Le lacrime degli amici e una promessa: non avremo paura
«Valerio era come la sua stretta di mano: forte e deciso» «Non abbiamo paura, solo tanta rabbia e dolore»
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OSPITAL MONACALE. Accettare la morte è difficile. Lo è ancora di più se arriva in circostanze che hanno dell’incredibile. Valerio Verri faceva parte del Servizio di vigilanza ambientale di Legambiente. Per caso l’8 aprile, assieme all’agente di polizia provinciale Marco Ravaglia, si trovava nel Mezzano per normali controlli. Ed è stato ucciso. «Nessuno di noi pensa di uscire da casa e di essere ammazzato - dice a mezza voce Norberto Bellotti, coordinatore del Servizio vigilanza Legambiente - Il suo servizio era già finito, stava rientrando. Io non ho trovato le parole nei giorni scorsi e non le trovo nemmeno oggi. Se ne sentono tante, troppe. Mi preme dire una cosa però Noi le armi non le abbiamo perché non siamo un corpo militare e non le vogliamo nemmeno. Non abbiamo nemmeno i giubbotti, i caschi perché non servono. Siamo volontari che controllano il territorio, che aiutano. Le forze dell’ordine sono altra cosa».
«Noi parlavamo sempre - racconta un amico - Faccio il contadino, ho la campagna e lui mi dava tanti consigli. Conosceva le leggi, mi aiutava anche in questo. Io non ho paura di quell’Igor, io lo vorrei prendere con le mie mani perché quello che ha fatto è imperdonabile».
«Valerio era un amico. Uno di quelli che si trovano poche volte nella vita. Mi ha telefonato mio figlio, mi sono sentito mancare. Non c’è più, la sua famiglia è distrutta mentre l’assassino è ancora in giro e potrebbe uccidere ancora. Devono trovarlo».
Tra le immagini che più resteranno scolpite nella memoria di quanti hanno partecipato ieri ai funerali, il volto pieno di lacrime dell’ispettore della Polizia provinciale Fabio Piva. Piva è rimasto fermo sulla porta della chiesa con la mano tesa sulla fronte, in saluto militare. La bocca serrata e i singhiozzi chiusi in gola. Non ha mai mollato Piva. Finché davanti a lui non è arrivato un ragazzo con il giubbotto nero che abbracciandolo ha liberato le lacrime.
Le divise delle forze dell’ordine si aprono al passaggio dei parenti. «Non vogliono nessun altro dentro», e la gente si ferma, fa il segno della croce e aspetta fuori.
«La sua stretta di mano, forte e decisa raccontava tutto di lui. Basta guardare quanta gente c’è qui oggi, come parlano di Valerio per capire che in questo caso non sono frasi di circostanza: lui era davvero una persona speciale. Adesso serve silenzio e tutti dobbiamo stare, in punta di piedi, accanto alla sua famiglia».
«Noi parlavamo sempre - racconta un amico - Faccio il contadino, ho la campagna e lui mi dava tanti consigli. Conosceva le leggi, mi aiutava anche in questo. Io non ho paura di quell’Igor, io lo vorrei prendere con le mie mani perché quello che ha fatto è imperdonabile».
«Valerio era un amico. Uno di quelli che si trovano poche volte nella vita. Mi ha telefonato mio figlio, mi sono sentito mancare. Non c’è più, la sua famiglia è distrutta mentre l’assassino è ancora in giro e potrebbe uccidere ancora. Devono trovarlo».
Tra le immagini che più resteranno scolpite nella memoria di quanti hanno partecipato ieri ai funerali, il volto pieno di lacrime dell’ispettore della Polizia provinciale Fabio Piva. Piva è rimasto fermo sulla porta della chiesa con la mano tesa sulla fronte, in saluto militare. La bocca serrata e i singhiozzi chiusi in gola. Non ha mai mollato Piva. Finché davanti a lui non è arrivato un ragazzo con il giubbotto nero che abbracciandolo ha liberato le lacrime.
Le divise delle forze dell’ordine si aprono al passaggio dei parenti. «Non vogliono nessun altro dentro», e la gente si ferma, fa il segno della croce e aspetta fuori.
«La sua stretta di mano, forte e decisa raccontava tutto di lui. Basta guardare quanta gente c’è qui oggi, come parlano di Valerio per capire che in questo caso non sono frasi di circostanza: lui era davvero una persona speciale. Adesso serve silenzio e tutti dobbiamo stare, in punta di piedi, accanto alla sua famiglia».
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