Coperto dalla burocrazia
Il fondo del direttore della Nuova Ferrara sulle tragiche vicende del killer in fuga
FERRARA. Dove è fuggito Igor Vaclavic, ricercato per rapina e sospettato di essere il bandito che ha ammazzato il barista di Budrio, sabato scorso, e che ieri è tornato a sparare ed uccidere? Tra le maglie lente della burocrazia, prima ancora che nei campi tra il Mezzano e Marmorta.
La constatazione è dolente, ma va fatta; doveroso raccontare le circostanze e illuminare le falle di un sistema che avrebbe potuto e dovuto fermare il killer. Da anni. Igor, che in tutti gli atti del lungo curriculum penale è “russo” per una dichiarazione mai verificata (ieri accertata come falsa) e che nel sottobosco criminale ferrarese è diventato “il russo” tout court, in Italia non doveva proprio esserci, tanto meno a piede libero, come questo giornale in settimana ha pazientemente ricostruito, tassello dopo tassello.
L’ordine di cattura è dello scorso anno, ma prima di questa settimana di sangue non c’erano state ricerche sistematiche. Anzi. A consultare i faldoni in cui si sono accumulati gli atti d’inchiesta e quelli processuali che riguardano Vaclavic e i suoi saltuari compari, parrebbe che alcuni spunti siano stati trascurati.
Era stato cacciato, Igor. Almeno sulla carta. Come il compagno di rapine Costantin Fiti che sin dal settembre del 2014 era stato bollato come pericoloso e allontanato per cinque anni dall’Italia con uno di quei provvedimenti affidati al buon cuore e all’onestà del criminale di turno. Che, nel caso, se ne infischiò beatamente; rimase e partecipò alla rapina in cui fu pestato e lasciato morire il pensionato Pier Luigi Tartari.
Il russo, che già aveva ricevuto un decreto di espulsione firmato dal Questore di Rovigo, andava allontanato anche per effetto di una condanna del 2011 nella quale il giudice disponeva il rimpatrio immediato una volta scontata la pena in carcere. Il provvedimento si perse in quel porto delle nebbie che è il Cie di Bari che, come da acronimo, dovrebbe garantire identificazione ed espulsione e per Igor non ha completato né l’una, né l’altra. Vaclavic vi rimase quindici giorni, trascorsi i quali uscì con una stretta di mano e l’impegno a lasciare l’Italia, sulla parola. Sappiamo come è andata a finire.
Nelle maglie larghe della burocrazia delle espulsioni, i criminali sfuggono. Il sistema non funziona. Almeno il ministro degli Interni lo ha riconosciuto e si è impegnato a riformarlo. Che non siano soltanto parole.
Luca Traini
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