L’autopsia: fibre d’amianto nei polmoni
di Daniele Predieri
L’8 giugno riparte il processo per la morte di un operaio della Baltur. L’accusa: esposizione certa e diretta nell’azienda
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Riparte il processo l’8 giugno prossimo, per la morte dell’operaio Giampaolo Brugioni, stroncato all’età di 66 anni da un mesotelioma pleurico maligno che non gli ha lasciato scampo, che gli venne diagnosticato nel 2011. Un processo tornato indietro proprio in seguito al suo decesso, poiché il primo procedimento era stato istruito solo per la malattia quando era ancora in vita, poi stoppato per il cambio di imputazione.
Adesso è omicidio colposo
Riparte dunque la settimana prossima il processo con l’accusa di omicidio colposo che vede sotto accusa l’azienda per cui ha lavorato, la Baltur di Cento, e il suo rappresentante legale, Gianni Fava, con l’aggravante dei risultati dell’autopsia che indicano come cause della sua morte l’esposizione prolungata all’amianto negli ambienti di lavoro dell’azienda.
Dicono i periti della procura
Questo è quanto sostengono i periti della procura, Stefano Marinelli e Giorgio Cruciani, indicando con assoluta certezza nell’esposizione all’amianto alla Baltur le cause della morte al pm Giuseppe Tittaferrante che aveva seguito indagini e primo processo per lesioni gravi (la malattia) e che ora dopo la nuova istruttoria ha chiesto il rinvio a giudizio per Fava, per omicidio colposo, davanti al gup Piera Tassoni all’udienza fissata appunto per l’8 giugno prossimo in cui saranno presenti i difensori Baltur e l’avvocato dei Brugioni, Daniela Boscolo.
Tracce di amianto nei polmoni
Dopo il decesso di Brugioni, come si ricorda, venne ordinata l’autopsia che ha portato i consulenti a concludere di avere repertato tracce di fibre di amianto nei tessuti polmonari di Brugioni come accertato dagli esami eseguiti al Centro specialistico microscopico lombardo. Brugioni aveva lavorato per quasi 30 anni alla Baltur con le mansioni di caldaista e tecnico specializzato in bruciatori dove le guarnizioni erano costruite appunto con la fibra cancerogena. E il riscontro oggettivo dei consulenti della procura indica «una esposizione diretta e certa», collegata all’ambiente in cui Brugioni lavorava.
Difese, non lavorò solo in Baltur
Dunque il processo riparte da qui, da questi riscontri contro i quali le difese della Baltur - avvocati Martines e Melandri e lo stesso attuale amministratore delegato Riccardo Fava in una nota inviata nei mesi scorsi alla Nuova Ferrara - segnalavano il fatto che Brugioni avesse lavorato nella sua vita anche in altre due aziende del petrolchimico a Ferrara che trattavano l’amianto, la Riva Mariani e la Soimi: insomma, se è vero che Brugioni è morto per esposizione all’amianto, non vi è certezza - tesi difensiva - che questa sia “targata” Baltur. Occorre tuttavia ricordare che la stessa procura, i propri consulenti e gli inquirenti della Guardia di finanza avevano già valutato le posizioni delle altre due aziende in cui Brugioni aveva lavorato.
La Riva Mariani già archiviata
La Riva Mariani, ad esempio, è stata indagata nel corso dell’inchiesta in concorso con Baltur poiché Brugioni lavorava in cantieri a contatto con amianto, ma lo fece per un periodo molto limitato nel tempo: da qui l’archiviazione della posizione dell’azienda decisa dal pm Tittaferrante. Per quanto riguarda la Soimi, anche questa azienda è stata al centro di accertamenti, ma poi esclusa.
Per la Soimi, elementi non certi
Esclusione dovuta al fatto che Brugioni all’interno aveva avuto mansioni che non lo ponevano a contatto diretto con l’amianto o non vi era stata una esposizione certa e anche in questo caso per tempo limitato. Dunque, per l’accusa, resta l’esposizione all’interno della Baltur, dove Brugioni lavorò dal 1978 e fino a pochi anni prima della pensione (2014): esposizione che ha portato i periti della procura a rintracciare quelle fibre di amianto nei tessuti polmonari durante l’autopsia. Tesi accusatoria che dovrà essere vagliata e valutata dal giudice all’udienza dell’8 giugno.
Adesso è omicidio colposo
Riparte dunque la settimana prossima il processo con l’accusa di omicidio colposo che vede sotto accusa l’azienda per cui ha lavorato, la Baltur di Cento, e il suo rappresentante legale, Gianni Fava, con l’aggravante dei risultati dell’autopsia che indicano come cause della sua morte l’esposizione prolungata all’amianto negli ambienti di lavoro dell’azienda.
Dicono i periti della procura
Questo è quanto sostengono i periti della procura, Stefano Marinelli e Giorgio Cruciani, indicando con assoluta certezza nell’esposizione all’amianto alla Baltur le cause della morte al pm Giuseppe Tittaferrante che aveva seguito indagini e primo processo per lesioni gravi (la malattia) e che ora dopo la nuova istruttoria ha chiesto il rinvio a giudizio per Fava, per omicidio colposo, davanti al gup Piera Tassoni all’udienza fissata appunto per l’8 giugno prossimo in cui saranno presenti i difensori Baltur e l’avvocato dei Brugioni, Daniela Boscolo.
Tracce di amianto nei polmoni
Dopo il decesso di Brugioni, come si ricorda, venne ordinata l’autopsia che ha portato i consulenti a concludere di avere repertato tracce di fibre di amianto nei tessuti polmonari di Brugioni come accertato dagli esami eseguiti al Centro specialistico microscopico lombardo. Brugioni aveva lavorato per quasi 30 anni alla Baltur con le mansioni di caldaista e tecnico specializzato in bruciatori dove le guarnizioni erano costruite appunto con la fibra cancerogena. E il riscontro oggettivo dei consulenti della procura indica «una esposizione diretta e certa», collegata all’ambiente in cui Brugioni lavorava.
Difese, non lavorò solo in Baltur
Dunque il processo riparte da qui, da questi riscontri contro i quali le difese della Baltur - avvocati Martines e Melandri e lo stesso attuale amministratore delegato Riccardo Fava in una nota inviata nei mesi scorsi alla Nuova Ferrara - segnalavano il fatto che Brugioni avesse lavorato nella sua vita anche in altre due aziende del petrolchimico a Ferrara che trattavano l’amianto, la Riva Mariani e la Soimi: insomma, se è vero che Brugioni è morto per esposizione all’amianto, non vi è certezza - tesi difensiva - che questa sia “targata” Baltur. Occorre tuttavia ricordare che la stessa procura, i propri consulenti e gli inquirenti della Guardia di finanza avevano già valutato le posizioni delle altre due aziende in cui Brugioni aveva lavorato.
La Riva Mariani già archiviata
La Riva Mariani, ad esempio, è stata indagata nel corso dell’inchiesta in concorso con Baltur poiché Brugioni lavorava in cantieri a contatto con amianto, ma lo fece per un periodo molto limitato nel tempo: da qui l’archiviazione della posizione dell’azienda decisa dal pm Tittaferrante. Per quanto riguarda la Soimi, anche questa azienda è stata al centro di accertamenti, ma poi esclusa.
Per la Soimi, elementi non certi
Esclusione dovuta al fatto che Brugioni all’interno aveva avuto mansioni che non lo ponevano a contatto diretto con l’amianto o non vi era stata una esposizione certa e anche in questo caso per tempo limitato. Dunque, per l’accusa, resta l’esposizione all’interno della Baltur, dove Brugioni lavorò dal 1978 e fino a pochi anni prima della pensione (2014): esposizione che ha portato i periti della procura a rintracciare quelle fibre di amianto nei tessuti polmonari durante l’autopsia. Tesi accusatoria che dovrà essere vagliata e valutata dal giudice all’udienza dell’8 giugno.
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