La Nuova Ferrara

Ferrara

il vangelo di pasqua 

Dal buio del peccato alla luce della Resurrezione

I personaggi del vangelo di oggi, Maria di Màgdala, Pietro e il discepolo amato sono tutti e tre nel buio della notte. Tutti e tre corrono verso il sepolcro. Tutti e tre non hanno compreso che Gesù è...

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I personaggi del vangelo di oggi, Maria di Màgdala, Pietro e il discepolo amato sono tutti e tre nel buio della notte. Tutti e tre corrono verso il sepolcro. Tutti e tre non hanno compreso che Gesù è risorto, che lo aveva detto e che ne aveva dato dei segni, proprio a cominciare da Maria, da cui aveva scacciato sette demoni (il numero sette significa la totalità: l’aveva liberata da tutto il male).
In tutta la predicazione Cristo ha fatto segni di risurrezione, facendosi trovare, apparentemente per caso, sulla strada di chi ne ha bisogno. Non solo quando ridona la vita a morti, come a Nain o a Betania all’amico Lazzaro oppure quando dona la guarigione, come al cieco nato. Soprattutto quando “rimette in piedi”, dando un’altra possibilità a chi ha peccato, come alla donna adultera che tutti volevano lapidare. E questo fino all’ultimo respiro, come con il ladrone, a cui dona in extremis l’ingresso nel regno di Dio. Ogni incontro con Gesù è un incontro di risurrezione, perché Dio non ci “schiaccia”, ma ci rimette in piedi, perché non vuole la nostra morte, ma che ci convertiamo e viviamo (cfr. Ez 33,11), perché, come diceva Gabriel Marcel « amare è dire: tu non morirai ».
La pietra è rotolata via, la tomba è spalancata, ma la pietra del cuore di Maria, Pietro e dell’altro discepolo è ancora là al suo posto, chiudendo il sepolcro del loro cuore. Non hanno compreso quello che il Maestro aveva sempre detto: una quaresima può sembrare eterna, un venerdì santo può apparire interminabile, il sabato santo può presentarsi come infinito, ma la certezza è nella domenica di Pasqua, che arriva sempre e comunque. Gesù ha voluto vivere fino in fondo ogni ambito della vita dell’uomo, senza risparmiarsi nulla, proprio per spalancare la pietra della tomba dove siamo rinchiusi da noi stessi, oppure ci hanno “deposti” gli altri: « Se salgo in cielo, là tu sei; / se scendo negli inferi [il luogo dove Dio non c’è], eccoti» (Sal 139,8). La morte non è il “The end” del film della nostra vita, ma la risurrezione ne è la protagonista. La Pasqua è la festa della vita che prende il sopravvento sulla morte, a cominciare proprio dal cuore, dove, a volte, la morte sembra regnare.
Gregorio Palamas (1296-1359) e Nicola Cabasilas (XIV secolo) hanno detto che Dio ama l’uomo di un “amore folle”, a tal punto da aver deciso che il Figlio si sarebbe incarnato, sarebbe morto e risorto per dimostrare fino a che punto si spinge questo amore: dare la vita per ciascuno di noi, sia nel senso di morire, sia nel senso di strapparlo alla morte, donandogli quella vita che non termina. E questo amore, questa risurrezione è sempre all’opera e al lavoro fino a quando la pietra dell’ultimo cuore non sarà divelta e la luce non lo abbia inondato e sia arrivata fino ai confini della creazione.
don Marcello Panzanini

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