Caccia al killer. Gigolò, 007, esiliato: in cella millantava identità da romanzo
Fu lui a scegliere Ezechiele come nome di battesimo. L’amico del carcere ci spiega chi è Igor: in Tv solo cartoni, odiava il calcio
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FERRARA. «Tutti lo chiamavamo Ezechiele, in carcere, ci teneva, era un nome di cui andava fiero, il nome cristiano che aveva scelto quando venne battezzato dal cappellano, don Antonio, diventando appunto cattolico. Adesso? Adesso l’è ’na sturiaza, sì una storiaccia, temo che finirà ancora peggio di come è andata finora».
Partiamo dalla fine, della lunga chiacchierata avuta ieri con chi conosceva molto bene Igor Vaclavic/Ezechiele Norbert Feher. Accetta di parlare dopo uno scambio sul profilo Facebook de la Nuova Ferrara. Non è un testimone qualunque quello che racconta la sua vita con Igor Vaclavic. «Sono stato il suo compagno di cella all’Arginone tra il 2011 e il 2015». «Non racconto balle!» e per convincerci manda la foto, lui in posa con Igor/Ezechiele.
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«L’ho conosciuto nel 2011, carcere Arginone: lui dentro per rapine, io lo stesso».
Chi racconta sceglie di restare anonimo per problemi personali, è famoso alle cronache cittadine tanto che si stupisce quando gli citiamo il lungo elenco delle sue imprese: «Siete gli unici a ricordarlo!»: grazie alla nostra memoria e archivio. «Tutti e due eravamo dentro per rapine, compagni di cella, e la sera non si faceva altro che chiacchierare, anche se io in 4 anni che sono rimasto con Igor/Ezechiele in carcere all’Arginone, l’ho visto parlare con qualcuno 3/4 volte, non di più».
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«Sui cartellini del carcere il suo nome era Igor Vaclavic, per tutti noi era Igor Vaclavic, mentre Ezechiele era il nome da battezzato che voleva che noi usassimo dopo che lo fece: se l’era dato da solo, dopo aver fatto comunione e cresima in carcere, ne andava fiero perché nome cristiano (significa “forte con l’aiuto di Dio”, ndr)».
Cosa raccontava? «Diceva di essere siberiano, di aver fatto parte dei servizi segreti russi». Lo interrompiamo: guardi che negli atti giudiziari, Igor Vaclavic è nato a Taskent, Uzbekistan; raccontava palle, Igor/Ezechiele! «Non lo so, diceva di esser scappato tanti anni fa da là, dall’esercito, diceva di essersi tolto con un coltello il tatuaggio che i militari hanno alla caviglia sinistra, là sotto aveva uno sbrego con cicatrice di 20 centimetri».
Dopo la Siberia, il racconto di Igor al compagno di cella, si sposta in Cina: «Visse in esilio sulle montagne cinesi per oltre un anno, in quarantena, poi arrivò qui in Italia, 2004/2005: mi diceva che aveva trovato da lavorare e che ogni tanto (siamo nel 2007, ndr) faceva rapine con l’arco». Quelle famose tra l’Argentato e il Rodigino, da ninja. «E quando gli chiedevo il perché - spiega l’ex detenuto - , si metteva a ridere e mi diceva: “Uso l’arco perché odio le armi, le pistole e i fucili».
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E allora, chi è l’Igor/Ezechiele che oggi spara e uccide? «Non lo so, anche io non riesco a credere a tutto questo, allora diceva che era contrario ad usare armi da fuoco, prediligeva coltelli, archi, accette e asce. Restammo insieme fino al 2015 in carcere, quando lui uscì». Anche lui, l’ex compagno di cella, è uscito dal carcere, oggi è in affidamento ai servizi sociali, sta ancora espiando, il fine pena sarà gennaio prossimo. E fuori, non vi siete mai visti, incontrati, sentiti?
«Sì, abbiamo avuto contatti, solo su Facebook o con Messenger. Cosa ci siamo detti? Parlavamo del più e del meno, gli dissi che era morto un ragazzo che era con noi in cella, morto su un’auto rubata nell’Argentano: era un nostro amico comune, di sventura, dell’Arginone».
Ma lui in tutti questi anni dove potrebbe essere stato? Non se l’è chiesto? «Mi diceva di aver vissuto a Valencia, in Spagna (lo conferma la geolocalizzazione di Facebook del profilo di Ezechiele, ndr). Cosa faceva là? Faceva il gigolò, me lo aveva detto, non so se vero o no: nel suo profilo è sempre elegante con belle donne, gli sono sempre piaciute. Gli ho creduto».
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Ci scusi, ma per essere molto diretti, il cappellano dell’Arginone, don Antonio, diplomaticamente diceva che non gli sembrava «sincero», altri confermano l’eccesso, non era forse che ne raccontava troppe di balle?
«Assolutamente no, ho visto che non era così, in carcere: se diceva “a” era “a”. Un esempio? Tanti, diceva una cosa e la faceva, non importava se contro direttore, agenti, detenuti o se finiva in isolamento: la faceva e basta». Ed era spesso solo in carcere? «Sì, isolato, parlava con pochi, passava tanto tempo in chiesa con Don Antonio (quello che lui definisce nel profilo Facebook “il mio grande amico”, ndr). Con me parlava la sera, eravamo in cella insieme. Con altri, penso di averlo visto parlare con 3 persone in 4 anni di carcere».
E dentro cosa faceva? «Si allenava, guardava cartoni animati, andava in palestra e in chiesta, sempre in chiesa». Perché cartoni animati? «Diceva che suo padre non glieli aveva mai fatti vedere, quando era piccolo, si voleva rifare da grande. Poi in Tv odiava il calcio, per lui era la prima regola: quando c’era lui non si guardavano mai partite in Tv con gli altri».
Amici e compagni di cella dentro il carcere, e anche fuori? «Ho perso i contatti, pochi messaggi. Sono in affidamento ai servizi sociali, devo rigar dritto. Ma sabato notte (domenica all’alba, dopo l’omicidio del Mezzano, ndr) sono arrivati i Ros in casa mia. Erano tranquilli, ho spiegato i contatti che avevo con lui, il profilo Facebook, erano tranquillissimi».
Ma se il “suo” Igor/Ezechiele odiava le armi, chi è quello là, là fuori nella macchia? «Non lo so: per me è impossibile riconoscere questa persona in quella che conoscevo. Io sono convinto che stia sparando contro alla gente perchè armata, penso si stia preparando alla guerra finale, con il suo arsenale che chissà dove ha preso. Sì, credo che finirà ancor peggio, questa storiaccia».
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