«Omissioni, falsi e ‘aiuti’ per Carife»
Tra i dodici a rischio rinvio a giudizio assieme a Lenzi, Forin, Filippini e Sette ci sono anche Govoni e Nanni: bancarotta
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Sono rimasti i vertici della vecchia Carife, i dirigenti coinvolti in prima persona e gli “alleati” delle banche esterne, dentro l’inchiesta sull’aumento di capitale del 2011 che sta volgendo al termine. I reati ipotizzati restano sostanzialmente gli stessi dell’esordio delle indagini, cioè falso in prospetto, aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e bancarotta patrimoniale, ma il perimetro si restringe rispetto a quegli scenari, ed è questo il motivo dell’esclusione dall’inchiesta, tra gli altri, dei vertici della Fondazione e dei sindaci revisori. Il quadro dei dodici indagati è piuttosto chiaro: ci sono Daniele Forin e Sergio Lenzi, all’epoca rispettivamente direttore generale e presidente della banca, assieme ai dirigenti Davide Filippini, responsabile della Direzione bilancio, e Michele Sette, responsabile della Direzione finanza; poi Paolo Govoni, all’epoca consigliere di amministrazione e legale rappresentante di Carife Sei, e l’ex “collega” Teodorico Nanni, già legale rappresentante della controllata Banca di credito e risparmio di Romagna. C’è Michele Masini, socio della Deloitte & Touche, la società di revisione contabile di Carife. Gli altri indagati sono i rappresentanti delle banche che avrebbero aiutato i ferraresi a falsare l’aumento di capitale: Ezio Soardi, legale rappresentante della Banca Valsabbina; Germano Lucchi, che ricopriva lo stesso incarico nella Cassa di Risparmio di Cesena; e gli ex direttori generali dei due istituti, Adriano Gentili (Cesena) e Spartaco Gafforini (Valsabbina), più Maurizio Teodorani, altro dirigente di Caricesena.
Forin, Lenzi, Filippini e Masini, in concorso, sono accusati di falso in prospetto, perché nel momento della presentazione dell’offerta dei 7.153.349 nuova azioni Carife, per un controvalore di 150 milioni, avrebbero occultato agli investitori «informazioni rilevanti per la corretta valutazione del rischio», in quanto «omettevano di evidenziare la raccomandazione di Banca d’Italia, contenuta nelle comunicazioni del 20/10/2010 e del 29/04/2011», sul fatto che l’aumento di capitale doveva essere rivolto «a soggetti in grado di valutare in maniera appropriata il rischio delle perdite solo previste, queste ultime determinate sulla base di dati sensibilmente diversi da quelli effettivi». Altra omissione, le proiezioni negative sugli utili 2011-2014 delle fusioni delle banche controllate nella capogruppo. Lo stesso quartetto è accusato di ostacolo alla vigilanza, in quanto rispondendo alla richiesta di Consob del 15 giugno 2011, non evidenziavano la discrepanza tra i dati previsionali di bilancio 2010 e i dati reali al 31 dicembre 2010, che erano peggiori, con conseguenze a cascata su utili, patrimonio e piano industriale. Forin, Lenzi e Filippini sono accusati per gli stessi motivi di aggiotaggio, cioè di aver fissato un prezzo troppo alto, i 21 euro ad azione. Tutti gli indagati, tranne Masini, dovranno rispondere di bancarotta patrimoniale, per aver rafforzato solo fittiziamente la banca, completando l’aumento di capitale solo grazie a «sottoscrizioni reciproche di azioni» tra Carife, Cesena a Valsabbina, «per un importo almeno pari a 14.999.985 euro». Carife Sei e Bcrr parteciparono a queste acquisizioni per 2,9 e 3,5 milioni. Ora gli indagati hanno venti giorni di tempo per farsi interrogare o presentare memorie, poi le richieste di rinvio a giudizio della procura e l’udienza preliminare, che sarebbe già fissata da giugno in poi.
Forin, Lenzi, Filippini e Masini, in concorso, sono accusati di falso in prospetto, perché nel momento della presentazione dell’offerta dei 7.153.349 nuova azioni Carife, per un controvalore di 150 milioni, avrebbero occultato agli investitori «informazioni rilevanti per la corretta valutazione del rischio», in quanto «omettevano di evidenziare la raccomandazione di Banca d’Italia, contenuta nelle comunicazioni del 20/10/2010 e del 29/04/2011», sul fatto che l’aumento di capitale doveva essere rivolto «a soggetti in grado di valutare in maniera appropriata il rischio delle perdite solo previste, queste ultime determinate sulla base di dati sensibilmente diversi da quelli effettivi». Altra omissione, le proiezioni negative sugli utili 2011-2014 delle fusioni delle banche controllate nella capogruppo. Lo stesso quartetto è accusato di ostacolo alla vigilanza, in quanto rispondendo alla richiesta di Consob del 15 giugno 2011, non evidenziavano la discrepanza tra i dati previsionali di bilancio 2010 e i dati reali al 31 dicembre 2010, che erano peggiori, con conseguenze a cascata su utili, patrimonio e piano industriale. Forin, Lenzi e Filippini sono accusati per gli stessi motivi di aggiotaggio, cioè di aver fissato un prezzo troppo alto, i 21 euro ad azione. Tutti gli indagati, tranne Masini, dovranno rispondere di bancarotta patrimoniale, per aver rafforzato solo fittiziamente la banca, completando l’aumento di capitale solo grazie a «sottoscrizioni reciproche di azioni» tra Carife, Cesena a Valsabbina, «per un importo almeno pari a 14.999.985 euro». Carife Sei e Bcrr parteciparono a queste acquisizioni per 2,9 e 3,5 milioni. Ora gli indagati hanno venti giorni di tempo per farsi interrogare o presentare memorie, poi le richieste di rinvio a giudizio della procura e l’udienza preliminare, che sarebbe già fissata da giugno in poi.
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