tartari. Borgia ha sostenuto la tesi che la morte di Tartari si doveva collocare alle 9.30 della sera del 9 settembre, dentro la casa di Aguscello e che la sua morte non fosse voluta dalla banda dei tre e che non sussisteva l’aggravante della crudeltà. Tesi del tutto smentita dalla parte civile, l’avvocato Gallerani che ha infilato tutti i motivi per cui la banda Pajdek non meriti nessuna attenuante.
«Ho ribadito ai giudici - spiegava ieri Gallerani - i dati obiettivi: le celle telefoniche attivate, gli spostamenti di quella notte, i prelievi bancomat, le perizie medico-legali e le testimonianze di chi vide quella notte l’auto a Fondo Reno». Ma ha fatto di più Gallerani, citando un passaggio della sentenza di primo grado: la crudeltà è più che provata , secondo Gallerani, per il modo in cui Pajdek e gli altri hanno ucciso, perché come aveva scritto il giudice Tassoni la modalità dell’omicidio non ha nulla di bestiale o animale, «solo gli uomini possono compiere un delitto del genere». Ecco allora tornare nell’aula della Corte d’assise, la galleria degli orrori che chi ha seguito i processi a Ferrara ha conosciuto molto bene: la sofferenza, il dolore, la consapevolezza in Tartari che chi lo aggrediva e rapinava l’avrebbe ucciso, le botte, le fratture, le legature agli arti, alla bocca e alla testa, legato due volte e infine con 8 giri di nastro. E abbandonato nel tugurio. Ma perché fu ucciso, Tartari? La stessa pg Franca Oliva ha ricordato che i tre erano stati riconosciuti da Tartari, perché andavano spesso lì in via Ricciarelli, ad Aguscello. E sappiamo che nella casa a fianco a quella di Tartari lavorava e abitava la madre di Ruszo, mamma Rosi. Un processo fotocopia, dunque, come non poteva non esser quello di ieri rispetto alla analisi giudiziaria fatta dai magistrati a Ferrara. In aula, a Ferrara, come ieri a Bologna, anche Rita e Marco Tartari, ad attendere il verdetto: «E’ la conferma di quello che i giudici avevano già deciso, che dà giustizia a questa maledetta vicenda - spiegava Marco a nome anche di Rita -. Ma siamo sfiniti, stanchissimi di questa storia che non finisce mai».
Daniele Predieri
E’ chiaro che Pajdek avrebbe potuto, nell’ottica di ottenere un beneficio, offrire la sua collaborazione molto prima, visto che da mesi è a conoscenza di essere sotto processo con Igor per le rapine dell’estate 2015 (Mesola, Coronella e Villanova) e visto che durante le indagini si era limitato a fornire ben poche indicazioni su chi fosse Igor e dove lo si potesse trovare. Tornando al processo concluso ieri pomeriggio, davanti alla Corte d’assise si sono succeduti il pg Franca Oliva (magistrato che ha lavorato anche a Ferrara, sua la sentenza doping contro Francesco Conconi), l’avvocato di parte civile (Eugenio Gallerani per la famiglia Tartari, il fratello Marco e la sorella Rita) e il difensore di Pajdek (Daniele Borgia), al quale la stessa Corte d’assise ha revocato con una ordinanza a parte il gratuito patrocinio (ossia l’assistenza legale pagata dallo Stato per Pajdek). Il pm in aula, Franca Oliva, ha chiesto la conferma della condanna di primo grado poi accolta, mentre il difensore di Pajdek ha prospettato ai giudici le tesi difensive già illustrate in primo grado, facendo acquisire anche i verbali degli interrogatori di Pajdek al processo contro Constantin Fiti e Patrik Ruszo(condannati all’ergastolo), per sottolineare la collaborazione offerta da Pajdek nel confermare le accuse contro gli altri due assassini di Tartari. Borgia ha sostenuto la tesi che la morte di Tartari si doveva collocare alle 9.30 della sera del 9 settembre, dentro la casa di Aguscello e che la sua morte non fosse voluta dalla banda dei tre e che non sussisteva l’aggravante della crudeltà. Tesi del tutto smentita dalla parte civile, l’avvocato Gallerani che ha infilato tutti i motivi per cui la banda Pajdek non meriti nessuna attenuante.
«Ho ribadito ai giudici - spiegava ieri Gallerani - i dati obiettivi: le celle telefoniche attivate, gli spostamenti di quella notte, i prelievi bancomat, le perizie medico-legali e le testimonianze di chi vide quella notte l’auto a Fondo Reno». Ma ha fatto di più Gallerani, citando un passaggio della sentenza di primo grado: la crudeltà è più che provata , secondo Gallerani, per il modo in cui Pajdek e gli altri hanno ucciso, perché come aveva scritto il giudice Tassoni la modalità dell’omicidio non ha nulla di bestiale o animale, «solo gli uomini possono compiere un delitto del genere». Ecco allora tornare nell’aula della Corte d’assise, la galleria degli orrori che chi ha seguito i processi a Ferrara ha conosciuto molto bene: la sofferenza, il dolore, la consapevolezza in Tartari che chi lo aggrediva e rapinava l’avrebbe ucciso, le botte, le fratture, le legature agli arti, alla bocca e alla testa, legato due volte e infine con 8 giri di nastro. E abbandonato nel tugurio. Ma perché fu ucciso, Tartari? La stessa pg Franca Oliva ha ricordato che i tre erano stati riconosciuti da Tartari, perché andavano spesso lì in via Ricciarelli, ad Aguscello. E sappiamo che nella casa a fianco a quella di Tartari lavorava e abitava la madre di Ruszo, mamma Rosi. Un processo fotocopia, dunque, come non poteva non esser quello di ieri rispetto alla analisi giudiziaria fatta dai magistrati a Ferrara. In aula, a Ferrara, come ieri a Bologna, anche Rita e Marco Tartari, ad attendere il verdetto: «E’ la conferma di quello che i giudici avevano già deciso, che dà giustizia a questa maledetta vicenda - spiegava Marco a nome anche di Rita -. Ma siamo sfiniti, stanchissimi di questa storia che non finisce mai».
Daniele Predieri
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
