«Per vivere ho finto di essere morto»
di Samuele Govoni
L’agente ferito ripercorre il tragico incontro con l’assassino. Lacrime nel ricordare il volontario ucciso: era un grande amico
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«Ero a terra, mi ha spostato con un piede il volto per vedere se ero ancora vivo. Mi ha chiamato “porco” poi mi ha preso la pistola, il caricatore di riserva e se ne è andato. Io avevo chiuso gli occhi e trattenuto il respiro. Mi sono finto morto e sono riuscito a portare a casa la pelle». Il racconto di Marco Ravaglia, l’agente di Polizia Provinciale di Ferrara che lo scorso 8 aprile è stato ferito da tre colpi di arma da fuoco da Igor/Norbert nel Mezzano, è reale. Non è un film. «Dopo essersene andato ha messo in moto il Fiorino poi, visto che io a ero a terra e bloccavo il passaggio, è tornato verso di me, mi ha spostato e si è allontanato. Quando ero sicuro che non sarebbe tornato ho fatto appello a tutte le mie forze e sono riuscito, non so come, a raggiungere la strada. La fortuna ha voluto che proprio in quel momento passasse una macchina. Sono riuscito a lanciare l’allarme e a chiamare i soccorsi». Pausa. Ravaglia deve riprendere fiato, bere un sorso d’acqua. La tensione è ancora palpabile. L’agente ferito che quella sera è stato trasportato in elicottero al Bufalini di Cesena, operato d’urgenza e poi, una volta stabilizzato, trasferito all’ospedale di Cona, ha ricostruito ieri pomeriggio al centro riabilitativo San Giorgio di Ferrara quelle ore drammatiche. Al suo fianco la moglie Cinzia, il medico curante Basaglia, il consigliere provinciale Alberto Bova e Claudio Castagnoli, comandante della Polizia Provinciale. Presenti anche Francesca e Emanuele Verri, figli di Valerio, la guardi ecologica volontaria morta per mano di Igor/Norbert proprio quella sera. Ed è proprio a loro che va il primo saluto di Ravaglia, un saluto subito interrotto dalle sue stesse lacrime.
«Abbraccio fortissimo la famiglia Verri. La perdita di Valerio è stata enorme. Era un grande amico per me, avevamo un rapporto meraviglioso, lui era una persona meravigliosa». Parole di affetto sono andate anche a tutti quelli che hanno sostenuto e supportato l’agente in queste settimane, in particolare alla moglie e al comandante Castagnoli con il quale si è instaurato un rapporto «quasi fraterno». «Quel sabato (l’8 aprile, ndr), terminato il servizio di controllo e osservazione del territorio abbiamo intrapreso la strada del Mezzano. Giunti quasi alla fine io e Valerio notiamo alla nostra sinistra un Fiorino pick up bianco che, viste le nostre conoscenze dei luoghi, lì non ci stava a fare nulla. Ci guardiamo in faccia e di comune accordo decidiamo di andare a controllare. Tra noi e il mezzo ci separavano circa 500 metri e, avvicinandoci, abbiamo visto un uomo vestito in abiti mimetici, tipo militare, ma non lo abbiamo mai visto in faccia perché era sempre di spalle. Decidiamo di andargli incontro per vedere se poteva essere o un pescatore di frodo o un addestratore di cani però - spiega Ravaglia - mentre ci avviciniamo l’uomo sale in macchina e inizia a muoversi. Lo inseguiamo». L’uomo alla guida del Fiorino, che si sarebbe poi scoperto essere Igor/Norbert, colpevole dell’omicidio di Davide Fabbri (il barista di Budrio ucciso sette giorni prima), ha sempre un vantaggio di circa 300 metri rispetto all’agente e al volontario. Prima di un incrocio il Fiorino svolta a sinistra, in prossimità di un vecchio capanno. «Ci fermiamo a una decina di metri da lui in modo da ostacolare l’eventuale fuga. Dico a Valerio di aspettare a scendere che prima scendo io. Come ho aperto la portiera mi sono arrivati tre colpi in rapida successione e, a dire il vero, ho sentito solo il primo al braccio. Sono caduto a terra accanto alla macchina e ho sentito la voce di Valerio che scendendo dall’auto ha detto: “Cosa fai? Hai sparato ad un’agente della Polizia Provinciale”, e lì è partito il colpo che purtroppo gli è stato fatale». Un incubo. Un episodio indimenticabile e doloroso, un fatto che, come ha detto la moglie Cinzia: «Ci ha cambiato per sempre la vita». Ravaglia, che ha avuto la freddezza di riuscire a fingersi morto, ha riportato lesioni addominali all’intestino tenute e crasso, al diaframma, alla spalla e al braccio. Dall’8 maggio si trova al centro San Giorgio, dove sta seguendo l’iter riabilitativo. «Il percorso – ha spiegato Basaglia – sta procedendo secondo i piani. Il paziente risponde bene ma, prima delle dimissioni, saranno necessarie ancora circa 8 settimane. Tra due mesi sarà possibile definire l’entità di recupero e l’eventuale necessità di ulteriori interventi di microchirurgia. Per il recupero complessivo occorrerà circa un anno».
«Abbraccio fortissimo la famiglia Verri. La perdita di Valerio è stata enorme. Era un grande amico per me, avevamo un rapporto meraviglioso, lui era una persona meravigliosa». Parole di affetto sono andate anche a tutti quelli che hanno sostenuto e supportato l’agente in queste settimane, in particolare alla moglie e al comandante Castagnoli con il quale si è instaurato un rapporto «quasi fraterno». «Quel sabato (l’8 aprile, ndr), terminato il servizio di controllo e osservazione del territorio abbiamo intrapreso la strada del Mezzano. Giunti quasi alla fine io e Valerio notiamo alla nostra sinistra un Fiorino pick up bianco che, viste le nostre conoscenze dei luoghi, lì non ci stava a fare nulla. Ci guardiamo in faccia e di comune accordo decidiamo di andare a controllare. Tra noi e il mezzo ci separavano circa 500 metri e, avvicinandoci, abbiamo visto un uomo vestito in abiti mimetici, tipo militare, ma non lo abbiamo mai visto in faccia perché era sempre di spalle. Decidiamo di andargli incontro per vedere se poteva essere o un pescatore di frodo o un addestratore di cani però - spiega Ravaglia - mentre ci avviciniamo l’uomo sale in macchina e inizia a muoversi. Lo inseguiamo». L’uomo alla guida del Fiorino, che si sarebbe poi scoperto essere Igor/Norbert, colpevole dell’omicidio di Davide Fabbri (il barista di Budrio ucciso sette giorni prima), ha sempre un vantaggio di circa 300 metri rispetto all’agente e al volontario. Prima di un incrocio il Fiorino svolta a sinistra, in prossimità di un vecchio capanno. «Ci fermiamo a una decina di metri da lui in modo da ostacolare l’eventuale fuga. Dico a Valerio di aspettare a scendere che prima scendo io. Come ho aperto la portiera mi sono arrivati tre colpi in rapida successione e, a dire il vero, ho sentito solo il primo al braccio. Sono caduto a terra accanto alla macchina e ho sentito la voce di Valerio che scendendo dall’auto ha detto: “Cosa fai? Hai sparato ad un’agente della Polizia Provinciale”, e lì è partito il colpo che purtroppo gli è stato fatale». Un incubo. Un episodio indimenticabile e doloroso, un fatto che, come ha detto la moglie Cinzia: «Ci ha cambiato per sempre la vita». Ravaglia, che ha avuto la freddezza di riuscire a fingersi morto, ha riportato lesioni addominali all’intestino tenute e crasso, al diaframma, alla spalla e al braccio. Dall’8 maggio si trova al centro San Giorgio, dove sta seguendo l’iter riabilitativo. «Il percorso – ha spiegato Basaglia – sta procedendo secondo i piani. Il paziente risponde bene ma, prima delle dimissioni, saranno necessarie ancora circa 8 settimane. Tra due mesi sarà possibile definire l’entità di recupero e l’eventuale necessità di ulteriori interventi di microchirurgia. Per il recupero complessivo occorrerà circa un anno».
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