«Niente interessi privati, solo pubblici»
di Daniele Predieri
Accoglienza profughi, archiviate le posizioni i tre dirigenti comunali. L’inchiesta: soldi stanziati alla coop tutti rendicontati
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Non c’è mai stata nessuna intenzione di avvantaggiare la Coop Camelot nell’affidamento dei servizi d’accoglienza dei profughi in città. Nessun abuso d’ufficio, reato comunque difficilissimo da dimostrare e quasi mai “processabile”. Perchè nell’assegnazione degli appalti alla Coop per emergenza profughi occorre vi sia intenzione di abusare del proprio ruolo, stanziando soldi pubblici a privati. Per questo il giudice Piera Tassoni ha archiviato le posizioni degli indagati Lucia Bergamini, dirigente comunale, Maurizio Pesci, ex direttore Asp e Roberto Cassoli, nel 2009 dirigente comunale. Lo fa sintetizzando le 7 pagine della richiesta di archiviazione del pm Stefano Longhi a conclusione dell’inchiesta che, comunque, ha messo più in difficoltà, negli ultimi anni, il Comune di Ferrara. «Le indagini non hanno fatto emergere elementi dell’esistenza del dolo intenzionale», scrive il gip Tassoni, e aggiunge che la stessa norma «di non immediata interpretazione» ha creato confusione negli stessi funzionari che l’applicavano, poichè gli atti degli indagati non sono qualificabili come «abnormi» e non vi fu mai «arbitraria decisione». Insomma, «gli elementi acquisiti di indagine non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Non ci sono prove per un processo tra le migliaia e migliaia di pagine verificate e studiate dagli inquirenti - carabinieri e Finanza - con la supervisione del pm Stefano Longhi, poichè non è stato possibile trovare rilievi del reato contestato: abuso d’ufficio. Lo stesso giudice va oltre e conferma la tesi espressa dal pm Longhi: sussiste l’elemento “oggettivo” del reato (violazione del codice degli appalti, optando per un affidamento diretto a Camelot piuttosto che un cottimo fiduciario, una mini gara d’appalto) ma non c’è in questo caso, l’elemento soggettivo del dolo, quella volontà di avvantaggiare. Insomma - in una traduzione estrema - se i funzionari hanno sbagliato (reato accertato) lo hanno fatto non per interessi privati loro o di altri, ma per un bene pubblico. Ma al di là delle spiegazioni tecniche resta il grande caos normativo di questo che è diventato il grande business di questi anni “poveri”, tanto da costringere l’Anac, Autorità nazionale anticorruzione e Raffaele Cantone, ad entrare a gamba tesa sul settore per fare chiarezza. Come del resto ha fatto anche sul caso Camelot. Lo ribadisce il legale della Bergamini, Gian Luigi Pieraccini, lo spiega lo stesso pm Longhi nel suo atto: «I termini ristretti reiteratamente imposti dai decreti ministeriali che per l’assistenza rifugiati stabilivano modalità per l’erogazione dei contributi e criteri di finanziamenti, erano incompatibili con selezioni per individuare il soggetto attuatore». Non a caso i primi bandi imponevano ai Comuni di fare selezioni entro 30 giorni e indicare già chi avrebbe gestito i servizi. Poi corretti a 90 giorni, per permetter le mini-gara d’appalto. Di fronte a questi limiti, spiega il pm, «l’alternativa all’affidamento diretto era la non attivazione del progetto, la non erogazione del servizio con pregiudizio per il pubblico interesse». Pubblico interesse, hanno spiegato sia procura che difensori, che è stato rispettato. A Ferrara siamo ad anni luce da Mafia Capitale e Isola Capo Rizzuto poichè tutti i soldi pubblici sono stati rendicontati: si sa dove sono finiti, a chi sono andati. Se errori sono stati fatti, è accaduto perchè non c’era tempo per far diversamente, se non scegliere Camelot, coop esperta, credibile, autorevole. L’unica sul mercato però. Tanto da spingere il pm Longhi a parlare di «ingiusto profitto», non tanto per soldi sonanti. Citando la stessa Anac, taglia corto il pm Longhi, aggiudicarsi un appalto non dà solo vantaggi economici, «ma risiede nell’ampliamento curriculare dello stesso, utile per la partecipazione ad altre procedure di gara più selettive». E più appalti vinci, più monopolizzi il mercato.
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