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LA DOMENICA

Igor, i droni e l'effetto Concorde

Igor, i droni e l'effetto Concorde

L'editoriale del direttore Luca Traini

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Sono passati oltre due mesi dall’omicidio del barista di Budrio, Davide Fabbri. Otto settimane da che sono scattate le ricerche in grande stile di Norbert Feher (negli atti era ancora Igor il russo, per la Chiesa cattolica Ezechiele) all’indomani dell’agguato in cui morì la guardia ecologica volontaria Valerio Verri, nel secondo consecutivo sabato di sangue. Cinquantacinque giorni, a ieri, in cui la zona rossa delle valli è stata circondata e passata e ripassata al setaccio da centinaia di uomini, con punte di oltre mille specialisti: cacciatori di Calabria, paracadutisti del Tuscania, militari dell’Arma territoriale, Gis, agenti di polizia, Uopi e uomini dell’Aeronautica militare.

Non è un’operazione ordinaria, questa; non lo è mai stata. Catturare il criminale che non siamo riusciti ad allontanare malgrado due ordini di espulsione, che abbiamo premiato con uno sconto di pena di tredici mesi e mai riconsegnato alla madrepatria Serbia che ne chiedeva l’estradizione per processarlo, è apparso subito questione di Stato. Su cui si sono esposte le massime autorità assicurando giustizia ai famigliari delle vittime e sollievo alla popolazione. Impegnandosi a non andarsene finché il fuggiasco non fosse stato preso. La parola “smobilitazione” è bandita, le ricerche proseguono con immutato impegno, continuano a ribadire anche i carabinieri, rilanciando il convincimento che Igor sia qui. Un fantasma sfuggente, ma concreto e vicino. Vicinissimo.

Eppure... Eppure l’ultimo avvistamento certo risale alla notte in cui Verri fu ucciso e il collega di pattuglia, Marco Ravaglia, gravemente ferito. Il fatto è noto, l’esito anche: poco dopo l’agguato una pattuglia dei carabinieri intercettò Igor, lo riconobbe come l’assassino, ma non lo fermò. Fu l’unica volta in cui c’è stata possibilità concreta di prenderlo, era l’8 aprile.

Da allora solo ipotesi e sospetti, tracce forse sue ma forse vecchie del tempo in cui era un bandito a cui nessuno dava attivamente la caccia, piste che finiscono nel nulla di un canale, avanzi di cibo spariti da un cassonetto, medicinali magari rubati, una persona con la sua stessa corporatura che correva in un frutteto, un’altra sbucata dal niente, con fare minaccioso e una mano tenuta dietro la schiena nel gesto di chi vuol nascondere qualcosa (una pistola?), avvistamenti da lontano e poco altro.

Poco per aver certezze e alimentare speranze. Dubbi, al contrario. A partire dal sospetto che non ci sia più, e da molto. Che possa essersi allontanato dalla zona quella notte stessa, indisturbato, come noi giornalisti che dal luogo del delitto siamo tornati in redazione senza che nessuno ci abbia fermato e controllato.

Se Igor fosse lì, con un tale spiegamento di forze l’avrebbero trovato. In ogni caso non vedo come il perseverare con le ricerche possa anche solo alimentare la speranza di centrare il risultato mancato in cinquantacinque giorni. E dunque?

Il dunque me lo spiego con quello che i sociologi chiamano “effetto Concorde”. Il Concorde supersonico, mica il drone perduto durante una battuta ricognitiva, né il Predator, gioiello di tecnologia a comando remoto che gli americani usano per bombardare le postazioni nemiche senza rischiare l’impiego di piloti e che noi, nella guerra ad Igor, abbiamo impiegato armato di visori notturni, apparecchi video e forse celle capaci di intercettare i flussi di dati telefonici.

La definizione è mutuata da un disastro (anche) economico firmato da Air France e British Airways. A metà anni Sessanta le due compagnie di bandiera si lanciarono nell’impresa di costruire un aereo passeggeri capace di correre più veloce del suono, progetto segnato da mille imprevisti tanto che il rapporto costi/benefici fu presto compromesso: il Concorde non era ancora entrato in produzione che già si sapeva che mai avrebbe potuto generare utili, che anzi insistere con il progetto avrebbe portato solo un ulteriore aggravio di costi. Chiuderla lì, abbandonare il progetto, sarebbe stata la scelta economicamente più saggia.

Eppure si andò avanti, ostinatamente avanti. Per giustificare quanto già speso, al costo di bruciare ancor più risorse. Per non dover ammettere che i calcoli e gli impegni iniziali erano sbagliati. Non è dato sapere quanto stiano costando le ricerche di Igor nelle valli, ma l’ordine di grandezza sì: milioni di euro. Mi chiedo – e chiedo – se valga la pena continuare così.

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