“Achtung Banditen!” Le valli della fuga rifugio dei partigiani
Tra canali e boscaglia nascondigli e antiche vie di fuga Sono i campi in cui è ambientato L’Agnese va a morire
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ARGENTA. La storia insegna. Non è un caso che la conformazione del nostro territorio abbia dato un rifugio a Igor Ezechiele, il criminale croato che nell’ultima settimana si è macchiato di due omicidi a sangue freddo. E gira già la voce della sua formazione di stampo militare. Comacchio, prima città liberata dai soli “partigiani in barca”, e le sue valli restano un crocevia fondamentale per le vicende della Seconda Guerra Mondiale.
L’apparenza di trovarsi fuori dal tempo trae in inganno. Durante il conflitto il paesaggio vallivo si è rivelato sicuro per chi lo conosceva, ma insidioso per i nuovi venuti.
L’Argenta gap, la “Stretta di Argenta” com’era chiamata dagli inglesi in tempo di guerra, è dove il delinquente sarebbe scappato a piedi. Un’area piatta, con alcuni tratti sotto il livello del mare, un corridoio stretto a est dalle Valli di Comacchio e a ovest dalle Valli di Marmorta. La caccia all’uomo che si è scatenata poco dopo l’assassinio della guardia giurata continua incessante. L’area è poco popolata, segnata dal corso di fiumi come il Reno e il Senio. Canali artificiali, fossi e chiuse sono funzionali a depistare il fiuto dei cani, oltre che un’alternativa efficace alla rete stradale, dove le auto delle pattuglie non possono spingersi. Non solo, le macchie di pioppi, olmi e lecci si sono dimostrate impenetrabili perfino ai fari degli elicotteri. La soluzione finale per lui, favorita dalla stagione e dall’aumento della regimentazione, potrebbe essere addirittura a pelo d’acqua, puntando dritto al Delta.
«Il fuggiasco si trova nei luoghi che hanno visto la parte di resistenza armata più importante del nostro territorio – commenta Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea – Possiamo immaginarci la formazione “Edgardo Fogli” della 35ª bis Brigata Garibaldi “Mario Babini” mentre si spostava sulle battane. Superavano le linee nemiche durante la notte, nel periodo in cui gli Alleati avevano già sfondato la Linea Gotica. Sembra incredibile che un bieco bandito stia profanando lo spazio di uomini e donne che si sono battuti per la libertà del paese».
La Resistenza nel basso ferrarese dipendeva dalla conoscenza che i comacchiesi avevano della superficie valliva, del suo reticolo fluviale. Su tutti si fanno sentire le pagine de L’Agnese va a morire, di cui Giuliano Montaldo ha girato l’omonimo film, che racconta di quando i tedeschi allagarono le valli, rompendo gli argini, per impedire la difesa partigiana e il passaggio verso nord. Nell’aprile del 1944 Antonio Meluschi, marito della Viganò e critico teatrale del Corriere Padano, si dovette allontanare per sottrarsi ai nazifascisti, ma finì ugualmente per essere catturato. Torturato dalle SS, riuscì fortunosamente a sfuggire ai suoi aguzzini e a riparare in provincia di Ferrara. La stessa casamatta del romanzo è stata ricostruita appositamente per le riprese. La Viganò ha ricordato anche Agida Cavalli, «una madre della Resistenza», in nome della quale ha combattuto a Filo, partecipando insieme agli Alleati alla “battaglia del Mulino” che portò alla liberazione del piccolo centro di Filo d’Argenta, ridotto in macerie.
Verso Mesola, invece, non si possono dimenticare le scene di Paisà, di Roberto Rossellini, che sposta il focus sul grande Po.
L’immagine di quel corpo trascinato dalla corrente galleggia ancora nelle mente di chi lo ha vissuto. Sul salvagente i tedeschi avevano affisso un cartello con scritto proprio “partigiano”, alla stregua di un macabro monito che sarebbe arrivato a chiunque si fosse opposto e, purtroppo, anche alle generazioni successive. Uno degli episodi più riusciti del nostro neorealismo cinematografico. “Actung! Banditi!”, da cui il titolo del film di Carlo Lizzani, era l’allarme che i nazisti erano soliti lanciare contro i famigerati “uomini della valle”. D’altronde, bandito per bandito, il giudizio sul presente spetta sempre a chi detiene il potere, sebbene Vaclavic non sarà mai considerato niente di più.
«Le valli odierne sono molto diverse da quelle di allora – aggiunge Antonella Guarnieri – erano più selvagge e più ricche di ripari naturali, come i canneti che fornivano nascondigli ovunque. All’epoca i partigiani si potevano rifugiare dentro i casoni. Quegli edifici erano appostamenti per le guardie addette alla sorveglianza dei pescatori di frodo, i cosiddetti fiocinini, oppure case di valle, le dimore dei vallanti, gli addetti alla coltivazione della laguna e alla raccolta del prodotto. Di sicuro, procedendo verso la foce la vegetazione primaverile può offrire maggiori anfratti. Tuttavia è fondamentale sottolineare quanto la gente li aiutasse.
Era una situazione articolata: chi abitava la zona spesso copriva i combattenti con tappeti di fogliame dentro dei buchi lungo i campi. Oggi – conclude la responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza – le stesse oasi sono state rese più accessibili, essendo tutelate e monitorate di frequente».
A discapito degli 800 militari che battono a tappeto i dintorni di Molinella, il bandito non si allontana. È legittima la paura di chi vive nelle case isolate che circondano la zona, ma forse Vaclavic non mira alle abitazioni private.
Adesso che si trova a volto scoperto e non è più un ignoto che pianifica rapine occasionali con la sua banda al seguito, un’intrusione del genere lo renderebbe immediatamente tracciabile. Si metterebbe in trappola da solo.
Matteo Bianchi
L’apparenza di trovarsi fuori dal tempo trae in inganno. Durante il conflitto il paesaggio vallivo si è rivelato sicuro per chi lo conosceva, ma insidioso per i nuovi venuti.
L’Argenta gap, la “Stretta di Argenta” com’era chiamata dagli inglesi in tempo di guerra, è dove il delinquente sarebbe scappato a piedi. Un’area piatta, con alcuni tratti sotto il livello del mare, un corridoio stretto a est dalle Valli di Comacchio e a ovest dalle Valli di Marmorta. La caccia all’uomo che si è scatenata poco dopo l’assassinio della guardia giurata continua incessante. L’area è poco popolata, segnata dal corso di fiumi come il Reno e il Senio. Canali artificiali, fossi e chiuse sono funzionali a depistare il fiuto dei cani, oltre che un’alternativa efficace alla rete stradale, dove le auto delle pattuglie non possono spingersi. Non solo, le macchie di pioppi, olmi e lecci si sono dimostrate impenetrabili perfino ai fari degli elicotteri. La soluzione finale per lui, favorita dalla stagione e dall’aumento della regimentazione, potrebbe essere addirittura a pelo d’acqua, puntando dritto al Delta.
«Il fuggiasco si trova nei luoghi che hanno visto la parte di resistenza armata più importante del nostro territorio – commenta Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea – Possiamo immaginarci la formazione “Edgardo Fogli” della 35ª bis Brigata Garibaldi “Mario Babini” mentre si spostava sulle battane. Superavano le linee nemiche durante la notte, nel periodo in cui gli Alleati avevano già sfondato la Linea Gotica. Sembra incredibile che un bieco bandito stia profanando lo spazio di uomini e donne che si sono battuti per la libertà del paese».
La Resistenza nel basso ferrarese dipendeva dalla conoscenza che i comacchiesi avevano della superficie valliva, del suo reticolo fluviale. Su tutti si fanno sentire le pagine de L’Agnese va a morire, di cui Giuliano Montaldo ha girato l’omonimo film, che racconta di quando i tedeschi allagarono le valli, rompendo gli argini, per impedire la difesa partigiana e il passaggio verso nord. Nell’aprile del 1944 Antonio Meluschi, marito della Viganò e critico teatrale del Corriere Padano, si dovette allontanare per sottrarsi ai nazifascisti, ma finì ugualmente per essere catturato. Torturato dalle SS, riuscì fortunosamente a sfuggire ai suoi aguzzini e a riparare in provincia di Ferrara. La stessa casamatta del romanzo è stata ricostruita appositamente per le riprese. La Viganò ha ricordato anche Agida Cavalli, «una madre della Resistenza», in nome della quale ha combattuto a Filo, partecipando insieme agli Alleati alla “battaglia del Mulino” che portò alla liberazione del piccolo centro di Filo d’Argenta, ridotto in macerie.
Verso Mesola, invece, non si possono dimenticare le scene di Paisà, di Roberto Rossellini, che sposta il focus sul grande Po.
L’immagine di quel corpo trascinato dalla corrente galleggia ancora nelle mente di chi lo ha vissuto. Sul salvagente i tedeschi avevano affisso un cartello con scritto proprio “partigiano”, alla stregua di un macabro monito che sarebbe arrivato a chiunque si fosse opposto e, purtroppo, anche alle generazioni successive. Uno degli episodi più riusciti del nostro neorealismo cinematografico. “Actung! Banditi!”, da cui il titolo del film di Carlo Lizzani, era l’allarme che i nazisti erano soliti lanciare contro i famigerati “uomini della valle”. D’altronde, bandito per bandito, il giudizio sul presente spetta sempre a chi detiene il potere, sebbene Vaclavic non sarà mai considerato niente di più.
«Le valli odierne sono molto diverse da quelle di allora – aggiunge Antonella Guarnieri – erano più selvagge e più ricche di ripari naturali, come i canneti che fornivano nascondigli ovunque. All’epoca i partigiani si potevano rifugiare dentro i casoni. Quegli edifici erano appostamenti per le guardie addette alla sorveglianza dei pescatori di frodo, i cosiddetti fiocinini, oppure case di valle, le dimore dei vallanti, gli addetti alla coltivazione della laguna e alla raccolta del prodotto. Di sicuro, procedendo verso la foce la vegetazione primaverile può offrire maggiori anfratti. Tuttavia è fondamentale sottolineare quanto la gente li aiutasse.
Era una situazione articolata: chi abitava la zona spesso copriva i combattenti con tappeti di fogliame dentro dei buchi lungo i campi. Oggi – conclude la responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza – le stesse oasi sono state rese più accessibili, essendo tutelate e monitorate di frequente».
A discapito degli 800 militari che battono a tappeto i dintorni di Molinella, il bandito non si allontana. È legittima la paura di chi vive nelle case isolate che circondano la zona, ma forse Vaclavic non mira alle abitazioni private.
Adesso che si trova a volto scoperto e non è più un ignoto che pianifica rapine occasionali con la sua banda al seguito, un’intrusione del genere lo renderebbe immediatamente tracciabile. Si metterebbe in trappola da solo.
Matteo Bianchi
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