Crac vecchia Carife, i consiglieri ingannati dai vertici
Procura e Finanza: «Aumento di capitale sotto accusa per le modalità». Ecco perchè gli indagati sono scesi da 54 a 12. Chi esce di scena (cda, sindaci) aveva ricevuto atti non corretti
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.15262833:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/locale/crac-vecchia-carife-consiglieri-ingannati/72583/73027]]
FERRARA. «Gli atti proposti al cda erano atti non corretti, per cui una parte del cda di vecchia Carife non ha potuto avere contezza reale di ciò che si stava decidendo»: sintetizza così 2 anni e e mezzo di indagini, il procuratore capo Bruno Cherchi con al fianco il colonnello della Guardia di Finanza Sergio Lancerin, spiegando i motivi per cui l’inchiesta sull’aumento di capitale ha operato una drastica selezione riducendo solo a 12 gli indagati sui 54 individuati in un primo momento.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.15262770:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.15262770:1650614383/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
A giudizio dopo la selezione
L’atto di chiusura indagini è stato depositato la settimana scorsa, e ora procura e finanza si soffermano sulle ragioni della selezione investigativa che ha portato il numero delle persone ritenute responsabili solo a 12, per cui verrà chiesto - se non vi saranno sviluppi in questi giorni - il rinvio a giudizio, il processo per il primo crac di vecchia Carife.
L’atto di chiusura? «Un punto fermo delle nostra attività delle indagini per l’aumento di capitale» spiega Cherchi soffermandosi sul fatto che «l’indagine è stata aperta ben prima della dichiarazione dello stato di insolvenza di Carife». Insomma, procura e guardia di finanza di Ferrara aprirono l’inchiesta di iniziativa, dopo il commissariamento della Carife da parte di Bankitalia (fine 2014), senza attendere il crac del dopo Salvabanche, e strada facendo iniziarono ad indagare sull’aumento di capitale - oggi inchiesta chiusa- mentre sono aperte ora altre tranche di indagine, sul grande crac della banca (anni 2007-2013) e altre indagini parallele, alcune aperte sulle segnalazioni ed esposti di azzerarti, i clienti-risparmiatori (azionisti e obbligazionisti) che hanno perso tutto dopo il decreto Salvabanche.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.15262769:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.15262769:1650614383/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Operazione ok, metodi ko
Cherchi e Lancerin hanno chiarito un principio fondamentale dell’indagine: sotto accusa non è l’operazione di aumento di capitale, necessaria e fondamentale per tenere in vita la banca, visto che era stata Bankitalia a sollecitare questa operazione dopo le ispezioni che portarono in rilievo sofferenze e difficoltà delle casse della banca. Ma è il modo con cui è stata condotta a termine, di fatto - secondo le conclusioni - ingannando tutti i “controllori”, i membri del cda, il collegio dei sindaci, Fondazione Carife.
«La nostra attività si è concentrata sull’individuazione di chi ha partecipato e deciso gli atti ritenuti illeciti: la differenziazione che abbiamo operato (la riduzione da 54 a 12, ndr) e che proponiamo (in udienza preliminare per il processo, ndr) è stata decisa solo per coloro per cui abbiamo elementi certi che conducono alle ipotesi criminose». Tradotto nei reati di aggiotaggio, falsi in prospetto, ostacolo alla vigilanza. E bancarotta patrimoniale.
Vertici e tecnici indagati
La differenza sostanziale è tra chi ha deciso, partecipato, pensato e redatto atti e chi invece presumeva che gli atti fossero corretti, ma non lo erano. Ecco allora la selezione operata: restano indagati i vertici, l’ex dg Daniele Forin e il presidente Sergio Lenzi e due “tecnici”, ancora oggi in Nuova Carife, Davide Filippini e Michele Sette (direttori settori Finanza e Bilancio) che avrebbero materialmente redatto gli atti «non corretti». Validatati dal responsabile della società di revisione Deloitte &Touche, Michele Masini, indagato. Poi gli altri ruotano attorno allo scambio di azioni che hanno portato gli inquirenti ad affermare che l’aumento di capitale era fasullo, per la fittizietà del patrimonio (da qui il crac patrimoniale) CariCesena e Valsabbina Brescia parteciparono all’aumento di capitale per quasi 10 milioni acquistando azioni che Carife poi girò con triangolazioni con proprie società alle due banche. Carife indicò di aver raggiunto la quota dei 150 milioni, senza averli realmente in cassa.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.15262767:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.15262767:1650614383/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Fuori PopCividale e PopBari
Gli indagati sono Paolo Govoni, vertice di Carife Sei, e Teodorico Nanni, per Banca credito di Romagna, società usate per la triangolazione con Caricesena e Valsabbina. Indagati i massimi vertici delle due banche, per Valsabbina, Ezio Soardi e Spartaco Gafforini e per Caricesena, Germano Lucchi, Adriano Gentili e Maurizio Teodorani.
Restano fuori dalle ipotesi d’accusa, le due banche inizialmente coinvolte, le Popolari di Bari e di Cividale: meccanismi usati dello scambio di azioni incrociate sono stati ritenuti leciti.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
