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Liboni, Johnny, Manolo... Banditi catturati e no 

Liboni, Johnny, Manolo... Banditi catturati e no 

Trent’anni di cacce all’uomo, dall’evasione di Vallanzasca da un oblò E per il delitto del catamarano l’assassino è sparito per la quarta volta

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Vite in fuga. Storie di banditi che si sono nascosti ad imponenti cacce all’uomo, che sono riusciti a scappare anche dopo essere stati presi. Pietro Cavallero, Renato Vallanzasca, “Johnny lo zingaro”, Luciano Liboni, Lyubisa Urbanovic “Manolo”, nomi che la sanguinosa fuga di Igor Ezechiele richiama alla memoria.
IL LUPO Sui muri di Roma le scritte che inneggiano al Lupo non sono ancora sbiadite. Luciano Liboni da Montefalco, ucciso al Circo Massimo nel 2004 era latitante da due anni, da quel colpo di pistola contro un benzinaio che lo stava rincorrendo che segnò il passaggio da ladro d’auto a bandito con la necessità di sparire dalla circolazione. Divenne il terrore di banche e uffici postali. Sparava, all’occorrenza. Sparò contro un posto di blocco della Guardia di finanza a Civitavecchia, sparò ad un carabiniere che a Roma lo aveva fermato chiedendogli i documenti. Sparì, per ricomparire in Repubblica Ceca dove finì in carcere per possesso di documenti falsi. Reato minore, condanna lieve: uscì prima che la pratica di estradizione fosse completata.
Cambiò aria, tornò in Italia, bazzicava la Romagna dove veniva segnalato, sempre troppo tardi per prenderlo. Come all’ospedale di San Piero in Bagno dove fu ricoverato per una frattura al setto nasale e una ferita alla mano, sotto falso nome. Affrettò la convalescenza, si sbrigò a farsi dimettere, ancora vistosamente bendato. In un bar il carabiniere scelto Alessandro Giorgioni chiese conto della medicazioni, chiese un documento di identità e venne freddato. La caccia all’uomo fu poderosa, con posti di blocco in tutta l’Italia centrale. Lo intercettarono a Roma, vicino alla stazione Termini, ma il bandito si aprì una via di fuga a colpi di pistola, infilandosi anche nel tunnel della metropolitana, percorrendone un tratto a piedi e riuscendo a sfuggire alla cattura. Si nascondeva tra i barboni in strada, dormendo con loro e senza mai dare nell’occhio. Fino alla mattina del 31 luglio, a quell’alt urlato da una pattuglia di carabinieri motociclisti. Liboni non si arrese, prese in ostaggio una donna francese puntandole la pistola alla tempia. Provò ad intavolare una trattativa, ma fu centrato alla testa da un colpo di pistola.
VALLANZASCA Storie da film. O che diventano film, come “Gli angeli del male” di Michele Palcido. Racconta vita criminale e fughe di Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, venti anni di sfida alle forze dell’ordine. Il 6 febbraio 1977 uccide due poliziotti al casello autostradale di Dalmine, lui viene ferito nel conflitto a fuoco e quindi catturato qualche giorno dopo in un appartamento di Roma. Dieci anni dopo evade dall’oblò della nave che lo trasferiva da Genova al supercarcere dell’Asinara. La caccia all’uomo vede impegnati centinaia di poliziotti e carabinieri, fino a quando - l’8 agosto 1987 - il “bel René”, come le cronache lo indicavano per il fascino che aveva sulle donne, viene intercettato a un posto di blocco nel Goriziano.
LO ZINGARO È ancora Roma la protagonista di un’altra imponente caccia all’uomo, con l’impiego di 700 agenti e carabinieri: è quella a Giuseppe Mastini, detto ”Johnny lo zingaro”, rapinatore, già condannato a 15 anni perchè - minorenne - aveva ucciso un tranviere nella capitale. Nel febbraio 1987 approfitta di un permesso di uscita dal carcere e si dà alla latitanza, inanellando una serie di rapine a mano armata. Durante uno di questi colpi viene ucciso a Sacrofano il console italiano in Belgio, Paolo Buratti. Il 23 marzo di quell’anno viene fermato da una pattuglia di polizia in zona Tuscolana, con lui c’è una studentessa ventenne. Johnny spara ed uccide l’agente Michele Giraldi, spara ad un altro agente ma senza colpirlo, rapina un’auto e sequestra una ragazza. Scatta la grande caccia. Il bandito tenta di sfuggire all’accerchiamento rubando diverse automobili, alla fine si rende conto che non ce l’avrebbe fatta, lascia andare la ragazza sequestrata e si arrende: sono trascorse solo poche ore dall’inizio della caccia.
MANOLO Pochi anni ed ecco nel 1990 polizia e carabinieri impegnati nello stringere il cerchio attorno a Lyubisa Urbanovic “Manolo”, ritenuto l’autore di un massacro: quattro persone, componenti di una stessa famiglia, uccise a Pontevico (Brescia) nel corso di una rapina fallita. Poi è accusato di aver ucciso due fratelli a Somma Lombardo (Varese), ancora per rapina, e quindi l’omicidio di un sacerdote in provincia di Asti. La firma è quella di una Smith and Wesson rubata a una guardia giurata. Lo chiamavano “bandito dagli occhi di ghiaccio” e di lui si persero le tracce in Italia. Ricompare in Serbia alla fine della guerra nella ex Jugoslavia, è condannato a 15 anni. Poi più nulla, forse è morto ma non c’è certezza.
PERRONE Fughe che hanno una fine. Come quella dell’ergastolano Fabio Perrone, scappato nel 2015 dall’ospedale Vito Fazzi di Lecce dopo aver sottratto la pistola d’ordinanza di un agente della penitenziaria. Gli uomini della questura di Lecce lo hanno preso dopo 63 giorni, con la spettacolare incursione di trenta uomini nell’appartamento in cui si erano rintanato.
DE CRISTOFARO Fughe che sembrano non finire mai, come quella di Pippo De Cristofaro. Chissà se l’ex ballerino sogna ancora di raggiungere la Polinesia, come prometteva alla sua amante diabolica sedicenne Diane, pronti a salpare su un catamarano dopo aver gettato in acqua il cadavere della skipper che aveva massacrato a colpi di machete. Non è rientrato in Italia per scontare l’ergastolo e non si sa bene dove sia finito. È scomparso in Portogallo, dove aveva trovato rifugio e dove era stato arrestato dalla polizia di Ancona nel maggio scorso, dopo l'evasione (la seconda) dal carcere di Porto Azzurro, sull'Isola d'Elba, il 21 aprile 2014, durante un permesso premio. La fortuna-sfortuna gli aveva arriso anche nel luglio 2007, quando, sempre durante un permesso premio, era evaso dal carcere di Opera (Milano), per essere catturato il mese successivo a Utrecht, in Olanda. L'ultima fuga si era conclusa su un treno per Lisbona, dove viaggiava con documenti falsi intestati a un certo Andrea Bertone. «Stavolta - aveva detto - torno in galera per sempre». Invece no, è riuscito di nuovo a dileguarsi.

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