La Nuova Ferrara

Ferrara

Il nuovo vescovo: «Chiesa aperta a tutti specie ai più deboli»

di Gian Pietro Zerbini
Il nuovo vescovo: «Chiesa aperta a tutti specie ai più deboli»

Perego a Ferrara: guardando il duomo vedo tante ferite 

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FERRARA. Dalle 17.29 di sabato 3 giugno, vigilia della festa di Pentecoste, monsignor Gian Carlo Perego è ufficialmente il nuovo vescovo di Ferrara-Comacchio. A proclamarlo, l’arcivescovo metropolita Matteo Zuppi, e nella cattedrale gremita di fedeli, amici e confratelli religiosi è esploso un applauso fragoroso. Perego è arrivato con due valigie piene di sogni e ricordi, come aveva annunciato il mese scorso a Cremona nel giorno della ordinazione episcopale e le ha aperte davanti ad una comunità che lo ha accolto con gioia, ricambiandolo con incoraggiamenti e segnali di benvenuto.

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Il saluto di Negri. Come quelli di monsignor Luigi Negri, che nell’affidare al suo successore la diocesi che ha retto per quattro anni, da lui definiti bellissimi e terribili, ha ricordato le fatiche della vecchiaia ma anche la gioia di vedere una comunità che incredibilmente si è ritrovata popolo di Dio. «Ti affido questo popolo - ha concluso il vescovo emerito - ti affido anche alla Madonna delle Grazie».
Le reti di Zuppi. L’arcivescovo di Bologna nel salutare l’arrivo Perego ha ricordato paragonando i lavori della duomo, che «la chiese è un grande cantiere, da ricostruire dopo i terremoti e queste reti sono da gettare», evocando i primi apostoli.
Le ferite della Cattedrale. «Il mio primo sguardo - ha spiegato nell’omelia monsignor Perego - arrivando sulla piazza è stato a questa nostra Cattedrale, la cui facciata coperta oltre che l’interno, portano i segni di sofferenza e le piaghe del terremoto. Nelle sue ferite vedo anzitutto le ferite di tante nostre comunità, dove le case, la chiesa, la scuola, i luoghi del lavoro e dell’incontro non sono ancora stati risanati. Nelle ferite della Cattedrale vedo, inoltre, anche le sofferenze di tante famiglie e persone: per il lavoro che manca o non è degno, per la malattia, per la solitudine e l’abbandono, per un dialogo generazionale interrotto. Nelle ferite della Cattedrale vedo anche le ferite e le fatiche delle nostre parrocchie: ad arrivare a tutti, in particolare ai giovani, a costruire relazioni con chi vive da anni sul territorio e per chi arriva».
Le tre porte del Duomo. E guardando sempre la Cattedrale, il nuovo vescovo ha indicato le tre porte d’ingresso, iniziando una metafora. «La porta centrale ci ricorda e rimanda all’Eucaristia, forma della Chiesa che – diceva Giorgio La Pira – salva la città, anche quando è povera, solitaria e celebrata nel cuore della città con poche persone, che magari vi partecipano un po' svagatamente. Dalla stessa porta l’Eucaristia esce nel cuore delle persone e tocca i luoghi familiari della nostra vita: la casa, il lavoro, la malattia, il peccato, la vita e la morte. Una delle altre due porte ci ricorda che in Cattedrale si entra per l’ascolto e l’annuncio della Parola che invita a scelte responsabili, a un nuovo stile di vita. E da questa porta si esce e si portano in città le ragioni della speranza cristiana, con gioia. La terza porta è la porta della carità, che ricorda che la Chiesa è aperta a tutti, con una preferenza per i più deboli, i sofferenti. E da questa porta si esce e s’impara a condividere, ad accogliere, a dialogare, ad aprirsi alla pace e alla vita. Non chiudiamo mai queste tre porte della Cattedrale e delle nostre chiese, perché queste tre porte ci ricordano i tre impegni del cristiano».
La tradizione ferrarese. Monsignor Perego poi ha voluto rendere omaggio alla grande tradizione di fede della chiesa ferrarese, come ha potuto notare leggendo il volume di monsignor Antonio Samaritani. «Anzitutto - osserva il vescovo - lo sguardo ad Oriente di questa nostra Chiesa, di cui lo stesso patrono S. Giorgio e il santo vescovo Maurelio ne sono delle testimonianze più evidenti, come pure la seduta conciliare di Ferrara nel secolo XV, esperienza ecumenica straordinaria. E’ una Chiesa che ha saputo dalle sue origini respirare ‘a due polmoni’ – per usare un’espressione del Santo Papa Giovanni Paolo II – Oriente e Occidente, con una teologia e una spiritualità monastica aperta alla fraternità e al dono di sé, ispirandosi a S. Romualdo, di cui S. Guido, abate di Pomposa, è discepolo. In secondo luogo, questa Chiesa ha interpretato in diverse occasioni la voglia di riforma della Chiesa, di una purificazione da abitudini, resistenze, chiusure, di cui sono testimonianza esperienze straordinarie di vita contemplativa e attiva e figure – come il Giovanni Tavelli da Tossignano e il domenicano Girolamo Savonarola – che sogneranno e daranno anche la vita per una Chiesa “libera, povera e bella”. Penso poi alla bella figura di Giovanni Grosoli, la cui pluriforme azione ha informato il movimento sociale cattolico ferrarese e non solo, l’Azione Cattolica, alimentando insieme ad altri movimenti e associazioni una spiritualità che sta generando nuove figure di santità laicale, come Alberto Marvelli, Flora Manfrinati, Laura Vincenzi e Riccardo Tagliati».
Inno alla ferraresità.  Un rito bello e suggestivo per una cerimonia che ha segnato un cambio al vertice della diocesi per un chiesa in continuo rinnovamento. Al termine il vicario generale monsignor Massimo Manservigi ha portato come saluto conclusivo di benvenuto un inno alla ferraresità, scritto da Barbara Giordano, con le tante contraddizioni, ma con la capacità di riuscire a superare le difficoltà. Che sia di buon auspicio.

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