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Crisi, malattie, separazioni Diecimila non ce la fanno 

Metà degli assistiti è composta da italiani. Il 9 % ricorre a risparmi e prestiti I casi di una signora in crisi coniugale senza casa nè risparmi e di un infartuato

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Ditte che falliscono, problemi improvvisi e gravi di salute, separazioni, sono solo alcune delle cause che portano oggi a quella che si definisce nuova povertà, che espone il soggetto colpito ad una maggiore vulnerabilità. Di casi ne sono emersi molti, a margine del convegno di ieri al liceo Carducci. «Una famiglia straniera, giovane, particolarmente numerosa - racconta una volontaria dell’emporio solidale Il Mantello - Andava tutto bene, lei faceva la mamma e lui andava al lavoro presso una ditta, nella quale era apprezzato, con un posto a tempo indeterminato. La ditta è fallita, lui si è trovato a casa, per fortuna con la disoccupazione, ma senza numerosi stipendi arretrati. Ha iniziato uno stage retribuito, è stato apprezzato e l’impresa gli ha proposto di prolungarlo. Andrebbe tutto bene se non fosse che la ditta è fuori provincia, per cui serve il denaro per l’auto e il carburante. Ma quasi sicuramente accetterà». Un altro caso riguarda una famiglia italiana, perché, come sottolinea la volontaria, «il 50% dei beneficiari sono italiani e l’altra metà stranieri». La protagonista questa volta è una donna, reduce da una separazione molto difficile. «In questo caso si era investito molto nel partner, c’era un rapporto di piena fiducia, si sono concesse molte cose. Poi arriva la crisi coniugale, lei esce di casa. Ha un lavoro per fortuna, ma non ha una casa, né l’auto, ed è rimasta senza risparmi. Oltre a questo, ha un’età avanzata. Non avendo risparmi è come se non avesse mai lavorato» e si trova a dover ricominciare daccapo. Terzo caso, sempre una famiglia italiana, dove chi lavora è colpito da una malattia invalidante come l’infarto. «E’ una situazione molto difficile, perché i lavori pesanti sono sconsigliati, e la coppia si ritrova troppo vecchia per un nuovo lavoro. Hanno entrambi esperienza ma non la flessibilità di un giovane al primo impiego. Sono persone legate al territorio e devono anche aspettare il Cud dell’anno prossimo per avere la certificazione del reddito Isee che consenta loro di avere certe forme di sostegno sociale».
Il convegno di ieri è partito da un progetto della docente Giuliana Amarandi, che ha coinvolto le classi 5ªD, 5ª C, 4ª D, 4ª E e 4ª A. Caterina Malucelli, dell’ufficio statistiche del Comune, ha aggiornato sull’indagine a campione su 1.000 famiglie, esclusi nomadi, stranieri non regolari, studenti. «Le famiglie con un componente sono il 40% mentre il dato nazionale si attesta al 31%. La metà dei ferraresi percepisce uno stipendio inferiore a 1.800 euro. Chi ha risentito di più della crisi sono i lavoratori autonomi, mentre i pensionati, rispetto a un tempo, reggono la situazione. Il 49% dei ferraresi spende il reddito nel corso dell’anno, il 9% ricorre a risparmi e prestiti per cui il 58% non risparmia. Attualmente il 7,9% dei ferraresi non arriva a fine mese». Anche la presenza o meno di figli incide sul tasso di povertà. «Oggi le famiglie numerose non ci sono quasi più ma già con due figli la percentuale di povertà aumenta». Come dato positivo, è emerso che il tasso di disoccupazione nel 2015 è sceso rispetto al 2012. Tuttavia «le famiglie a rischio povertà nel 2015 si aggiravano attorno al 15%» ha concluso Malucelli.
Al dibattito hanno partecipato don Domenico Bedin, Michele Luciani (Caritas), Anna Zonari (Il Mantello), Chiara Sapigni, assessore alla Persona: tutti pezzi di un sistema di welfare che fatica ad affrontare le nuove povertà.
Veronica Capucci
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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