il vangelo di oggi
«Dove sono io siate anche voi»
di DON PAOLO GALEAZZI
In questa V Domenica di Pasqua, la liturgia ci propone un frammento dell’ultimo discorso di Gesù, in cui egli apre ai discepoli uno squarcio sulla sua realtà di Figlio di Dio (Gv 14, 1-12). A tale...
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In questa V Domenica di Pasqua, la liturgia ci propone un frammento dell’ultimo discorso di Gesù, in cui egli apre ai discepoli uno squarcio sulla sua realtà di Figlio di Dio (Gv 14, 1-12). A tale mistero egli riconduce tutte le domande e le inquietudini dei discepoli, quasi che solo passando attraverso di esso vi troveranno una adeguata risposta. Gesù li precede, nei fatti e nel pensiero, dicendo loro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». I discepoli non conoscono questo “luogo” verso cui Gesù si dirige, né lo avvertono come la méta della loro vita. Gesù conosce il Padre e vi ritorna, ma i discepoli non ancora. La questione della “via” appare ancora più secondaria, dunque, finché non sia chiara la méta da raggiungere. Gesù indica nella «casa del Padre» suo questa mèta, ed egli ne è l’unica Porta («Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»).
La relazione tra Gesù e il Padre si stringe ancora: Egli solo lo conosce e lo fa conoscere a chi vuole, perché lui e il Padre sono «una cosa sola»: le sue parole provengono continuamento dal Padre («non le dico da me stesso»), le sue opere sono quelle del Padre («il Padre, che rimane in me, compie le sue opere»). «Chi ha visto me, ha visto il Padre»; Gesù è dunque la «via» “umana” per cui la méta “divina” di ciascuno diventa improvvisamente chiara, accessibile e vicina: la «verità» e la «vita» si sono fatte visibili (Cfr 1Gv 1, 1-3) e in Gesù brilla la pienezza di senso e la sorgente di vita eterna a cui tutti anelano. Conoscere lui, per ogni credente, significa conoscere la mèta a cui è chiamato, il destino eterno a cui la fede nel Figlio di Dio lo introduce. «Abbiate fede in me!», ci ammonisce Gesù. La fede non è mai senza effetto in chi la vive: «chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Questo ci introduce in una seconda osservazione: Gesù non è solo la “via” per vedere il Padre, come chiedeva Tommaso («mostraci il Padre, e ci basta!»), ma è anche la “via” attraverso cui il Padre si mostra in Gesù e nei suoi discepoli! Essi diventano un riflesso del Padre, e le loro opere saranno “grandi” quanto quelle del Cristo: in esse il Padre è glorificato, anche quando agli uomini paressero piccole.
Una sola cosa è necessaria, farsi “uno” con questa «via», perché Gesù è dall’eternità lo “specchio” perfetto del Padre, mentre noi siano da sempre metalli semiopachi, bisognosi di essere levigati dallo Spirito, ripuliti da ciò che non c’entra, per somigliare a Gesù. Così, pur rimanendo qui in terra, saremo già introdotti nella casa del Padre.
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». I discepoli non conoscono questo “luogo” verso cui Gesù si dirige, né lo avvertono come la méta della loro vita. Gesù conosce il Padre e vi ritorna, ma i discepoli non ancora. La questione della “via” appare ancora più secondaria, dunque, finché non sia chiara la méta da raggiungere. Gesù indica nella «casa del Padre» suo questa mèta, ed egli ne è l’unica Porta («Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»).
La relazione tra Gesù e il Padre si stringe ancora: Egli solo lo conosce e lo fa conoscere a chi vuole, perché lui e il Padre sono «una cosa sola»: le sue parole provengono continuamento dal Padre («non le dico da me stesso»), le sue opere sono quelle del Padre («il Padre, che rimane in me, compie le sue opere»). «Chi ha visto me, ha visto il Padre»; Gesù è dunque la «via» “umana” per cui la méta “divina” di ciascuno diventa improvvisamente chiara, accessibile e vicina: la «verità» e la «vita» si sono fatte visibili (Cfr 1Gv 1, 1-3) e in Gesù brilla la pienezza di senso e la sorgente di vita eterna a cui tutti anelano. Conoscere lui, per ogni credente, significa conoscere la mèta a cui è chiamato, il destino eterno a cui la fede nel Figlio di Dio lo introduce. «Abbiate fede in me!», ci ammonisce Gesù. La fede non è mai senza effetto in chi la vive: «chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Questo ci introduce in una seconda osservazione: Gesù non è solo la “via” per vedere il Padre, come chiedeva Tommaso («mostraci il Padre, e ci basta!»), ma è anche la “via” attraverso cui il Padre si mostra in Gesù e nei suoi discepoli! Essi diventano un riflesso del Padre, e le loro opere saranno “grandi” quanto quelle del Cristo: in esse il Padre è glorificato, anche quando agli uomini paressero piccole.
Una sola cosa è necessaria, farsi “uno” con questa «via», perché Gesù è dall’eternità lo “specchio” perfetto del Padre, mentre noi siano da sempre metalli semiopachi, bisognosi di essere levigati dallo Spirito, ripuliti da ciò che non c’entra, per somigliare a Gesù. Così, pur rimanendo qui in terra, saremo già introdotti nella casa del Padre.
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