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«Ho visto settori sparire, ora il rilancio» 

«Ho visto settori sparire, ora il rilancio» 

Nel bilancio di Bonora addio edilizia e zuccherifici, 101 industrie in concordato: ma l’Emilia ci può dare forniture e lavoro

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Roberto Bonora si è preparato alcuni appunti per l’intervista del congedo, ma ce ne sarebbe abbastanza per scrivere un libro, tanto densi sono stati gli anni alla direzione degli industriali ferraresi.
In questi 16 anni è cambiato il mondo. Si direbbe non in meglio, per le industrie ferraresi.
Sono diventato direttore in piena globalizzazione, la Cina era appena entrata nel Wto e molti industriali ferraresi erano sulla difensiva, si faceva fatica a far capire che l’export non era più solo Germania e Francia, e che per lavorare all’estero non bastava partecipare ad un seminario di due ore con le Dogane o in Camera di commercio, ma che servivano progetti. Se poi ci aggiungiamo la nascita dell’Euro, nel 2001, e la fine delle svalutazioni competitive, ci si rende conto dei cambiamenti in atto in quegli anni.
Abbiamo assistito alla trasformazione o sparizione di interi comparti: gli zuccherifici, l’edilizia, il petrolchimico.
La riforma dello zucchero è stato un colpo mortale per un settore che in provincia era arrivato a far lavorare 15 zuccherifici, con tanto d’indotto. Prevalse l’incapacità di trattare dell’Italia, visto che lo zucchero si continua a produrre in Portogallo o Serbia, non solo al Nord. L’accordo di programma del petrolchimico, invece, fu positivo perché in cambio della turbogas promosse bonifica e reindustrializzazione del sito. È mancata in parte quest’ultima fase, è vero, ma il progetto Estelux era reale, avevano già opzionato 12 ettari nel petrolchimico. Avevano però fatto i conti senza la Cina, che si mise a produrre massicciamente i pannelli in polisilicio abbattendo i prezzi. E se la turbogas non ha mai funzionato in pieno è perché l’energia a livello nazionale è diventata abbondante.
I costruttori edili locali fecero l’errore di accordarsi con la cooperazione, e così sparì un settore che aveva costruito San Martino di Castrozza e Marilleva 2000. Ancora oggi non si riesce a fare rete per costruire una struttura in grado di partecipare agli appalti.
La crisi del 2008, anche voi lo dicevate, doveva durare al massimo un anno e mezzo, ed è ancora qui. Quanto abbiamo perso e su cosa puntare per uscirne davvero?
Abbiamo contato 101 industrie in concordato, un numero enorme. Lo slogan del presidente Puglioli era “bisogna tenere il motore acceso”, ma quando il presidente di Confindustria tedesco venne a Roma ci disse che secondo loro sarebbero serviti da 4 a 7 anni per risollevarsi. Si può dire che il nostro ufficio sindacale è diventato il migliore d’Italia per gestire le procedure, e che la fusione con Api è stato un segnale importante di apertura. Abbiamo però perso un po’ tutti l’occasione di promuovere il vero cambiamento che era quello sollecitato da Fiat con la sua uscita da Confindustria, sulle regole e i contratti. C’è stato un errore da parte degli industriali ma anche il sindacato locale, che gestirono con molta responsabilità le crisi, non ha avuto il coraggio di cambiare.
Che fare? Aziende come Famar o Mery Fashion mostrano una via, che è di lavorare in simbiosi con i grandi marchi nel loro caso del tessile. E la scelta di Confindustria Emilia va in questa direzione: le nostre imprese possono guadagnarci in relazioni e possibilità di lavoro, poiché entreranno in contatto diretto con comparti come l’automotive emiliano che ogni anno ha un deficit di 200 ingegneri da colmare ed ha bisogno di subfornitura di qualità. L’Ima di Vacchi, neopresidente di Confindustria Emilia, ha superato il miliardo di fatturato e lavora anche con una rete di 32 imprese tra le quali già ci sono centesi e portuensi. Continuiamo però ad essere la provincia che presenta meno progetti e partecipa di meno ai bandi.
Infine il capitolo terremoto: una valutazione secca sulla ricostruzione.
Mi limito alla parte produttiva, e dico che in termini di attività svolte dal commissario, dal ministero e dal pubblico nel suo complesso, il lavoro fatto è stato positivo. Non posso dire altrettanto di Invitalia (l’agenzia ministeriale che gestisce materialmente i contributi, ndr): i nostri associati lamentano tagli drastici di rimborsi e contributi.
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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